lunedì 5 novembre 2018

Apostolo (2018): La prossima volta possiamo ambientarlo in Indonesia?


Penso ci siano due modi possibili per approcciarsi da “Apostolo” il primo: "Minchia su Netflix c’è il film nuovo di Gareth Evans regista di quello stra-mega-capolavoro di “The Raid” (2011) devo vederlo tipo IERI!" (musica Heavy Metal in sottofondo). Il secondo modo, invece, è questo: "Cosa sarà questa nuova proposta del popolare canale di streaming?" (musica da camera in sottofondo). Ve lo dico subito: anche se è quello che sento a me più affine, il primo modo, è quello sbagliato.

Per i due che avessero passato gli ultimi quindici anni in una caverna su Marte. Gareth Evans è un Gallese che ha pensato bene di andare a rivoluzionare il cinema action contemporaneo trasferendosi in Indonesia e grazie a stuntmen senza nessuna di paura di morire sul set ha diretto IL capolavoro noto come “The Raid” (2011) per poi aggiungere anche un ottimo seguito, non seminale come il primo, ma comunque molto bello, ovvero: “The Raid 2: Berandal” (2014). Mentre il mondo era con il fiato sospeso aspettando solo la data d’uscita del terzo capitolo, Evans ha annunciato questo “Apostle” prodotto da Netflix, una cosetta in costume su un pazzo culto religioso. Che fai non lo guardi? Se non possiamo fidarci di Gareth Evans di chi possiamo fidarci? Dài!

"Posso avere un alleluia per il nostro fratello Gareth?" , "Alleluia!".
Come si fa a passare da l’action con Indonesiani votati alla morte ad un horror in costume? I segni c’erano, perché tra un “The Raid” e l’altro, nel 2013 Gareth Evans ha co-diretto insieme a Timo Tjahjanto, il segmento “Safe haven” nel film “V/H/S/2”, la cosa migliore di tre film della serie “V/H/S”, senza ombra di dubbio.

“Safe haven” era la storia di un tizio che s'infiltrava in un culto guidato da un santone, solo che tutto degenerava in azione a rotta di collo, sangue senza tirar via la mano e un ritmo che ti faceva venire il fiatone anche se eri seduto comodo in poltrona a guardare il film. Quindi, Evans, bisogna dirlo, sta in fissa con i film d’azione e i culti religiosi, il problema è che “Apostolo” non somiglia alla versione estesa di “Safe haven”, anzi lascia intuire che forse tutta la follia contenuta in quel corto, era più farina del sacco di Timo Tjahjanto che del regista galllese, considerando che il suo “The night comes for us” sta per arrivare, prossimamente su queste Bare, non è nemmeno così difficile giungere a questa conclusione.

Ditemi che nel sacco è nascosto Yayan Ruhian, vi prego.
Nel 1905 un uomo di nome Thomas Richardson, fatto a forma di Dan Stevens (il biondo di Legion), viene spedito come Jena Plissken su una sperduta isola della Gran Bretagna, con il compito di salvare la sorella rapita da un bizzarro culto religioso guidato da un carismatico leader, il Profeta Malcolm che ha la barba e lo sguardo da pazzo di Michael Sheen. Insomma, parliamoci chiaro: il cast è interessante ed io considero “The Wicker Man” (1973) oltre che uno dei più grandi capolavori della storia dell’horror che siano mai stati diretti, uno degli apici dell’Inglesicità nel mondo (secondo voi ho inventato una parola? Bah, facciamo finta che esista). Evidentemente, Evans ha voluto riprendere i contatti con la nativa Albione e cimentarsi nella sua personale versione di un classico, il che, lo ammetto, mi può anche stare molto bene.

Il problema di “Apostolo” è che dura 130 minuti e ve lo dico: si sentono tutti sulla gobba. Un film molto dialogato quindi, anche troppo dialogato, che ci mette parecchio ad ingranare e quando lo fa, forse non è la mazzata data con maglio perforante sulle mandibole che sarebbe stato lecito attendersi da Gareth Evans, forse il modo migliore per godersi questo film è iniziare a guardarlo solo con l’intenzione di godersi un Horror in costume con il tizio di Legion.

“La prossima volta, mandate Iko Uwais a salvarla, lui ha esperienza con questo tipo di cose”.
Sì, perché i pareri su “Apostle” parlano di una violenza inaudita che il più delle volte, però, è suggerita più che mostrata, ci sono croci arroventate, coltelli utilizzati in modo libertino e una grosso cavatappi che viene utilizzato per cavare tutto, tranne che i tappi, però quasi sempre l’atto non viene mostrato e spesso nemmeno le conseguenze di esso, il che è assurdo, perché è la negazione di quanto Evans aveva fatto con “The Raid”, ovvero mostrare i colpi, controllando gli spazi in maniera ottima per mostrare le conseguenze, che lì volevano dire un sacco di Indonesiani rimasti a terra doloranti.
“Apostolo” crea tutta una premessa che viene abbastanza disattesa dal resto del film, ma mi viene da pensare che questo accada in maniera piuttosto casuale, perché il viaggio di Dan Stevens con cuccioli di mucca sacrificati malamente per il volere della Dea, lascia davvero intendere che il ragazzo (e sua sorella) si siano ficcati in un nido di vespe da cui sarà davvero un bordello uscire.

