venerdì 22 dicembre 2017

Elle (2016): Guanti di velluto (da boxe)


Mi sembra l’altro giorno che ho iniziato questo giro della morte con la Bara Volante ed ora che cielo e terra sono tornati al loro solito posto, quasi mi spiace imboccare la pista d’atterraggio, benvenuti all’ultimo capitolo della rubrica… Sollevare un Paul Verhoeven!

In realtà, ho un po’ barato (avete capito? Barato perché… Ok, la smetto!) tra il successo di Black Book e l’ultima fatica di Verhoeven “Elle” c’è un altro titolo di messo “Steekspel” (2012) che, però, non sono riuscito a reperire, uscito un po’ in sordina probabilmente solo in Olanda, me lo tengo nel taschino, chissà che in futuro non possa aggiungersi a questa rubrica, nel dubbio “Elle” è davvero il modo miglior per concludere questa rassegna dedicata a Polveròn.

Sì, perché analizzando una filmografia si finisce sempre a parlare dei titoli più moderni che tante volte sono lontani dai fasti del passato di un regista, invece “Elle” come molte cose nella carriera di Verhoeven, segue una strada tutta sua e mi permette di concludere con una storia di trionfi, due Golden Globe come miglior film e come miglior attrice che ricordano anche a quelli che necessitano di premi per certificare il talento che Verhoeven è stato dato per disperso troppo presto, invece è vivo, vegeto e pure bello pimpante.

“Elle”, oltre ad essere il diminutivo della protagonista Michèle (Isabelle Huppert) in Francese vuol dire “Lei”, gioco di parole che pone subito l’attenzione sulla protagonista, ma se dovessi dirvi cos’è “Elle” in una manciata di parole, io direi che è un guanto di velluto. Morbido, elegante, ma non per questo se qualcuno ti schiaffeggia con la mano che sta dentro il guanto fa meno male, al massimo ti lascia con una sensazione strana sulla faccia, una roba tipo: “Ma mi ha colpito?” o ancora meglio “Cos'ho appena visto?”, un'elegante carocchia in pieno volto di cui cominci a sentire gli effetti solamente dopo i titoli di coda.

"Questa sarà ottima da lanciare contro gli spettatori".
Tratto dal romanzo di "Oh..." (2012) di Philippe Djian, “Elle” è un soggetto che Verhoeven avrebbe voluto dirigere negli Stati Uniti, problema, nemmeno piccolo: dove la trovi un'attrice di Hollywood disposta ad accettare un ruolo tanto complicato? Esatto, non la trovi, l’unica che per stessa ammissione di Verhoeven, era disposta a rischiare perché è davvero senza paura era Jennifer Jason Leigh che sarebbe stata perfetta anche in quanto vecchia conoscenza del nostro Paul, ma ritenuta un nome non abbastanza grosso dagli studios americani. Poco male, si va tutti in Francia, Paese dall’enorme tradizione cinematografica, sfida che Verhoeven accetta con il suo solito piglio.

Polveròn si cala nell’esperienza di dirigere film in Francia in pieno, cast di attori e tecnico sono tutti quasi tutti transalpini, tranne il montatore del film Job ter Burg che fa un lavoro elegantissimo. Per superare i problemi linguistici e poter dirigere i suoi attori nel modo più naturale possibile per loro, Verhoeven ripassa il Francese, forte del fatto di aver passato qualche tempo in una scuola parigina da ragazzo, non so quanto tempo quel discolo in libertà in terra francese abbia davvero passato a studiare (immagino non troppo), ma questa storiella dovrebbe dirvi tanto di che razza di cervello sta nel cranio dell’Olandese.

Avete presente la famosa storia dei primi cinque minuti di un film di cui parlo sempre? Ecco, “Elle” inizia con la protagonista che sotto gli occhi del suo impassibile gatto, viene violentata in casa sua da un tizio vestito da Diabolik. Pronti? Via! Subito una scena di stupro. Grazie Paul, con questa rubrica mi hai dato un sacco di botte da questo punto di vista.

"Tranquilla Isabè, questa è solo la prima scena del film, dopo iniziamo a fare seriamente".
Michèle raccoglie i cocci, si fa un bagno per cercare di lavare via la violenza e la schiuma della vasca si macchia di rosso sangue che la protagonista nasconde subito come a voler occultare i fatti e, a proposito della vasca da bagno, lasciatemi l’icona aperta che più avanti ripasso.

