lunedì 26 novembre 2018

La ballata di Buster Scruggs (2018): C'era una volta il West dei fratelli Coen


Penso che i fratelli Coen ormai abbiano ben poco da dimostrare, nel corso della loro carriera hanno demolito e ricostruito quasi tutti i generi cinematografici su cui hanno messo sopra le mani, il loro ultimo avvistamento era Ave, Cesare! omaggio al curaro dell’epoca d’oro di Hollywood ed oggi ritornano con una loro vecchia ossessione: il Western.

I due fratelli del Minnesota hanno un curriculum talmente valido che nemmeno infilarsi di testa nella “polemica” meglio il cinema, no meglio Netflix, li può scalfire davvero. La loro ultima fatica “La ballata di Buster Scruggs” è nata come miniserie televisiva composta da sei episodi e poi presentato al celebre festival lagunare come un unico film di poco più di due ore di durata, che è il formato con cui lo trovate su Netflix, forse la sua collocazione ideale, in questa era di “Binge Watching” che altro non è che quello che una volta si chiamava: ammazzarsi di TV.

Resta l’annoso problema: questo film si merita (qualunque cosa voglia dire) la proiezione in sala, per il prestigio dei suoi registi e per la qualità generale, oppure va benissimo inscatolarlo e proporlo al pubblico che può spararselo stando spaparanzato sul divano di casa? Se ne facessimo una questione di qualità, il film non è certo uno di quei tanti filmacci (spesso di infimo livello) che trovate pubblicizzati sul paginone della popolare piattaforma di streaming, sta di fatto che Netflix può vantare in catalogo il nuovo film dei Coen e al momento, se volete vederlo, così, oppure ciccia. Tanto ai Coen come al solito, delle umane dispute frega poco o nulla e il loro film è l’ennesima occasione per ricordarci quando spesso come rappresentanti di questa razza, siamo ridicoli e in balìa del destino, quindi se guardiamo un film sul divano di casa, o in una sala cinematografica, per loro, è davvero l’ultimo dei nostri problemi.

Il solito regale sdegno, con cui i Coen affrontano qualunque cosa.
“The Ballad of Buster Scruggs” è un ritorno per i Coen al western che hanno prima smontato e ricostruito in chiave moderna con quella bomba di “Non è un paese per vecchi” (2007) e di cui hanno decantato le lodi di un’era al tramonto con il bellissimo “Il Grinta” (2010), uno di quei remake ben fatti che non vengono mai citati quando si parla di... Beh, remake ben fatti.

Ancora una volta con questi sei episodi, i Coen fanno i conti con il genere con cui ogni regista americano prima o poi sembra tenuto a confrontarsi, lo stesso che ogni tanto viene dato per morto, invece, guarda un po’, è sempre qui in attesa di qualcuno pronto a riportarsmci nel vecchio West e visto che i Coen ormai hanno parecchia esperienza con questo genere, possono permettersi di omaggiarlo, sbeffeggiarlo in modo amichevole come si fa tra vecchi amici, ma anche utilizzarlo per continuare a parlare delle loro ossessioni cinematografiche, “The Ballad of Buster Scruggs” sono i Coen che pescano un vecchio libro illustrato pieno di racconti Western e decidono di raccontarcene qualcuno, infatti inizia proprio così, con un libro.

“Osteria dei due Coen, non c’è niente che fa rima con Coen!”.
Avete presente il “Robin Hood” della Disney (1973) che iniziava con un grosso libro che si apriva e dava il via alla storia? I Coen fanno lo stesso, il primo racconto estratto è quello che dà il titolo al romanzo ed è anche il più comico di tutti. Vediamoli uno per uno.

The ballad of Buster Scruggs
Buster Scruggs è un po’ come il Cantagallo del citato film Disney, pomposo nel vestire nel suo abito completamente bianco, vaga per il west con una chitarra e una sei colpi, rivolgendosi direttamente allo spettatore. Uno sbruffone di prima categoria con fin troppi soprannomi (uno più scemo dell’altro) che spara come un fulmine e canta come un usignolo, spesso anche contemporaneamente, a differenza del “Johnny Guitar” (1954) del film diretto da Nicholas Ray che invece, si rifiutava di farlo.