Michael Sheen si conferma bravissimo, perché la storia gli affida il ruolo del predicatore pazzo, quello carismatico in grado di guidare le masse e lui non si limita ad interpretarlo strabuzzando gli occhi e agitando le mani, ma riesce davvero a costruirci attorno un personaggio sfaccettato che va oltre i monologhi e i sermoni apocalittici. Ecco, peccato che poi “Apostolo” non sia tutto pesche e crema, anzi, ha anche svariati problemi.

Evans s'impegna molto a gestire trame e sottotrame tenendo il filo di ognuna di esse, lui sì, per noi spettatori, invece, è molto più complicato seguirlo e in certi momenti (per i miei gusti anche troppi momenti) viene voglia di poter avere il suo numero di telefono per chiamarlo e dirgli: "Gareth? Ciao Cassidy, senti puoi andare avanti con questa scena? Ho capito il concetto di al cavaliere Dan Stevens non gli devi caga' er cazzo! Però devi per forza mostrarmi un tizio che fa rotolare un bicchiere sul tavolo per tipo dieci minuti?".

“Preferisci un altro dialogo di dieci minuti o ti taglio la gola?” , “Taglia taglia, soffro di meno”.
Ecco, Dan Stevens, il suo personaggio non è il “Bobby” bacchettone per cui si provava comunque empatia di “The Wicker Man”, diciamo che per facce da pazzo somiglia un po’ più alla versione del suo remake, ovvero quel capolavoro (per ragioni opposte all’originale, ma lo amo, una volta vorrei scriverne) di “Il prescelto” (2006), con questo non voglio dire che Stevens arrivi a fare le facce di Nicolas Cage (su questo gnocco minerale che ruota attorno al Sole, nessun bipede può spingersi dove può volare solo Nicola Gabbia), ma la sua prova esagerata lo fa sembrare davvero un matto, uno talmente disperato da potercela anche fare a sopravvivere ad una missione così, a patto di diventare ancora più matto.

Ed ecco perchè mi sono venuti dei mini colpi apoplettici a vedere le scene d’azione che mordono il freno in questo modo, evidentemente il non poter mostrare la conseguenza del colpo è un’imposizione di Netflix, per passare il visto censura, ma resta il fatto che in troppi momenti “Apostolo” sembra avere il freno a mano tirato. Tra dialoghi lunghi e tante sottotrame, ci sono anche momenti molto efficaci (la vecchia nutrita e il viaggetto sotterraneo di Dan Stevens, ad esempio), ma quando finisci per guardare l’orologio così tante volte, potrebbero risultare davvero troppo poco.

Forse la scena migliore del film, ma che fatica arrivarci.
Di positivo c’è che, ad un certo punto, mi è parso piuttosto chiaro che Gareth Evans abbia deciso di far saltare per aria tutte le premesse, possibilmente usando il tritolo. Sì, perché Michael Sheen che sembra il cattivo predestinato, alla fine si rivela solo parte della vicenda e Dan Stevens inizia a menare le mani e ad usare tutto quello che trova intorno a sé per cercare di portare a casa la pelle, ma quando accade potrebbe essere ormai troppo tardi per convincere buona parte del pubblico.

Bisogna anche dire che Evans non ha certo perso il tocco, ci sono un paio di momenti in cui non mancano i virtuosismi nel muovere la macchina da presa, eppure “Apostolo” sembra il fratello in costume e con secchiate di sangue di The Endless, piuttosto che un “Safe haven” di 130 minuti, insomma ci ho trovato nel buono, ma se dovessi dirvi che mi è piaciuto dovrei mentirvi.

Lucy Boynton invece è promossa, possiamo averla tipo in tutti i film?
Anche se sono piuttosto certo che chi inizierà a guardarlo riuscendo, meglio di quanto abbia fatto io, a togliersi “The Raid” dalla testa e dagli occhi, potrebbe apprezzarlo, la qualità è comunque molto più alta della media del vostro film Netflix, però niente, a me tutto questo mordere il freno, suggerire piuttosto che mostrare, anche quando chiaramente il film decide di dare un calcio agli stilemi abbandonando la strada sicura di “The Wicker Man”, mi ha lasciato abbastanza insoddisfatto.

Forse guardo troppi film violenti per rassegnarmi e non voglio nemmeno pensare al dettaglio per cui forse senza un cast e una troupe che lavora in un Paese dove ormai è chiaro, non esistono regole di sicurezza sul set, Gareth Evans sia uno un pelo più bravo della media, ma non il genietto capace con un solo film di rivoluzionare tutto il cinema action. No, no, no, mi rifiuto di abiurare la mia fede, voglio che “Apostolo” resti un apostrofo (o un apostolo?) rosso sangue, tra le parole “Ti” e “Meno” pronunciate possibilmente in Indonesiano, grazie.