Elle è una donna moderna, non avrebbe nessun problema a chiamare la polizia e a denunciare il mascherato aggressore, d’altra parte a cena con gli amici, ammette candidamente di essere stata violentata come se non fosse niente, costringendo l’amante Robert (Christian Berkel già visto in Black Book) a rimandare il brindisi, in una scena di nerissimo umorismo (“Aspetti prima di stapparla").

"Facciamo un brindisi, yuppi-du come mi diverto...".
Michèle è a capo di una casa di produzioni di videogiochi e come molte donne nel mondo del lavoro, per ricoprire un ruolo di comando, è costretta a comportarsi come e pure peggio degli uomini, infatti la vediamo sbraitare che vuole più sesso e violenza nelle animazioni dei videogames, mentre tiene in riga una banda di programmatori che hanno circa l’età di suo figlio. Trovo significativo che per difendere la sua arte, ad un certo punto, Elle pronunci la frase «Sembra che abbiano paura del sesso», difficile non pensare proprio a Verhoeven e al contenuto di tutto il suo cinema.

La faccenda si complica quando l’ammiratore mascherato (se così vogliamo chiamarlo) di Elle si fa sempre più invadente, introducendosi in casa sua e tornando a farle delle visite di certo non di cortesia ed è qui che il film piazza il suo primo colpo: Michèle non fa niente per evitare le aggressioni, in mano ad un altro regista “Elle” sarebbe scivolato velocemente nel cliché della fantasia da stupro, una cazzata maschilista e retrograda che, per fortuna, non ha alcuna cittadinanza nel film e nella filmografia di Verhoeven che, come suo solito, qui non moralizza, lavora nelle zone grigie che stanno tra il giusto e il palesemente sbagliato per raccontarci una storia che, alla faccia della dura scena d’apertura (una delle tante del film), in un certo senso, è quasi ottimista, anche se ti gonfia di schiaffoni per tutti i suoi 130 minuti di durata.

Non ho idea come se la sarebbe cavata Jennifer Jason Leigh in un ruolo così, sicuramente bene, ma per nostra fortuna non avremmo mai il dubbio, perché Isabelle Huppert è veramente fenomenale, già musa di Claude Chabrol e Michael Haneke qui l’attrice francese è davvero perfetta nel caratterizzare un personaggio che punisce il mondo con i suoi sguardi scuri, nascondendo turbamenti dietro una faccia da Monte Rushmore.

"Tu com'è che ti chiami? Cassidy? Mi stai sulla palle pure tu".
Importa davvero pochissimo che la Huppert non sia bionda come tante delle protagoniste Verhoeveniane, davvero, fotte una sega, perché Elle è davvero la continuazione di un discorso su personaggi femminili forti consapevoli della loro femminilità iniziato prima in patria con filmoni come Il quarto uomo e continuato successivamente negli Stati Uniti. La Huppert, da parte sua, si presta sempre benissimo a questo tipo di ruoli dalla sessualità esplicita e spesso tormentata e ci restituisce una “Lei” reale e credibile che, per fortuna, non fa davvero niente per risultarci simpatica a tutti i costi, ma ci si affeziona comunque al suo destino e al suo tormentato arco narrativo. Ci voleva un’attrice senza paura per una parte così e il regista giusto per farla brillare.

La reazione di Michèle alla violenza può sembrare anomala come il rapporto che intreccia con il suo violentatore, ma, come detto, l’ottimismo qui brucia sotto le ceneri di un film dall’umorismo nerissimo, sì perché, in realtà, Elle sfrutta gli "incontri" con il suo aggressore per fare un lavoro interiore su se stessa, per tornare all’origine del suo trauma, quella che la resa l’algida stronza per la quale, però, viene naturale tifare.

"Come lo dite voi dare calci nella palle in francese?".
Verhoeven ci racconta il passato di Elle, il suo tormentato rapporto con un padre pazzo e violento, che con le sue azioni di crudeltà insensata ha rovinato la vita della figlia per sempre, in un solo giorno maledetto, Michèle si è ritrovata marchiata dalla lettera scarlatta dell’essere la figlia del mostro, un ruolo che lei, traumatizzata dai gesti del padre non ha mai fatto nulla per nascondere, prendendosi per tutta la vita insulti e offese che non merita, in quanto la sua unica colpa è quella di essere la figlia di un locale Charles Manson.

