lunedì 23 luglio 2018

The Handmaid's Tale - Stagione 2: Cuori affamati e tempi oscuri


Ultimamente faccio una gran fatica a seguire le serie tv, trovo insopportabile l’eterno cianciare e non riesco a trovarne una davvero al passocon i nostri brutti tempi. Per assurdo, l’unica che riesco a guardare è quella che assesta più schiaffoni in faccia al pubblico, per questo, la più necessaria, proprio in virtù dei brutti tempi di cui sopra.

A livello di scrittura, non tutto risulta proprio pesche e crema in questa seconda stagione, bisogna dirlo, ci sono degli episodi che allungano un po’ il brodo e alcuni passaggi che restano misteriosi e non ben spiegati, eppure mai per tutta la stagione mi sono annoiato, lo so, questa non è un’argomentazione, è un dato soggettivo, ma su quella ci arrivo a breve, prima fatemi avvisare degli SPOILER! Così almeno lo sapete.

Offred (o Difred, se seguita la serie doppiata) fugge, per qualche tempo ritorna ad essere June, prima di venire catturata nuovamente, accade due volte nella stessa stagione, per due volte sono rimasto incollato allo schermo a fare il tifo per una Elisabeth Moss a cui basta corrugare la fronte per farti capire tutto quello che ribolle in testa al suo personaggio. La prima stagione terminava esattamente dove finiva il libro di Margaret Atwood, "Il racconto dell'ancella" (1985), da qui in poi per lo showrunner della serie Bruce Miller è stato, non vorrei dire terreno fertile, perché considerando le tematiche della serie mi sembra indelicato, diciamo una zona grigia da esplorare.

La prima puntata inizia subito forte con la scena dell’impiccagione che pare messa lì a ricordarci che begli schiaffoni è in grado di regalare questa serie, nel tentativo di espandere il mondo in cui le ancelle vivono, gli autori non fanno tutto giusto, ma dimostrano che questa serie ha ancora delle cose da dire, oppure peggio: sono i brutti tempi in cui viviamo che hanno ancora bisogno di questa serie.

Questo è l'inizio della prima puntata, tranquilli, poi peggiora.
Scrivendo della prima stagione, criticavo una mancata spiegazione sul ruolo degli uomini nel “Coraggioso nuovo mondo” chiamato Gilead, voi direte: "E' una storia che ruota attorno alle ancelle, una in particolare, che ti frega del ruolo degli uomini? Maschilista!". Eh lo so, ma in questo portatore sano di cromosoma Y, ho una deformazione che porta a farmi questo tipo di domande, inoltre sono un noto rompicoglioni, quindi prendere o lasciare.

La seconda stagione NON risponde alla mia domanda, coraggiosamente cerca di prendere le distanze dal lavoro di Margaret Atwood introducendo, ad esempio, le Colonie dove ritroviamo Emily (Alexis Bledel) e per un episodio pure Marisa Tomei, nella parte di una padrona caduta in disgrazia. Ruolo che da solo solleva più domande che altro, perché ogni volta che ti sforzi per capire quali siano le regole di Gilead, diventa chiaro che il lavoro di “World building”, la costruzione di uno scenario credibile per questa storia distopica, non è affatto buono, è proprio qui che l’elefante nella stanza ti fa “Ciao ciao” (con la proboscide), perché a “The Handmaid's Tale” interessa zero essere una serie di fantascienza, la sua missione è quella di essere la serie militante dei palinsesti americani.

“Sempre odiato andare in colonia, anche da piccola”.
Sarebbe fin troppo facile etichettarla come la serie della rivolta femminile e del movimento #metoo, anzi per me sarebbe pure riduttivo, se proprio devo dirla tutta, ma è chiaro che questa seconda stagione sostituisca volutamente le allusioni con le prese di posizioni anche esplicite, un esempio? Enorme enfasi attorno al personaggio di Eden e nemmeno una riga di dialogo sul poveretto che ci saluta insieme a lei. Ma molto più semplicemente basterebbe una domanda: "Cosa fa l’utilissimo marito di June lassù in Canada per tutta la stagione?". Ecco appunto, avete la vostra risposta.

In alcuni passaggi, la violenza pare infilata a forza nella storia per provocare lo spettatore, tutto vero, ma questo non mi ha impedito di soffrire lo stesso sul mio divano di casa durante l’episodio 2x10 (The Last Ceremony), grazie all’ideona dei coniugi Waterford per provocare il travaglio: coniugi Waterford mille grazie di cuore, eh? A buon rendere!

