martedì 25 luglio 2017

American Gods - Stagione 1: Storie di Dei migranti


Se non lo sapete già ve lo dico a chiare lettere: qui si vuole tanto bene a Neil Gaiman, amichevolmente ribattezzato come “L’uomo meglio vestito della storia dei comics”, quindi ero molto curioso di godermi l’adattamento del suo premiato ed amatissimo romanzo American Gods.

Specialmente per una ragione fondamentale: la presenza di Michael Green (quello di Logan) e soprattutto di Bryan Fuller come showrunner della serie, se per caso guardandola vi siete stupiti di quanto fosse esteticamente patinata e visivamente curatissima, è solo perché non guardavate quella bomba di Hannibal, tolta prematuramente all’abbraccio dei suoi fan… Stramaledetti!

Non ho davvero niente da dire, Bryan Fuller si conferma l’uomo giusto per questa serie, non solo perché ha saputo portare la stessa qualità di “Hannibal” anche qui, ma soprattutto perché ha applicato anche a Neil Gaiman lo stesso trattamento già riservato ai romanzi originali di Thomas Harris.


L’uomo meglio vestito della storia dei comics applaude il lavoro di adattamento di Bryan Fuller.
La storia di Shadow (Ricky Whittle… CHIIII?) scarcerato di prigione anche per via della prematura morte della moglie Laura (Emily Browning) che non sapendo più dove sbattere la testa, fa la conoscenza del carismatico Mr. Wednesday (un ENORME Ian McShane) e scopre che gli Dei portati nel Nuovo Mondo dai popoli giunti nei secoli in America, sono stati spesso dimenticati e hanno dovuto inventarsi nuove vite, vivendo tante volte tra gli umani ed esposti al crescente strapotere di Dei tutti nuovi, molto più tecnologici e in linea con ciò che gli umani ora venerano davvero, in quella che si prospetta essere una guerra tra divinità al tramonto contro divinità in galoppante espansione.

Quella pioggiona spessa, i fan di "Hannibal" se la ricordano bene...
Oltre ad essere un lavoro estremamente coerente con il suo capolavoro a fumetti Sandman, il romanzo originale di Neil Gaiman trattava il lettore da persona intelligente, dedicando interi capitoli a divinità dimenticate, ma mai presentate per filo e per segno, fornendo tutti gli indizi per capirne l’identità, ma soprattutto stimolando la curiosità del lettore. Infatti, il bello di American Gods era anche quello di mettere alla prova le proprie conoscenze sui vari pantheon di divinità prese dalle varie religioni.

Bryan Fuller e Michael Green fanno esattamente la stessa cosa. Nelle prime quattro puntate centellinano le spiegazioni, anzi ne forniscono davvero pochissime, il risultato è una serie girata alla grande che tra Dei bisonti, divinità scatenate tra le lenzuola e personaggi che vanno e vengono, potrebbe tranquillamente risultare un'esperienza psichedelica e magari anche molto poco comprensibile, tipo tutta la sottotrama legata al tipo di The Night of, che davvero è psichedelia allo stato puro.


Ok, manca solo la marmotta che incarta la cioccolata poi le ho viste tutte.
Ogni nuova puntata comincia con qualche nuova popolazione che nel corso della storia (si parte con i Vichinghi nel 813 AC) porta la sua religione e i loro Dei nel Nuovo Mondo, per poi passare alla storia di Shadow e Wednesday impegnati a fare visita a parecchie divinità nel tentativo di arruolarli per la guerra che si prospetta all’orizzonte.

Questo ci regala alcune gioie di un casting davvero micidiale, il Czernobog di quel mito di Peter Stormare è talmente figo e carismatico che dispiace si veda così poco e possiamo dire lo stesso del leprecauno Mad Sweeney interpretato da un azzeccatissimo Pablo Schreiber (di fatto il leprecauno più alto del mondo!), uno che ridendo e scherzando in pochi anni è passato dalla più grande serie tv di tutti i tempi (The Wire) al Pornobaffo di Orange is the new black, per finire in un’altra serie di alto livello: bravo Pablo!


