venerdì 8 ottobre 2021

Il braccio violento della legge (1971): a cento miglia all’ora, dritti nella storia del cinema

Nella vita avere una testa molto dura tante volte aiuta, ne sono convinto, sbaglia una volta, sbaglia ancora e ancora e poi sbaglia meglio e invece di abbandonarti ai fallimenti impara, può succedere che finirai ad entrare a far parte della storia del cinema, com'è successo all'uomo soprannominato… Hurricane Billy, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica.

Più o meno intorno al 1970, William Friedkin era un promettente regista di 35 anni con quattro flop di fila al botteghino, sapete come dicono, no? Di solito quando il lavoro va male l’amore procede a gonfie vele, per il nostro Billy era così visto che in quel periodo usciva con l’adorabile Kitty, tra di loro va tutto alla grande e una sera la ragazza vuole presentare Billy alla sua famiglia, problema (nemmeno tanto se sei un appassionato di cinema o forse sì): Kitty di cognome fa Hawks, perché figlia del Maestro Howard Hakws, il prediletto dell’altro regista amante della pallacanestro proprio come il nostro Hurricane Billy.

La cena procede alla grande, anche se non oso immaginare cosa passasse nella testa di Friedkin quella sera, non solo devi andare a cena dai genitori della tua ragazza, ma uno di loro è uno dei più grandi registi della storia del cinema, siccome la vita a volte è sceneggiata meglio che tanti film, dopo cena i maschietti si siedono in soggiorno, per parlare del loro comune amore, con buona pace di Kitty: il cinema. I due chiacchierano amabilmente e ad un certo punto il nostro Billy fa la domanda, anzi LA DOMANDA: «Maestro, secondo lei a questo punto della mia carriera, cosa dovrei fare?». Howard Hawks con la calma con cui gestiva i suoi set beve un sorso di quello buono, tira un’altra boccata al sigaro di marca e poi cambia la vita di Friedkin con tre parole: «Fai un inseguimento» (storia vera).

Un anno dopo, Friedkin era sul retro di quella macchina, ma andiamo per gradi.

Hollywood non è stata gentile con William Friedkin, ma cosa pretendete da un ex fienile in California dall’affitto economico, scelto da Cecil B. DeMille per girare il suo “The Squaw Man” (1914), il punto esatto in cui è nata la Mecca del cinema americano è stato abbattuto per far posto ad una palestra attrezzata la cui sauna era molto frequentata dal nostro Billy qualche anno dopo, anche perché era il posto migliore per mantenere i contatti, fu proprio qui tra una sudata e l’altra che Friedkin conobbe Philip D’Antoni, l’uomo che aveva prodotto quel capolavoro di “Bullitt” (1968), film che il nostro Billy, ovviamente, adorava come tutte le persone di buon gusto cinematografico. Quando D’Antoni gli disse di aver acquistato i diritti su “The French Connection”, la storia del più grosso sequestro di eroina della storia degli Stati Uniti, il nostro Billy sperava in qualcosa di un po’ meglio, ma decise comunque di prendere un aereo per New York per conoscere Eddie Egan e Sonny Grosso, i due pittoreschi detective, una vera coppia di strambi sbirri in carne e ossa che avevano seguito l’indagine.

Questa Bara ama gli Strambi Sbirri e questi due sono leggendari.

Egan era un omone, capelli ricci sormontati da un cappello pork pie, il suo soprannome era Popeye come il marinaio in fissa con gli spinaci dei cartoni animati, anche se nella versione doppiata del film è diventato “Papà”, per provare a rispettare il labiale.  Grosso, invece, era scuro, tendente al nervoso e attento ai dettagli, ben riassunto dal suo soprannome “Cloudy”, nuvoloso, anche se poi nel film qui da noi lo chiamano tutti “Tristezza” che, per certi versi, è un nomignolo ancora più azzeccato. I due si compensavano alla grande come solo le grandi coppie di strambi sbirri possono fare, si erano fatti le ossa nei quartieri peggiori di New York e per molti erano i migliori poliziotti di strada mai visti. La loro tecnica? Rodata ed aggressiva, ad esempio quando interrogavano un sospettato, Eddie lanciava addosso al malcapitato frasi per distrarlo, mentre Sonny faceva le domande, i dialoghi sembrano più assurdi di quelli del mentore di Billy, Harold Pinter. Ad esempio, una delle frasi di culto di “Il braccio violento della legge” era proprio farina del sacco di Egan che incalzava sospettati con frasi come «Ti sei mai scaccolato i piedi a Poughkeepsie?», in cui Poughkeepsie era una nota prigione locale e il riferimento, nemmeno velato, era a qualche attività omossessuale dietro alle sbarre, anche se il doppiaggio è stato ancora più esplicito trattandosi di un film che parla di eroina, trasformando tutto in: «Ti sei mai punto i piedi nel Bronx?».