Ho sempre preferito tuo fratello Ralph anche prima... 'Stardo.
La dico fuori dai denti perché fino a questo punto sono stato fin troppo signore, se presa di posizione dev'essere che lo sia come si deve, The Handmaid's Tale poteva diventare un santino del movimento #metoo, d’altra parte mentre questa seconda stagione veniva scritta, il movimento raggiungeva il suo apice, sarebbe stato facile cavalcare l’ondata ed accontentarsi del suo ruolo, dicendo l’equivalente di cose tipo «Brutto Weinstein! Cattivo Weinstein!», quello che fa, invece, “The Handmaid's Tale” è l’equivalente di quello che faceva Peter Finch in “Quinto potere” (1976) per prima cosa s'incazza e poi viene a vedere quanti sono disposti a seguirlo, in tal senso è l’esatto opposto della seconda stagione di Tredici, quella davvero è una palla senza più nulla da dire.

No, “The Handmaid's Tale” ha ancora delle cose da dire perché sarebbe uno spreco perdere l’occasione e non fare niente, June è un personaggio davvero troppo riuscito per lasciarlo andare, un’icona di resistenza umana a cui ogni volta che qualcuno dice «Sia Benedetto il frutto», con le parole risponde «Possa il Signore schiudere», ma con lo sguardo dice «Vaffanculo!» e proprio per questo bisogna solo essere felici se Bruce Miller e soci sono riusciti a trovare un modo sensato per portare avanti la storia.

Uno sguardo vale più di mille vaffanculo.
…Ora che ci penso per altro, questo Sia Benedetto il frutto/Possa il Signore schiudere è la versione pettinata e ordinata di una roba da osteria che terminava con “…Che Dio la benedica”. Ok, fine della riflessione colta, torniamo alla serie!

Negli ultimi tre episodi la serie sale di colpi e non prende più prigionieri, il personaggio di Serena Joy (Yvonne Strahovski, davvero bravissima alle prese con un personaggio facile da odiare per il pubblico) capisce che potrai anche vestire il blu anzichè il rosso, ma in questo coraggioso nuovo mondo una donna deve stare comunque al suo posto, anche se si ha ancora un cognome ed è Waterford. Tutte le contradizioni del personaggio nel finale vengono fuori, mentre quella che si conferma una combattente è proprio June.

Senza cromosoma Y, nemmeno il blu può tenerti fuori dai guai.
L’episodio 2x11 (Holly) potrebbe essere da solo il finale di stagione, penso che sia impossibile non fare il tifo per lei vista la sua condizione e se il celebre pezzo di Tom Petty era un gran utilizzo di musica fuori contesto (nel finale della prima stagione), qui davvero si superano, dopo anni senza poter leggere, scrivere o ascoltare musica, il primo pezzo che June sente è “Hungry Heart” di Springsteen, si spara ai pesci in un barile lo so, perché colpire al cuore uno Springsteeniano come me con un pezzo del Boss è facilissimo, ma la scena in sé è pazzesca perché le prime parole cantante che June sente dopo anni di silenzio sono quella che riassumono la piega presa dalla sua vita (“Got a wife and kids in Baltimore Jack / I went out for a ride and I never went back"), infatti spegne la radio, spara un vaffanculo è da quel momento in poi quella con l’Hungry Heart è lei.

Miglior singola scena di una serie tv dell’anno, anche se non siete Springsteeniani.
Questo ci rimanda dritto filato a quel finale lì, in cui da spettatore pensi: "Beh dai è fatta, ora va", invece no, cappuccio in testa, più per protesta che per la pioggia e i Talking Heads che prendono il testimone da Tom Petty per concludere la stagione, il lavoro di June e di questa serie non è ancora finito, a Gilead e non solo, ci sono ancora troppe cose che fanno incazzare e non possono lasciare indifferenti e non fatemi usare la solita banalissima frase sul fatto che non ci sia all'inferno una furia peggior di, dai su, molto meglio David Byrne che parlava di ridurre in cenere la casa.

Funziona tutto alla perfezione in questa seconda stagione di “The Handmaid's Tale”? Magari no, ma non esiste una serie più necessaria di così in questo momento, proprio ora che in troppi pensano di essere migliori di altri solo per diritto di nascita, Nolite Te Bastardes Carborundorum resta in voga, anche perché continuo a pensare che il compito dell’arte sia anche quella di far riflettere e ditemi che non abbiamo un gran bisogno di gente che il cervello lo usa in tempi come questi.

Burning down the house Gilead.

12 commenti:

  1. Non ho letto nulla! Non ho letto nulla! NA-NA-NA-NA! (mentre con le mani si tappa gli occhi)

    Oggi un saluto al volo perché questa devo guardarla assolutamente senza spoiler. Anche se, per me, questa seconda stagione non si doveva fare. A domani!

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    1. Secondo me invece è molto necessaria, ma mi saprai dire quando l’avrai vista ;-) Cheers

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    2. OCCHIO CHE CI SONO SPOILER! IO VI AVVISO, NON LEGGETE SE NON AVETE VISTO LA SERIE!