Riassumendo potremmo dire che è passato da Pornobaffo a Pornobarba senza passare dal via.
Per capirci davvero qualcosa della trama se non avete letto il romanzo, bisogna aspettare fino all’episodio numero cinque, in cui ci vengono presentati per benino i cattivi e qui davvero il direttore del casting ha fatto un mezzo miracolo, perché non so come abbiano fatto a convincere quel pazzoide di Crispin Glover a prendere parte a questa serie, ma il suo il suo World è perfetto e chissà quante ne avrà combinate Crispin sul set! Devo assolutamente mettere le mani su qualche testimonianza diretta, con Glover in circolazione la follia raggiunge subito vette vertigionose!

Non so come lo abbiano convinto, ma si sono presi un bel rischio.
Dovrei parlarvi del “Ragazzo tecnologico” una specie di Fedez con tanto di sigaretta elettronica che rappresenta internet e il culto imperante dei social-cosi, ma le chiacchiere stanno a zero, il vero spettacolo è Gillian Anderson che in Hannibal interpretava Bedelia, mentre qui rappresenta alla grande la televisione, infatti la Anderson con ausilio di trucco e parrucco ci regala le sue versioni di Marilyn Monroe e Lucille Ball, anche se la mia trasformazione preferita è stata il gradito omaggio a David Bowie in piena fase Ziggy Stardust.

Costumi di scena che fanno aumentare ancora la mia già altissima considerazione di Gillian Anderson.
Rispetto al romanzo originale, Fuller e Green espandono alcune parti, pescando a piene mani dai romanzi e dallo stile di Neil Gaiman, dimostrando di conoscere bene il materiale originale e di poterlo maneggiare con sapienza proprio come già dimostrato con i romanzi di Thomas Harris, motivo per cui Anansi (Orlando Jones, persino Orlando Jones è azzeccato! Cavolo non lo vedevo su schermo dai tempi di “Evolution” credo!) ha una parte maggiore nella storia che tiene conto anche di “I ragazzi di Anansi” romanzo del 2005 di Gaiman.

Ma, soprattutto, Laura e Mad Sweeney, il cui rapporto nel libro è appena accennato, qui trova il giusto spazio e permette allo spettatore di affezionarsi ai personaggi, anche perché ai tempi Gaiman fu costretto a seguire le richieste dell’editore e non superare le 500 pagine di romanzo, ma da grande narratore di fumetti, ha dimostrato di conoscere tutte le storie dei personaggi da lui creati, quelle storie che ora nel formato televisivo potranno finalmente essere raccontate. Anansi ringrazia e noi con lui.

La prova del successo e della qualità di questa serie è il personaggio di Laura Moon (una bravissima Emily Browning), diventa davvero complicato riuscire a far affezionare il pubblico alle vicende di un personaggio con così tante connotazioni negative. Oh, bisogna dire che la dodicesima volta che sentirete pronunciare “Puppy” ad Emily Browning vi verrà voglia di strangolarla, ma tenete duro fino al già famigerato episodio cinque, quello in cui ci viene raccontato come Laura morì con un Felafel in mano, anche se non si trattava di un Felafel. E non era nemmeno in mano a voler essere precisi.


Tranquilli, nella serie lo ripete anche più spesso di così.
Sarà che io sono impallinato con l’Irlanda, ma basta un episodio come il numero sette, per rendere Laura e Mad Sweeney due beniamini del pubblico, con una puntata che sembra distaccata dal resto della serie e tutta incentrata sul folklore irlandese, quasi una storia nella storia, rendendo omaggio proprio alla struttura che aveva reso Sandman il capolavoro a fumetti che è.

Menzione speciale anche per Ian McShane, non vi rivelo l’identità della Divinità che impersona (anche se gli indizi ci sono eccome per capirlo), diciamolo subito: fisicamente non ricorda per nulla un Dio proveniente da quel pantheon lì, però McShane si mangia letteralmente lo schermo e lo farebbe anche se il suo compagno di viaggio non fosse un cane a recitare.


Recitare come Dio comanda (nel vero senso della parola).
Non so dove abbiano pescato Ricky Whittle (CHIIIIIII???), ok ha il fisicone frutto di mille mila ore di palestra, ma ha grossomodo il carisma di un carciofo bollito e un naso dalla forma stranissima, continuavo a guardarglielo, forse per cercare di distrarmi dal fatto che in questa serie hanno azzeccato tutti gli attori, tranne il protagonista.