Questo l’ha resa una donna insensibile, lo stupro che subisce in casa è drammatico nella realistica messa in scena, ma, di fatto, è solo un’altra pietra nel muro (come avrebbero detto i Pink Floyd) che la donna ha eretto contro il mondo, la sua prima violenza, non fisica, ma emotiva Elle l’ha subita dal padre e da allora non si è mai volutamente ripresa, finché le visite di un Diabolik erotomane non le hanno offerto una via d’uscita.

Michèle è diventata insensibile a tutto, quindi anche al sesso che, ovviamente, non manca mai nei film di Verhoeven, anzi è il vero barometro di tutti i suoi personaggi, basta vederla a letto con l’amante (Christian Berkel) che si finge morta per capirlo e quello (scemo) dimostra pure di apprezzare!

"Questo è il blog di cui le parlavo, La Bara Volante", "Mi fa schifo cancellalo dai server".
Quando la donna provoca involontariamente la morte dell’odiato padre, allora la sua vita ricomincia, Elle comincia a fantasticare una soluzione diversa al suo stupro, in cui è lei a trionfare, ma soprattutto raggiunge finalmente un liberatorio orgasmo che mancava evidentemente da anni e che lascia basito persino il violentatore mascherato che vede la donna godersi il momento senza nemmeno bisogno di lui, povero sfigato.

Stranamente il film non è stato accusato quasi di niente, non sono arrivate le solite accuse di fascismo, di maschilismo o di misandria, anche perché non solo avrebbero avuto meno senso del solito, ma Verhoeven non spende nemmeno un minuto a sminuire gli uomini, non ne ha alcun bisogno, ha un’intera filmografia in cui ribadisce che per lui le donne sono in tutto e per tutto superiori ai maschietti che, come sempre, per Verhoeven sono ridicoli e grotteschi, schiavi dei loro (Basici) istinti.

Attorno ad Elle ruotano una serie di maschietti uno più pirla dell’altro, il figlio è un “Servo della gleba” (per dirla come avrebbero fatto gli Elii) talmente rincoglionito da una biondina che nega persino l’evidenza quando quella partorisce un figlio (nero) dicendo che "sì sì, sei tu il padre!".

"Signora dovrebbe sparare alla testa del bersaglio non all'inguine", "Zitto, è una metafora".
I suoi colleghi sono dei ragazzini incapaci di approcciarsi ad una donna vera e sicura della sua sessualità come Elle, l’amante come già citato è un altro gran fenomeno, mentre l’ex marito un omino da niente che ancora la ama, ma non ha avuto problemi a prenderla a sberle per futili motivi, a questa banda di fenomeni aggiungete il violentatore che in mezzo a tutti è soltanto patetico nel suo essere convinto di avere il controllo, di essere lui quello dominante della coppia.

Visto che la protagonista è Isabelle Huppert, durante la visione mi risulta impossibile non pensare ad un altro film dalla sessualità esplicita e disturbata interpretato dalla Huppert, sto parlando de “La pianista” (2001) di Michael Haneke, quindi lasciatemi riprendere quell’icona lasciata aperta lassù relativa, mi era rimasta una vasca da bagno sulle spalle e vi assicuro che pesa dover scrivere con sto coso di ceramica in groppa.

Ora se avete visto il film dell’ALLEGRISSIMO Haneke (e lo dice uno che apprezza farsi prendere a calci dai suoi film, sul serio) ricorderete di certo il finale di quel film, una scena bella tosta in cui la Huppert sanguina nella vasca da bagno, vi risparmio i dettagli perché mi viene già voglia di portarmi le mani all’inguine per la sofferenza, però l’allegrone Austriaco conclude l’arco narrativo della sua protagonista nell’unico modo che conosce: con la tragedia e uccidendo la speranza nel modo più crudele possibile.

Cambio di regista, stessa vasca da bagno.
Verhoeven fa sanguinare la Huppert nella vasca da bagno anche lui, ma all’inizio del film e poi offre alla sua protagonista la possibilità di uscire dall’incubo che vive da un'intera vita e lo fa usando il sesso (in questo caso violento degli stupri) come modo per scavare dentro se stessi nel tentativo di trovare il modo per risolvere l’irrisolto paterno e trovare una via per tornare a “Sentire” qualcosa, un modo per trasformare la più drammatica delle circostanze in un evento positivo, cavare fuori il bene dal male, il tutto, senza nemmeno disdegnare quello che per Hanake è vietatissimo, ovvero un po’ di ironia.