Da "Papà" Doyle a "Babbo Bastardo" il passo è breve.

Il colpo vero questa coppia di gatti senza collare lo fecero una sera, usciti a berne un paio al Copacabana, cominciarono a tenere doppio un tavolo pieno di soggetti ben vestiti, accompagnati da mogli e fidanzate, tutti intenti a spendere fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti come se non fossero loro. Non ci voleva uno sbirro per capire che quei soldi non erano la liquidazione dopo una vita da ferrotranviere, ma Egan e Grosso sono due bravi poliziotti (che per altro compaiono in piccoli ruoli nel film) dai modi ruvidi e iniziano a pedinare i sospettati, imbattendosi così in Pasquale “Patsy” Fuca e sue moglie che spostavano droga nel bagagliaio della loro auto, sperando di fare il salto da mezze tacche a pezzi grossi del narcotraffico, ma l’eroina da dove arrivava? Regola numero uno del buon poliziotto: cerca i soldi e troverai la fonte.

"Laggiù all'angolo fanno una pizza al taglio che è la fine del mondo"

La fonte erano dei pezzi grossi di Marsiglia, Francois Scaglia, un corso noto come l’esecutore e tutta l’organizzazione che importava l’eroina negli Stati Uniti nascosta dentro auto di lusso, una Buick che poteva contente fino a cinquanta chili di droga e visto che i tossici in giro per le strade della Grande Mela erano rimasti a secco con la vena urlante, il piano era quello di inondare la città, un affare da trenta milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati. Ma William Friedkin sperava di ottenerne molti di meno per poter portare al cinema questa storia.

Per scrivere la prima bozza di sceneggiatura venne contattato Alex Jacobs quello di “Senza un attimo di tregua” (1967), ma il risultato finale al nostro Billy, faceva platealmente schifo e in questa rubrica dovreste aver già intuito che Friedkin il suo parere lo ha sempre espresso nel modo più schietto e diretto possibile. Per questo venne assunto Ernest Tidyman che aveva già sceneggiato un caposaldo della blaxploitation come “Shaft il detective” (1971), il tutto mentre D’Antoni cercava di piazzare il film a tutti, incassando il no secco di tutti, dalla MGM in giù. Gli unici interessati erano i tipi della 20th Century Fox, leggermente più illuminati di come gestiscono i film oggi, erano guidati da Dick Zanuck, a cui avanzava un milione e mezzo di dollari ritagliati dal suo budget per la produzione, troppo pochi secondo il nostro Billy che da sotto il tavolo si beccò un calcio negli stinchi da D’Antoni e portò a casa i soldi (storia vera). Quindi era fatta? Più o meno, ora ci volevano degli attori.

Eddie Egan non è mai stato così stiloso (cinema 1 - realtà 0)

Paul Newman magari no, eh Billy? Da solo chiederebbe più delle metà dei soldi disponibili, quindi nell’ottica del risparmio, l’illuminato Zanuck suggerì: «Non avete bisogno di attori famosi, avete bisogno di attori bravi, con uno sconosciuto il pubblico s'immedesimerà di più». Per questo la prima scelta per "Papà" Doyle era il suo quasi sosia Peter Boyle che, però, non se la sentiva di fare un altro film così violento dopo “La guerra del cittadino Joe” (1970) e anche l’idea di arruolare il giornalista Jimmy Breslin per il ruolo di "Tristezza" Russo naufragò presto. Le seconde linee? Roy Scheider non fece nemmeno il provino, lavorava nei teatri off-brodway in parti infime, tipo la suora che fuma il sigaro in “Il balcone” (storia vera), Friedkin lo scelse per il ruolo per le sue movenze e l’intelligenza dell’attore, in linea di massima i due insieme qualche bel film lo avrebbero anche fatto.