14 commenti:

  1. Sono sempre lo Zio Portillo che dal cell non riesce a connettersi... Non dico parolacce perché è lunedì mattina. Pensatele voi per me.

    Concordo con la chiusa. Se ci togliamo dalla testa i lavori precedenti di Evans, tutto sommato questa pellicola si salva. Non è un capolavoro della settima arte, ma ti salva tranquillamente la serata. Ho visto di molto molto peggio con pretese molto molto più grosse.
    Sarebbe stato bello capire come questo “Apostolo” sarebbe uscito senza il gioco di Netflix...

    C’è però da dire che i due “The Raid” (il primo in particolare) c’è l’ho scolpito a fuoco nel cervello ed è impossibile scindere quell’Evans da questo. Un po’ come vedere i film con Scott Adkins (tipo “The Accidental Man”) senza pensare a Yuri Boyka che prende tutti a calci rotanti in faccia... Dura.

    In soldoni: visione consigliata ma togliendosi dalla testa gli indonesiani pazzi che si fanno malissimo. Se ci riuscite fatemi sapere come avete fatto, grazie.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Abbiamo capito che Blogger non ama i telefoni con la mela masticata. Vero, resta una spanna e mezza sopra la media degli altri prodotti targati Netflix, però non lo so, anche cercando di togliermi “The Raid” dalla testa, qualcosa mi è mancato, ci ho visto un po’ troppo freno a meno tirato, anche se in alcuni momenti la regia di Evans è solo lì da vedere, e tanto di cappello nel gestire tutte le varie sotto trame. Cheers!

      Elimina
  2. Uh, mi sa che passo... Se non vedo tahilandesi doloranti a terra non mi diverto, con Gareth :-D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi sa che fai bene, a proposito di Thailandesi doloranti, ci vediamo qui domani, porta il Lasonil :-) Cheers

      Elimina
  3. The Witch + The Wicker Man + The Village = provaci ancora Netflix!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci sta l’equazione, ma forse è più “Il prescelto” (nel senso del remake di “The Wicker Man”) in costume, ma il succo è quello, Netflix le sta provando tutte ;-) Cheers

      Elimina
  4. Per adesso passo...anche se considero anche io, il "The Wicker Man" originale del 1973 come uno dei migliori horror mai girati ed anche come uno dei migliori film inglesi tout court di tutti i tempi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cinque altissimo! Sulla questione che sia un horror unico è facile da giustificare, ma lo trovo anche incredibilmente Inglese, sposta quella storia dalla cultura Inglese e non funzionerà allo stesso modo, infatti è una delle ragioni per cui il remake (che è mitico sì, ma per le ragioni sbagliate) manca il bersaglio di un metro buono. O dovrei dire di una iarda? ;-) Cheers

      Elimina
  5. Non ho mai guardato i due The Raid, per la mia sorta di avversione per il genere, quindi magari potrei esserne salvo ed apprezzarlo... Ad ogni modo l'ho in lista, spero di riuscire a vederlo presto. Che da qui alla fine dell'anno ne escono fin troppi di film interessanti e devo ancora recuperarne qualcuno di quelli indietro quest'anno.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti quest’anno non possiamo lamentarci, a livello di uscite i titoli da vedere non mancano, poi bisognerà tirare le somme, ma almeno le “promesse” non mancano, inoltre forse sei nella condizione migliore per poterlo apprezzare in pieno. Cheers!

      Elimina
  6. Va bè, un regista ha anche bisogno di staccare e confrontarsi con altri modi (e mondi) di fare cinema, però spero che Evans non diventi un regista prolisso, già The Raid 2 aveva le sue lungaggini (perdonabilissime).
    Non so se lo recupererò, perché continuo a guardare Netflix in cagnesco.
    Bob.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo penso anche io, inoltre con “Safe Haven” aveva dimostrato di avere una fissa per i culti religiosi strambi, quindi comunque è in continuità tematica almeno. Il problema è che l’ho trovato un po’ troppo con il freno a mano tirato, fammi sapere il tuo parere ;-) In questo periodo sto guardando parecchia roba su Netflix, vado a periodi ;-) Cheers

      Elimina
  7. Ecco, qui siamo leggermente in disaccordo - e scusa il commento tardivo ma sto facendo orari improponibili.
    Sicuramente un film non perfetto ma... che stile! Che eleganza, in mezzo a tutta quella sozzeria! Evans non ci avrà dato un altro capolavoro, ma un film imperfetto di gran classe e con qualcosa da dire.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Figurati nessuno problema, sei sempre il benvenuto ;-) Mi ha deluso un po’ perché le scene di lotta (e quelle violente in generale) così spezzettate dal visto censura mi hanno fatto uno strano effetto, ma che il ragazzo sappia girare, quello non è affatto in discussione, anzi è una certezza. Cheers!

      Elimina