Il (canta)gallo più spavaldo del pollaio.
Sfoggiando l’arroganza di chi sa di essere bravo, Buster Scruggs non si fa problemi a sfidare disarmato un losco figuro come “Surly Joe” (il mitico Clancy Brown!) e poi sbeffeggiarlo dando il via ad un momento musical sul suo defunto nemico. Considerando che questo chiacchierone canterino bianco vestito è interpretato da Tim Blake Nelson, uno degli attori feticcio dei Coen, verrebbe da pensare di vederlo fare da narratore di tutto il film, ma sapete come funziona nel West, quando ti fai un nome come pistolero più veloce in circolazione, no?

“Potrei sparare anche voi, tanto state già dentro una bara volante”.
I fratelli Coen hanno sempre dichiarato che uno dei loro western preferiti è L’uomo dai sette capestri, per via delle sue notevoli trovate comiche (storia vera) qui sembrano pescare, ancora una volta, dal film di John Huston, aggiungendo, però, molte più canzoni, un po’ come a volerci ricordare che per ogni spaghetti western pieno di personaggi buoni, brutti, sporchi e cattivi, ci sono anche western canterini come “La ballata della città senza nome” (1969), oppure i “musicarelli” con Roy Rogers, sì, quello delle giacche con i lustrini. Insomma un inizio leggero, spassoso e con parecchi morti, perché come dice Spike Lee: nessuno ammazza la gente al cinema con la freddezza con cui fanno i Coen, due veri pistoleri.

Near algodones
Il rapinatore di banche James Franco (lo so, fa ridere solo l’idea) viene messo in fuga da un banchiere zelante armato di ehm, pentole. Condannato all’impiccagione, si salva la pelle all’ultimo minuto solo per un provvidenziale e fortunato intervento di alcuni Comanche piuttosto incazzati, ma pensate che sia finita sul serio?

“Come sono finito così dici? Ho fatto troppe battute sul mio pene”.
Con questo episodio, l’aspetto generale del film comincia già ad assomigliare a quello del vostro western classico, malgrado l’elemento di satira di fondo, per il resto siamo in piena “Zona Coen”, il destino è sempre beffardo e per quanto tu ti possa agitare, puoi farci davvero poco, un po’ il tema alla base di uno dei miei Coen preferiti, “A Serious Man” (2009). Che volete farci? Il pessimismo cosmico ha una certa presa sul sottoscritto.

Meal ticket
Un impresario senza nome (ma con il nasone di Liam Neeson) porta il suo spettacolo “Il tordo senza ali” in giro per i paesini del West. Lo show prevede un lungo monologo di un ragazzo inglese di nome Harrison (la faccia buffa di Harry Melling) mutilato senza braccia né gambe, ma capace di citare i versi di Shakespeare e della Jackson a memoria. Fino al giorno in cui il pubblico non inizia a sviluppare più interesse per un “Cappone pitagorico”, un pennuto che si esibisce facendo semplici operazioni matematiche.

“Io troverò quel cappone e lo mangerò”.
Se non fosse per l’ambientazione, il segmento meno western di tutti, ma quello forse più significativo, perché nel suo simbolismo abbastanza spiccio, i Coen, come al solito, non le mandano a dire, una critica a come l’arte venga considerata meno rispetto ad un tipo d’intrattenimento molto più facilone e anche se forse non è la più raffinata delle critiche, ci vedo una certa coerenza. In fondo, da “Barton Fink” (1991) in poi, i due fratelli del Minnesota non sono mai stati teneri con l’industria dell’intrattenimento.

All gold canyon
Il vecchio cercatore di ore Tom Waits (applausi, grazie!) in un’immacolata e paradisiaca valle, scava, riscava, lotta e persevera per trovare il filone d’oro giusto che cerca da tutta una vita, a mani basse forse il segmento migliore di tutto il film.

“Una volta cantavo diamonds and gold, ora mi basterebbe il secondo”.
Tom Waits entra in scena, ovviamente, cantando, nulla a che vedere con le trovate sopra le righe del collega cantante Buster Scruggs, questo episodio sembra una partita a “Gold miner” filtrata dalla sensibilità dei Coen, con un colpo di scena mica male verso la metà che vi farà affezionare al caparbio minatore, al resto ci pensano la regia dei Coen e il lavoro del loro nuovo direttore della fotografia di fiducia Bruno Delbonnel (quello di L’ora più buia, tra le altre cose) che rendono questa porzione di film davvero ottima.