Un'ironia nerissima, un cinismo che somiglia molto a quello di Elle con cui Verhoeven ci fa, però, ridere di certe situazioni, il parto del figlio nero, le situazioni grottesche che vedono protagonisti questi stupidissimi maschietti, il tutto senza certo mandarle a dire e senza nemmeno dimenticarsi l’ossessione di Polveròn per la religione.

"Perfetta! Così ci scomunicano di sicuro, va benissimo!".
Un dettaglio su cui mi sono ritrovato a riflettere a film molto terminato, proprio perché “Elle” è un guanto di velluto che ti fa sentire la guancia bruciare a distanza di tempo: Elle durante la cena di Natale si prende gioco del messaggio festivo di Papa Francesco trasmesso alla televisione e per essere proprio sicuro che il messaggio arrivi forte e chiaro, l’identità del violentatore (che è volutamente la NON sorpresa del film) ci viene rivelata mostrandolo alle prese con delle enormi statue del presepe, anzi, a dirla proprio tutta, un personaggio in particolare che, per certi versi, mi ha ricordato il Cattolico di Black Book, proprio con il suo fanatismo religioso giustifica, non agisce e di fatto dà il via libera al male che Elle subisce, restituendoci così un violentatore che in davvero poco spazio di tempo, passa dall’essere lo spauracchio nero (vestito) della protagonista, ad un uomino da niente, uno sfigato incastrato nei precetti della sua religione e di un perbenismo di facciata. Tutta roba non urlata, suggerita, ma molto chiara, ribadisco: essere presi a schiaffi con un guanto di velluto.

In tutto questo, Verhoeven è fantastico, si muove agilmente tra scene di umorismo nero, momenti violenti e crudi nel loro realismo, ma anche scene vive, attive, di genuino sesso in cui tutto sembra prendere vita, persino le finestre della casa di Elle che, pure loro, sembrano tutte in fermento.

La casa dalle finestre che ehm... Vabbè lasciamo perdere!
Da vero pirata dei generi cinematografici Verhoeven impone al film il passo giusto, se con una mano porta in scena la rivelazione sull’identità dello stupratore più prevedibile di sempre (anche perché non è poi così importante ai fini della trama), con l’altra si diverte a risolvere in maniera anticlimatica i passaggi chiave (la morte del padre di Elle), per poi mostrarci alla grande le reazioni della sua protagonista. Un pesce che sguazza a suo piacimento nelle zone grigie, del tutto privo di moralismo, ma armato di grande cinema.

Ho trovato “Elle” un film bellissimo che ci restituisce in modo chiaro, un autore che troppo spesso è stato sottovalutato o dato artisticamente per defunto, un film che ti fa riflettere a fine visione per elaborare le immagini appena viste: una serie di schiaffoni guantati che bruciano a scoppio ritardato, proprio per questo, forse, ha sollevato più giudizi positivi che il clamore e i polveroni che non mancano mai con i film di Paul Verhoeven.

Sì, perché il nostro Olandese preferito non può fare un passo senza sollevare un polverone e sapete chi altro fa così quando si muove? I giganti. Ecco, Verhoeven è sicuramente un gigante del cinema, è stato un enorme piacere poterlo omaggiare su queste pagine.

"Abbiamo finito Cassidy? Mi tieni in ostaggio da settembre posso tornare a casa?".
La rubrica è finita! Scrollatevi la polvere di dosso e andate a casa, ma prima permettetemi di ringraziarvi, non ero sicuro che questa rubrica avrebbe potuto funzionare, ne ero certo! Infatti, vi siete confermati dei lettori attenti e curiosi, grazie per avermi dato la possibilità di divertirmi un sacco esplorando la filmografia di un regista che prima di questa rubrica conoscevo e apprezzavo solo la metà di quanto merita. Muchas gracias!