Il cosplayer di Luke Cage prestato a questa serie.
Il bello di “American Gods”, però, è che mi è parsa proprio una serie al passo con i tempi, gli Dei sono tutti immigrati, tante volte clandestini, il romanzo è stato scritto prima e la serie era in cantiere da un pezzo, soltanto che nel frattempo il mondo è diventato ancora più matto di Crispin Glover ed ora la questione migranti e frontiere chiuse è bollente. Nel secondo episodio Mr. Nancy fa una tirata che riassume agli schiavi "ospiti" di una nave negriera, i prossimi trecento anni di maltrattamenti che attendono le persone di colore in America, un momento di bravura di Orlando Jones davvero mattatore.

Persino Orlando Jones sembra un attore in questa serie, no dico, Orlando Jones!
Il sesto episodio, ad esempio, con un'intera cittadina americana votata al culto della armi, costruite dall’azienda del Dio Vulcano, sembra parecchio satirica, specialmente se la fai cominciare con un Gesù messicano (Jesus!) che attraversa il confine camminando sulle acque, solo per trovare dall’altra parte uno sceriffo molto timorato di Dio, come si nota dalla scritta sul calcio del suo fucile.


Insomma, “American Gods” per me è stata all’altezza delle aspettative, sono felice che posa contare su uno zoccolo duro di fan di Neil Gaiman, dopo la cancellazione di Hannibal, Bryan Fuller se la merita questo tipo di visibilità ed ora sotto con la seconda stagione!

20 commenti:

  1. Ho provato a vedere un paio di episodi, ma al di là della mia sempiterna stima per il titanico Ian proprio non sono riuscito ad andare avanti. Mi sa che Gaiman non rientra nelle mie corde :-P

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    1. Hanno deciso di giocarsela nel modo meno lineare possibile, quasi nessuna spiegazione fino a metà stagione, il che non è male, ma quando Gaiman è in zona, bisogna aspettarsi una trama di ampio respiro, che il più delle volte devia dal percorso originale generando storie nelle storie ;-) Cheers

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  2. Ho rimandato troppo. Se poi amplificano con "I figli di Anansi" allora sarà la serie piu bella di sempre ❤

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    1. Lo cosa furba è che i riferimenti sono lì per chi può cogliermi, ma senza essere sbattuti in faccia allo spettatore, aspetto il tuo parere ;-) Cheers

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  3. Bellissimo American Gods! Vabbè, io di Neil Gaiman sono un fan, quindi non faccio testo, praticamente lo venero! :)
    Ho appena cominciato a vedere la serie, ne sto guardando un'episodio a sera, iersera ho visto giustappunto la Quinta: ah, bello bello, concordo in pieno con la tua recensione (compreso il carisma "scarsino" di Shadow...) e non vedo l'ora arrivi stasera per godermene un'altra puntata :) Tra l'altro io non sono proprio il tipico fruitore/appassionato di serie tv: ne vedo pochissime... (sorry, ma le ore in un giorno sono solo 24...), ma questa non me la sarei persa per niente al mondo.
    Complimenti per la recensione, ironica e ficcante al punto giusto!

    p.s. Ma davvero c'è chi ha avuto difficoltà a capire chi sia Wednesday dopo il, tipo, quarto minuto in cui compare?... No, dico, cieco da un occhio... i DUE corvi... :D

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    1. Neil Gaiman è un mito, infatti sono molto felice che la serie abbia avuto una buona risposta di pubblico, il buon Neil può contare su un sacco di fan ;-)
      Ci sono troppe serie, e film da vedere (se fumetti e libri da leggere) per avere solo 24 ore in una giornata, quindi bisogna arrangiarsi. Senza rovinarti la visione, posso dirti che la seconda metà di stagione è migliore della prima, quindi se fino a questo punto ti è piaciuto, può solo andare meglio. Ti ringrazio moltissimo, gentilissimo! ;-)

      Si in effetti quelli sono gli indizi più grosso in assoluto, servono a mettere alla prova la preparazione che uno ha sugli Dei delle varie mitologie, sembra un gioco a premi “Indovina il Dio” ;-) Cheers!