Buongiorno tristezza, amica della mia malinconia (cit.)

Mancava il “Papà”, però, che venne scelto un po’ per caso e un po’ per esigenza, Gene Hackman condivideva l’appartamento con Robert Duvall e Dustin Hoffman, ma dei tre affittuari, lui era quello che non aveva ancora sfondato, qualche piccolo ruolo in “Gangster Story” (1967) e poco altro, ma poi a Friedkin non piaceva, troppo piatto, troppo distante dal vero Eddie Egan, ma la produzione era spalle al muro e il nostro Billy, un regista di scuola Clouzot. Hackman aveva problemi con l’autorità derivati da una vita insieme ad un padre violento e non era per niente a suo agio nel calarsi nei panni di un personaggio che utilizzava la “Parola con la N” come intercalare, lavorando tra gli spacciatori per le strade, come fare? Proprio come faceva Clouzot, il nostro Billy ogni volta che dirigeva Gene Hackman gli urlava contro, metà delle reazioni nervose e incazzate di “Papà” Doyle nel film erano rivolte al regista, sembra incredibile perché Eugenio Mazzatore si è costruito una carriera da tipo tosto al cinema, ma un po’ lo deve anche a Billy Friedkin che lo ha aiutato a calarsi nei panni di un personaggio così controverso.

"Friedkiiiiiiiiiiiiiiiin dove sono i freeeeeni!!"

La verità è che William Friedkin è ricordato e (giustamente) amatissimo per un solo film, quello che arriverà la prossima settimana e spero vogliate dedicare un secondo al vostro amichevole Cassidy di quartiere, che nel giro di due settimane dovrà affrontare due pietre miliari perché il nostro Billy in quel periodo della sua carriera, era più scatenato dell’uragano del suo soprannome. Ma se devo essere onesto, il mio film preferito del regista di Chicago è proprio questo, essenzialmente un B-Movie, un poliziesco di Strambi Sbirri portato al massimo: il massimo del realismo (quasi documentaristico), il massimo dell’intensità della recitazione, un film che ti fa sentire il freddo addosso, come quando Popeye e Cloudy stanno fuori al gelo di New York a sbocconcellare la pizza a fette, mentre gli spacciatori dentro fanno una cena di lusso. Il titolo italiano di “Il braccio violento della legge” è inutilmente lungo come da moda nostrana degli anni ’70 e trova un vero senso solo nell’enigmatica scena finale del film, quello per cui oggi verrebbe demolito su “Infernet”, eppure rappresenta uno spaccato dell’America in quel momento storico e anche il massimo dell’azione possibile, quando il cinema di genere diventa d’autore mette d’accordo tutti, infatti “The French Connection” è senza ombra di dubbio un Classido!

Friedkin ha dovuto combattere per il suo film, di pura testardaggine e voglia, non solo si è guadagnato sul campo il soprannome di “Hurricane Billy” (per il suo modo da tarantolato di muoversi e agire sul set), ma ha saputo utilizzare tutto quello che aveva imparato fino a quel momento oppure ribaltando a suo vantaggio i problemi, qualche esempio? “Il braccio violento della legge” ha un taglio estremamente realistico, dovuto in parte alla Owen Roizman, ma anche all’operatore, Enrique “Ricky” Bravo, un rifugiato cubano che aveva fotografato la rivoluzione sull’isola accanto a Fidel Castro prima di scappare negli Stati Uniti. Siccome ai tempi il monitor chiamato video assist, quello che permette di vedere il girato non era stato inventato, Friedkin doveva fidarsi del giudizio del suo operatore che imparò presto a non smettere mai di girare, anche quando gli attori si sovrapponevano, perché magari in una scena “sbagliata” poteva esserci il tipo di realismo che Friedkin (arrivato dai documentari) cercava, come spiegarlo all’esule cubano dal marcato accento spagnolo? Facile: «Ricky, tu continua a girare, Fidel ti diceva per caso cosa avrebbe fatto prima di farlo?» (storia vera).