The girl who got rattled
Ci mette parecchio ad ingranare, il viaggio verso l’Oregon di Alice Longabaugh (Zoe Kazan) di suo fratello e del cagnetto abbaione Presidente Pierce, richiede un po’ di tempo prima di entrare davvero nel vivo, almeno finché non arrivano in scena i due pistoleri, ben più adatti alla vita nelle grandi praterie, Billy Knapp (Bill Heck) che si prende una cotta per la giovane ragazza e il tostissimo mister Arthur (Grainger Hines) personaggio che parte in sordina e poi si prende il testimone di tutto l’episodio.

“Volevo del Jack Daniel’s, mi hanno dato un Jack Russel”.
Insieme al segmento con Tom Waits, senza ombra di dubbio il mio preferito di tutto il film, anche solo per l’ottimo finale, dove i fratelli Coen dimostrano di avere davvero il passo giusto per dirigere i film Western, una lunga sequenza d’azione con mister Arthur, Alice e parecchi indiani incazzati è il momento migliore di tutto il film e il finale, anche se annunciato dalle pagine del (finto) libro, una discreta mazzata sui denti. Vi ho già detto che gli ottimisti per natura con i Coen cascano male, vero? A questo proposito l’ultimo segmento porta avanti questa tesi.

Guardatevi questa scena e poi ditemi perché i Coen non dovrebbero SEMPRE dirigere dei western.
The mortal remains
Su una diligenza in corsa, alcuni personaggi discutono della vita, l’universo, tutto quanto, ma soprattutto della morte, considerando che a bordo ci sono un Inglese (Jonjo O’Neill), un Francese (Saul Rubinek) ed un Irlandese (Brendan Gleeson) sembra una barzelletta ed, in effetti, il finale beffardo non manca, così come non manca la strizzata d'occhio ad una situazione che ricorda molto "Il carretto fantasma" (1921), oppure perché no, un film di Mario Bava.

Il carretto passava e quell'uomo gridava gelati cadaveri.
I Coen partono da una situazione di partenza che è un classico del genere Western: la diligenza piena di borghesi che sembra uscita da “Ombre rosse” (1939) ma poi mescolano il tutto con una scena in particolare, molto, ma molto famosa di Il senso della vita (non vi dico quale per non rovinarvi la sorpresa), il risultato è qualcosa che sa di racconto biblico, avete presente il prologo del già citato “A Serious Man” siamo più o meno da quelle parti, l’umorismo nero nei fratelli Coen non manca mai di tornare a grattare alla porta.

“The Ballad of Buster Scruggs” non verrà ricordato forse tra i migliori film dei Coen, ma è un omaggio al western e la dimostrazione che il Re di tutti i generi cinematografici sta benissimo, aspetta solo autori capaci di pescare dal libro delle storie, per portarci nuovamente nella frontiera. Sullo stato di forma del cinema dei Coen, invece, ho pochi dubbi, anche i loro film minori, restano da vedere e questo continua la tradizione d’altra parte lo sappiamo che nel West, se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda, quindi tanto vale che dal libro delle leggende, siano i Coen e pescare, poteva andarci decisamente peggio credetemi.

12 commenti:

  1. Non è ancora arrivato un film dei Coen che mi sia pentito di vedere, persino i loro meno riusciti (Ladykillers). Questo non fa eccezione, una serie di riflessioni sulla morte, la vita, il caso e il destino come solo loro sanno fare, che magari non è al livello dei loro capolavori ma poco importa. Episodi preferiti: come te quello di Tom Waits (Hello Mr. Pocket!) e The girl who got rattled, ma ho adorato quello del teatrino ambulante nella sua sconsolante tristezza e cinismo.

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    1. Aggiungo solo Amen: “Prima ti sposo poi ti rovino” e “Ladykillers” sono i due titoli più deboli, ma restano film da piena sufficienza, anzi, un pochino il secondo l’ho anche rivalutato, anche se non li rivedo da tempo. Il problema dei Coen è lo stesso di Eastwood, se non fanno un capolavoro, insurrezione popolare, tutti già a dire che sono bolliti. Questo è nato come una miniserie televisiva, lo si vede dalla struttura, ma il risultato è ottimo cinema, perfettamente coerente (“Coenrente” :-P Chiedo scusa!) con le loro tematiche, se i film minori nelle filmografie fossero tutti così, ci sarebbe da metterci la firma ;-) Cheers!