22 commenti:

  1. mi è piaciuto moltissimo, uno dei migliori film dell'anno questo senza ombra di dubbio ^^

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    1. Lo penso anche io, mi è piaciuto molto, alla faccia di chi dava Verhoeven per spacciato ;-) Cheers

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  2. Orca, giuro che non avevo mai sentito citare questo film: possibile che Paul mi passi così, sotto il naso?
    Grazie per tutte le dritte e già mi manca questo ciclo: chissà il nuovo anno che ciclo ci porterà :-P

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    1. Pensa che proprio grazie a questo "Elle" mi sono detto: Hey, ma ho un sacco di film di Verhoeven che non ho mai visto, quindi, eccoci qua ;-) Ti ringrazio molto, mi sono divertito, ora un po' di pausetta per le feste e poi ripartiamo forte, ho già un sacco di idee (e post da scrivere!) per il 2018! ;-) Cheers

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  3. Appena prima di vederlo incontrai un amico che commentò "fa ridere tantissimo". Con mia sorpresa aveva ragione lui. Tra uno sganassone e l'altro si ride tantissimo. Menzione per il momento più disturbante al colloquio finale con la moglie dell'ominicchio.

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    1. Ho addirittura pensato che Verhoeven abbia voluto mettere la scena della vasca, proprio per mostrare ad Haneke che si può usare anche l'umorismo, nerissimo ma umorismo. Concordo, quell'ultimo scambio di battute è tremendo, quello è davvero lo schiaffone guantato che inizia a bruciare dopo i titoli di coda. Cheers!

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  4. Buon Natale e Buon Anno nuovo

    Rdm

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    1. Auguri anche a te, ma avremmo ancora modo di farci gli auguri, fino al 24 ho ancora una tradizione da portare avanti ;-) Cheers!

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  5. Pezzo da applausi per uno dei film più belli di quest'anno! Il modo in cui riesce a sorprendere in ogni scena, spiazzare lo spettatore con un'intelligenza e un rigore così rari nel cinema contemporaneo è quasi commovente. Oltre a non prendere per stupidi gli spettatori, e a dare loro qualcosa di completamente diverso da quello a cui sono abituati. Sono contento che finalmente la carriera di questo autore venga rivalutata come merita

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    1. Lo penso anche io un film che mi ha permesso di concludere una rubrica dedicata ad un autore con una nota positiva ;-) Davvero un film che non tratta il pubblico come idiota, hai detto bene, ho adorato le svolte, spesso volutamente anti spettacolari ma efficacissimi, ti ringrazio molto ;-) Cheers

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  6. Adesso tu Cassidy lo devi intervistare quest'uomo. In esclusiva la Bara Volante che intervista l'Olandese Volante!

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    1. la Bara Volante intervista l'Olandese Volante... Dove devo firmare? Ho accumulato un sacco di domande nel corso di questa rubrica, ecco lo sapevo che avrei dovuto scrivere i post in Olandese, metti che poi Paul passa da queste Bare ;-) Cheers!

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    2. Google Transa e fai una sezione apposita. Arriverà certamente a dire: ma che olandese è questo? e tu lo blindi (mi era uscito il typo tu lo "blondi" che ci sarebbe andato bene visto la sua predilezione per le bionde).

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    3. Eheheh lapsus Verhoviano ;-) Mi hai dato un ottima idea, adesso cambierò dominio questo blog non sarà più La Bara Volante ma De Vliegende Kist.it anzi .nl ;-) Cheers

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    4. Ha ha così sfuggi anche a Elle che ti vuole cancellare il blog dal server!

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    5. Esatto! Cambiare dominio è un vecchio trucco con cui non si sbaglia mai ;-) Cheers

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  7. Una delle tue migliori recensioni, concordo su tutto. E pensare che quando mi ero approcciato a questo film non sapevo manco fosse del caro Paul; per me è stata una bellissima sorpresa! Saluti!

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    1. Ti ringrazio moltissimo, per varie ragioni mi sono preso una settimana tra la visione e la scrittura, per fortuna perché è un film ad effetti ritardato, se avessi dovuto scriverne subito, non so cosa avrei fatto! Grazie ancora ;-) Cheers!

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  8. Film che non ho mai visto ma dopo questa bellissima recensione non posso fare altro che recuperalo!
    Ottima conclusione per un’ottima rubrica. Complimenti Cassidy!

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    1. Te lo consiglio caldamente, penso proprio che ti piacerà. Grazie mille davvero troppo gentile! Cheers

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  9. eletto miglior film del 2017 dal Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici Italiani, non so se hai sentito...

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    1. No non ho sentito, grazie per la notizia, non posso che essere felice, è un gran film si merita tutti i premi ;-) Cheers!

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