Cosa vi dico sempre? Ogni gran film si merita una scena in metro e questa è una delle migliori mai viste.

I problemi sul set sono stati tanti, avete presente quando non ricordate il nome di un attore che avete visto in un film? Oggi andremmo a controllare su Google, ma nel 1971 non si poteva fare, quindi per il ruolo del cattivone Friedkin voleva un attore che aveva visto in “Bella di giorno” (1967) che il suo compare Bob Weiner confermò essere per forza Fernando Rey. Quando Billy andò a prendere l’attore all’aeroporto JFK si trovò davanti uno spagnolo dal marcato accento, con un pizzetto che lui considerava ridicolo e che aveva recitato con Luis Buñuel sì, ma non in “Bella di giorno”. Cosa me ne faccio di un cattivo spagnolo! Il film si chiama “The French Connection” non “The Spanish Connection” chi era quello di “Bella di giorno”? Era Francisco Rabal che non parlava una parola di inglese e non era nemmeno disponibile, ma beccami gallina se Fernando Rey grazie a questo film, non ha scolpito il suo volto (e il pizzetto che non piaceva a Billy) nell'immaginario collettivo, il salutino che fa a “Papà” Doyle in metropolitana, vogliamo parlarne? Una scena tesissima, senza dialoghi, in cui Hackman sale e scende dal vagone cercando di non farsi vedere dalla persona che sta pedinando, quando dico che tutti i grandi film dovrebbero avere una bella scena in metropolitana, lo dico anche per titoli come “Il braccio violento della legge” che, a ben guardare, di grandi scene con binari ne ha ben due e la seconda davvero clamorosa.

"Vi saluto con l'altra mano" (cit.)

Il film riprende molti dei fatti della vera indagine con realismo quasi ossessivo, basta dire che per la scena dell’analisi della droga, pura al 90%, venne utilizzata della vera eroina e se vi sembra impossibile oggi, a cinquant'anni dall'uscita di questo classico della storia del cinema è solo perché nel frattempo la settima arte si è fatta pavida (oppure a migliorato gli standard di sicurezza sul set, fate voi), eppure resta la prova che nel mondo del cinema, dove tutto è finzione, più cose reali fai, più il risultato finale sarà riuscito e duraturo nel tempo. Ma trattandosi di cinema allo stato puro, “The French Connection” sceglie di aggiungere dramma al dramma, seguendo il consiglio del Maestro Howard Hawks, per raccontare questa storia di ossessione di un uomo al limite dome “Papà” Doyle, Friedkin da spazio alle immagini, all’azione che sovrasta le parole, il trionfo dello “Show, don’t tell” trasformato in motori rombanti e gomme che stridono sull’asfalto.

Per la coreografia di uno dei più clamorosi inseguimenti mai visti al cinema, non sono stati fatti storyboard o bozzetti, ma solo una passeggiata, una lunghissima passeggiata per le strade di New York tra il nostro Billy e D’Antoni avvolti nel cappotto intenti a pensare ad una soluzione: li facciamo inseguire in auto? No l’ho già fatto in “Bullitt”. Allora a piedi? Non sarebbe intenso allo stesso modo. Il fischio della metropolitana alle loro spalle diede l’idea, visto che era già stata girata una scena in metro, perché non la sopraelevata? Popeye ruba un’auto ed insegue il treno che corre sui binari della sopraelevata schivando auto, passanti, madri con il passeggino, tutto a rotta di collo, tutto pedale a tavoletta. Non avendo il budget per girare lo scontro tra vagoni, Friedkin riprese la scena dello sgancio tra le carrozze a velocità rallentata, per poi montarla al contrario e a velocità doppia (storia vera), un trucchetto da artista della settima arte che permetteva di risparmiare ottenendo l’effetto desiderato, ora bisognava solo girarla questa folle scena, ma soprattutto tornare indietro, perché nel passeggiante processo creativo con D’Antoni, i due avevano fatto a piedi cinquanta isolati (storia vera). Me li immagino tornare a casa, in metro questa volta.

Ci sono modi meno dolorosi per morire, ma solo questo ti fa entrare nella storia del cinema.