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  2. Complimenti per le infinite citazioni, mi segno tutto che con te non ci si sbaglia mai. Comunque per quanto non ami il western sembra un film che guarderei ben volentieri... ora devo solo trovare una cavia munita di account netflix per guardarlo :P

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    1. Grazie capo, gentilissimo! ;-) Ti tocca trovare qualcuno, perché è un film abbastanza particolare da poter piacere anche a chi non ama il western, anche se la passione per il genere è una marcia in più. Cheers!

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  3. Un gran bel film, come al solito con quelli ad episodi ci son quelli meglio e quelli peggio, ma i Coen hanno colpito ancora.

    Personalmente i miei preferiti sono stati il primo e il terzo, mentre secondo e quarto mi hanno convinto meno.

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    1. Anche secondo me, hanno un talento che non li fa mai andare sotto il “Par” per dirla in termini golfistici (sport che non sopporto, ma mi piace il paragone). Ti sono piaciuti quelli più bizzarri, il che dice della varietà del film ;-) Cheers

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  4. I Coen, il loro strano humour nero, sono una garanzia. Anche qui, dove da non amante dei western o dei racconti ad episodi rischiavano grosso con me, han saputo imporsi.
    Onestamente ho faticato con Neeson, ma tra la battuta finale di James Franco, le canzoni iniziali, l'immenso Tom Waits e i due episodi finali (una vera mazzata sui denti e una tensione difficile da scacciare) direi che i due hanno dato prova di avere idee -e sviluppi- da vendere (in questo caso, e forse saggiamente, a Netflix. Dubito che un film non ad episodi potesse finire qui).

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    1. Dal nome del blog potrebbe notarsi una cera predisposizione per l’umorismo nero di cui i Coen sono cintura beh, nera ;-) L’episodio con Liam Neeson rallenta il ritmo e il suo messaggio è abbastanza esplicito, non proprio una metafora raffinatissima, ma dici bene, è una pellicola piena di idee valide e ottimi momenti. Quando lo hanno annunciato, mi sarei aspettato la classica divisione in episodi di Netflix (“Il prossimo episodio arriverà in 3… 2… 1…”), invece in anche in soluzione unica direi che funziona anche meglio, e molto probabilmente resta la sua collocazione naturale. Cheers!

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  5. Scusa il commento fuori tempo massimo, ma il tff ha succhiato tutte le mie energie sta settimana. Però sto articolo me lo son tenuto lì per leggerlo appena potevo...
    Ho adorato i primi due episodi, perché amo l'umor nero dei Coen...
    E anche nel mio caso A serious man è uno dei Coen che prediligo

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    1. Figurati, lo so bene che il TFF è una maratona, sei sempre il benvenuto ;-) Sono sei racconti in cui l'ineluttabilità della morte è il filo rosso, in "A serious man" i Coen avevano riassunto il senso della vita: Non ha senso, siamo in balia del caos, per quello lo adoro ;-) Cheers

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  6. Molto bello e variegato, peccato per l'episodio con James Franco che mi è sembrato un po' spento se messo a confronto con gli altri.

    I miei preferiti restano senza dubbio quello di Waits cerca oro e del cagnolino Presidente Pierce, non vi è nulla da dire oltre la tua saggia argomentazione ormai se sei un appasionato di cinema sai che i Coen sono sinonimo di qualità.

    Aggiungo comunque che i due cacciatori di taglie a fine episodio fanno da contraltare a quello di John Ruth e Marquis Warrem nella diligenza ad inizio film di The Hateful Eight.

    Resta bello il fatto che nel primo episodio abbiano riproposto il classico western canterino che ci avevano già fatto notare in Ave, Cesare!

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    1. Si un po’ più piatto, ma mi è piaciuto per via dell’umorismo nero che mi compra sempre ;-) La diligenza è un topoi classico dai tempi di John Ford, Tarantino e i Coen lo sanno bene. A questo proposito si parla sempre della onniscienza del primo nei confronti dei generi anche più sconosciuti, ma anche i fratelli del Minnesota non scherzano mica, solo che lo sfoggiano meno secondo me ;-) Cheers

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