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  4. Ecco la serie su cui si dovrebbe puntare, altro che Got. Purtroppo ho il timore che chi ha il letto il libro e non conosca lo stile di Neil Gaiman la abbandoni dopo pochi episodi, ma bisognerebbe essere grati di una serie che non prende per stupidi gli spettatori, che si prende i suoi tempi e sorprende a ogni scena. Ian McShane immenso, non riesco più a immaginare Wednesday con un'altra faccia

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    1. La guida galattica per autostoppisti definisce GOT come: Praticamente innocuo ;-)

      Hai appena descritto pregi e difetti, dopo quattro episodi se non si è molto motivati, la serie non ti dà vere ragioni per proseguire, se non la curiosità di capire dove vuole andare a parare la trama e una messa in scena ottima. “Hannibal” era bellissima perché rimaneggiava il materiale originale di Thomas Harris rispettandolo, qui sta facendo lo stesso, Bryan Fuller si conferma uno showrunner preparato e rispettoso del suo pubblico… Avercene! Avercene a coppie ;-)

      Hai ragione, non ha l’aspetto giusto per quel personaggio lì, ma dopo averlo visto qui, poco importa perché funziona alla grande, mangiandosi tutte le scene. Cheers

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  5. L’uomo meglio vestito della storia dei comics è stato Jim Steranko fino all'esordio di Grant Morrison che a chi gli chiedeva perchè fosse l’uomo meglio vestito della storia dei comics rispondeva che era il caso che gli altri uomini della storia dei comics non guardassero come modello tanto allo Hulk dai pantaloni viola e stracciati quanto al Nick Fury di Jim Steranko.
    Ammetto che Gaiman sa comunque come portare una giacca ed entrare in un ristorante stiloso con un corvo sulla spalla senza esser scacciato: io ho varcato la soglia di un Burger King vestito solo di una giacca ed un corvo e sono stato immediatamente accompagnato alla porta.
    Mi piace molto Sandman, ma in tv guardo solo Enrico Mentana che si scapicolla in studio all'ultimo momento e riassume quanto vedremo nel tg dopo trenta secondi di pubblicità e quindi immagino che dovrò risolvermi a leggere il libro di American Gods per scoprire se ho indovinato quando ho ipotizzato, guardando la foto nel tuo post, che Ian McShane sia il tenente Colombo assurto a divinità come il John lennon nei primi numeri degli Invisibles di Grant Morrison
    ( l’uomo meglio vestito della storia dei comics ndr ). In fondo i libri si parlano quindi anche i comics. A meno che Neil non si sia ispirato allo sfortunato Vext di Keith Giffen ( sei numeri ndr ) in cui il papà di Lobo presenta un pantheon tanto strano ( Vext è il dio della sfiga ) da far sembrare Kolumbuz McShane quotidiano e banale come cornetto e cappuccino...ciao ciao

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    1. Confesso che il (lungo) soprannome di Gaiman deriva dal suo gusto per abbinare vestiti neri, ad altri vestiti neri, il tutto con cappotto e scarpe (nere), una look che ho seguito rigorosamente per anni e ancora oggi è tra le preferite del mio guardaroba.
      Jim Steranko non era vestito bene, Jim Steranko era l’epitome del coolness, giocava in un'altra categoria, in un altro campionato e forse anche in un altro sport.

      Grant Morrison è stato stilosissimo, tanto da far indossare gli stivaletti da Beatles anche a Kid Miracleman (storia vera), se penso a lui vestito bene però, mi viene da sorridere riguardo a quella storiella (non so quanto vera, ma aveva un paio di fonti) in cui ospite ad una fiera del fumetto, ha dovuto correre a cambiarsi d’abito, causa Vodka gelata e dolori di panza di cui è meglio non indagare, magari di questo “Incidente” sei più aggiornato di me.

      Il Burger King vicino a casa tua ha visto cose che noi umani…

      In effetti quando si parla di alzare il volume della radio della follia, se la gioca giusto con Crispin Glover ;-) Cheers!

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    2. Avevo un paio di bermuda ed una maglietta con i Minions e non era Vodka, ma liquirizia e non mi ha preso per tanto così. Ha centrato Neil che era dietro di me e che da allora veste di nero.