      Finita con molta, moltissima calma ieri sera. L'ho fatta durare il più possibile centellinando gli episodi per due motivi. Il primo è che è una serie fantastica. Non ci credevo molto in questa seconda annata, avevo paura che intaccassero la prima, formidabile, stagione rovinando tutto quanto. Felicissimo di essermi sbagliato visto che per per tematiche, storie e interpreti si conferma la miglior serie prodotta negli ultimi anni. C'è una Elizabeth Moss che si conferma attrice grandisosa. Sa trasmettere emozioni quali rabbia, frustrazione o dolcezza solo con gli occhi (le scene con le figlie sono strazianti!). Ma se è facile accorgersi della Moss/June/Difred, chi è stata una piacevolissima sorpresa è la Strahovsky/Serena/Signora Waterford (e aggiungo Miranda Lawson! Solo "occhi a cuoricino per lei") in un ruolo appena appena complicato. Ma giusto un filo eh! A memoria non ricordo un personaggio che si odia così forte come si odia quella figlia di putt@na di Serena Joy ma contemporaneamente si prova una compassione infinita per il suo ruolo di moglie sottomessa e completamente in balia del marito. Come non si fa a non stare male per lei quando viene frustata a sangue dal Comandante? Ma orgogliosa e convinta trattiene le lacrime, rifiutando il sostegno di Difred. Poi ridiamo di lei quando il parto va a vuoto e infine la prenderemmo a calci in bocca per quello che fa all'ancella nell'episodio migliore/peggiore dell'anno: "L'ultima Cerimonia". Ma proprio all'ultimo ti sorprende ancora e ti fa sperare che pure per lei esista redenzione. Bravissima Yvonne! Dare sfumature ai vari personaggi secondari tipo Zia Lydia o Luke è stato il tocco da maestro di Bruce Miller. Ma se la costruzione dei personaggi è decisamente il suo forte, non si può dire che il "world building" sia il suo forte. Non è fondamentale, ma un po' di chiarezza su Gilead e sul resto del mondo non guasterebbe.

      Il secondo motivo perché l'ho tirata così a lungo è perché dopo alcuni episodi (tipo il famigerato n.10, "L'Ultima Cerimonia") io e la mia compagna abbiamo avuto bisogno di qualche giorno di stacco. Troppo dura continuare la visione perchè è una serie talmente pregna di significati e di emozioni che non riesci a non stare male per ciò che succede alla protagonista.

      I difetti, come dice il buon Cassidy, ci sono (ambientazione faragginosa a parte). Alcuni episodi sono un po' diluiti (tipo quelli alle colonie o la fuga iniziale di Difred un po' troppo lunga, giusto per citarne un paio a caso), altre sottotrame sono cacciate dentro a forza (tipo l'attentato esplosivo), ma nonostante tutto non ci si annoia mai. Forse 10 episodi sarebbero stati la lunghezza perfetta. Però la serie inizia con un pugno forte allo stomaco, continua stritolandoti le palle e finisce prendendoti a calci di punta sugli stinchi. Fa tutto male. E' dolorosa, cattiva, fastidiosa ma anche meravigliosa e poetica. Per distacco, miglior serie degli ultimi anni.

      Da vedere assolutamente.

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    3. Felicissimo che ti sia piaciuto e grazie per il commento, super come sempre! ;-) Cheers

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  2. L'anno scorso mi ero perso la prima stagione e mi ero ripromesso di guardarle entrambe al termine della seconda. Ora non ho più scuse... Ma magari la comincio a Settembre!

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    1. Altamente consigliata, per me è una delle migliori serie in circolazione, sono curioso di conoscere il tuo giudizio ;-) Cheers

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  3. Ma scusa, in italiano cambiano nome al personaggio?
    Comunque, io ancora non vedo la prima serie ma sono fan del film b-movie anni '90 che adoro da quando son piccolo. Non sapevo che addirittura la prima stagione terminasse dove finisce il romanzo... interessante!

    Moz-

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    1. Si esatto, ma anche nella traduzione del libro hanno fatto lo stesso, so che può sembrare un po’ strano ma mi è parsa una scena lessicale corretta, per sottolineare la questione della proprietà ben illustrata da Zio Portillo qui sotto. Ma sai che è da quando ho scoperto l’esistenza del film che vorrei vederlo? Quasi quasi mi sparo pure quello, chissà se riesco a scovarlo da qualche parte ;-) Cheers!

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  4. No, il nome della protagonista è uguale. Solo che la società distopica in cui la storia è ambientata costringe le donne a essere di proprietà di un uomo potente. Alla protagonista è toccato Fred. E quindi il suo nome è Difred (proprietà “di Fred”) che in inglese è Ofred (property “Of-Fred”).

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    1. Quella volte che sarebbe meglio sperare in un padrone di nome “Fence”, se non altro per ritrovarsi con un nome che suona figo. Ora che ho detto la mia caSSata posso tornare nella mia cripta :-P Cheers

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  5. Non ho letto per niente, comunque io spero sia all'altezza della prima ;)

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    1. Magari non funziona tutto, però secondo me è assolutamente da vedere, anzi, vorrei subito la stagione numero tre ;-) Cheers

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