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    3. Spero abbia avuto la presenza di spirito di andarsene citando il dott. Peter Venkman. Da oggi Gaiman sarà "L'uomo vestito più intelligentemente della storia dei comics" ;-) Cheers

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  6. Oddio, a me non è proprio piaciuta, tant'è che ho smesso di vederla dopo quattro episodi. Salvo solo la solita Emily Browning. Il protagonista principale è talmente fuori luogo in ogni scena che già solo quello basterebbe a dare l'insufficienza alla serie. Se poi ci aggiungi tutto il resto... Voglio il Ragnarok!

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    1. I primi quattro episodi sono il classico “tutto bello, ma non so cosa diavolo sta succedendo” ;-) Emily è bravissima a differenza del protagonista, sono andato ad indagare per capire dove lo avessero pescato, quello che ho letto davvero mi ha fatto venire voglia di invocare il crepuscolo degli Dei ;-)

      Tra un po’ ci penserà la Marvel a fare (Thor) Ragnarok, quindi come dice il proverbio, attenzione a quello che si desidera ;-) No scherzi a parte, mi spiace non ti sia piaciuto, dall’episodio cinque in poi migliora, te lo dico così lo sai. Cheers!

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  7. Condivido tutto al partire dal fatto che è proprio Shadow l'unica cocente delusione di un cast in stato di grazia.
    Mad Sweeney e Laura su tutti.
    Meraviglioso l'episodio dedicato ad Essie McGowan.

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    1. Ci voleva The Rock con i capelli lunghi come quando faceva Wrestling agli esordi, solo che se avessero messo Rock sarei scoppiato a ridere ad ogni sua inquadratura ;-) Consoliamoci con gli altri, perfetti. L'episodio di Essie McGowan più che un adattamento per la Tv di "American Gods" sempre una delle storie della storia di Sandman, basta come complimento? ;-) Cheers

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  8. Riguardo alla serie nel complesso non condivido il tuo entusiasmo, visto che i primi episodi mi sono sembrati persino troppo confusi e pasticciati.
    Condivido però l'entusiasmo nei confronti di Emily Browning! E' nella seconda parte della stagione, grazie al suo personaggio, che la serie fa finalmente il salto di qualità.
    Il protagonista in effetti è ben poco carismatico, però io ho parecchi dubbi pure su Peter Stormare e il suo personaggio, trooooooppo logorroico. :D

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    1. L’inizio è quasi criptico, capace di mettere in fuga molti spettatori.
      Emily Browning è perfetta, davvero niente da aggiungere, nell’episodio Irlandese si carica la serie sulle spalle e porta tutti in meta ;-) Peter Stormare parla un sacco, ma è talmente un mito che veramente lo vorrei veder parlare per ore, e poi con quell’accento assurdo! ;-) Cheers

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  9. La serie è superlativa ogni parola di elogio non sarebbe abbastanza e porta davvero molti temi
    attuali e profondi e ciò che viene paventato è vero, confermato dal fatto che chi ha abbandonato la serie fin dalle prime puntate non ha compreso affatto cosa si trova davanti cioè .. non riconosceresti
    Dio nemmeno se ci sbattessi il grugno… (non che la serie debba per forza piacere a tutti) ma ca...volo io non ho letto il libro ma si capisce davvero almeno dai primi due episodi che si sta parlando di una guerra tra vecchi e nuovi dei… che dovrebbero fare girare con un cartello al collo coi nomi delle divinità…?
    lo considero un pregio non avere abbassato il tiro ..o meglio come scrivi tu “non trattare lo spettatore da stupido...”
    L’unica cosa che poteva creare dubbi era lo strano tempismo con cui muore la moglie.. cosa che poi viene spiegata…
    Eppoi lascia veramente storditi il fatto che per un lavoro fatto così bene come struttura come estetica come recitazione...si sia scelto come protagonista un brocco totale che sembra caduto dal pero ogni volta che lo inquadrano…..forse alla fine della serie si scopre quale folle divinità l’ha raccomandato...

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    1. La morte di Laura (non è spoiler accade al primo minuto del primo episodio) viene ben spiegata, ben vengano le serie che non spiegano per filo e per segno tutto quanto, di quelle ne abbiamo già molte. Il protagonista è un palo, ok ha il fisicone giusto, però cacchio è veramente un vuoto pneumatico di carisma! ;-) Cheers

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