Il giorno dopo Billy Friedkin spiegò la sua idea alla troupe, vennero girati i primi piani degli attori, con Hackman impegnato a sbraitare al volante di un’auto ferma, ma le chiacchiere stanno a zero, per risultare credibile l’inseguimento, qualcuno quella macchina doveva guidarla. Quel qualcuno era Billy Hickman, uno stuntman esperto che la sera prima al bar si era fatto raccontare tutta la dinamica dal regista, complice qualche bicchiere di troppo a Friedkin salì forte il testosterone: ah, quindi caro Hickman, tu dici che non ho le palle di stare in auto con te mentre guidi come un pazzo, senza permessi lungo le strade di New York? Sfida accettata. La mattina dopo Friedkin con il mal di testa non si ricorda molto del dialogo al bar, ma Hickman sì, sta di fatto che vennero mandati via tutti quelli non indispensabili per girare la scena, rimasero solo gli operatori per i contro campi, Hickman alla guida e Friedkin accucciato sui sedili posteriori, macchina da presa in spalla, cinquanta isolati, a qualcosa come 100 miglia all’ora, evitando semafori rossi, auto da ogni direzione, in equilibrio di quattro pneumatici protetti solo dal talento alla guida di Hickman e dagli Dei del cinema che avevano capito che non si poteva patteggiare con il bruciante desiderio di fare cinema di Hurricane Billy.

Arte, espressa a colpi di sterzo e sgommate.

Per proteggere il suo film, William Friedkin le ha davvero fatte tutte, anche sottoporre lo stesso identico montaggio bocciato dopo la prima proiezione di prova da Elmo Williams, montatore di “Mezzogiorno di fuoco” (1952) che lo approvò anche se Billy aveva deliberatamente ignorato tutti i suoi consigli (storia vera). Il titolo? Quando la 20th Century Fox propose di chiamare il film “Popeye”, il regista di Chicago ricordò a tutti dell’esistenza di un marinaio dagli avambracci prominenti in fissa con gli spinaci, poi bocciò anche la proposta di chiamare il film “Doyle”: «Fa schifo, il film si chiama “The French Connection” non mi frega se pensate che sembri un porno o un film straniero, alle persone piacerà», avrebbe avuto ancora ragione la testardaggine di Friedkin.

Talmente iconico, da diventare un modo di dire negli Stati Uniti.

“Il braccio violento della legge” arrivò in un momento in cui “Easy Rider” (1969) aveva cambiato tutto, ora i registi si rifacevano al neorealismo italiano e alla nouvelle vague francese, Dennis Hopper e un branco di figli dei fiori avevano modificato lo scenario, l’ispettore Callaghan ammazzava Scorpio a sangue freddo, non era più tempo di eroi, ma al massimo di antieroi con un’ossessione come “Papà Doyle”. Le persone di colore amavano il realismo, perché finalmente si trovarono davanti un film dove gli sbirri usavano il linguaggio (e la “parola con la N”) con cui venivano chiamati loro per strada e anche quel finale, che oggi verrebbe massacrato dagli Youtuber lasciava in sospeso quell'ossessione, uno sparo solitario per uno dei più grandi film di genere della storia del cinema. Finalmente William Friedkin aveva firmato il suo primo enorme successo al botteghino e quando piove, grandina, la diga del successo per Hurricane Billy ormai era aperta.

Arrivarono attestati di stima da Don Siegel e persino una telefonata di congratulazioni da Sam Peckinpah, “Bloody Sam” disse: «Gran bel film, ma proprio quest’anno lo dovevi fare?» visto che mise in ombra anche il suo Cane di paglia, un film che portava in scena uno degli inseguimenti più memorabili della storia del cinema finì con una corsa, nell’auto di uno sconosciuto buon samaritano, che guidò nel traffico di Los Angeles per portare William Friedkin tutto in tiro, fino alla cerimonia degli Oscar, visto che la limousine affittata era rimasta a piedi (storia vera). Quella sera sapete chi c’era in prima fila quando il film si portò a casa cinque statuette fatte a forma di zio Oscar? (Miglior film a Philip D'Antoni, migliore regia a William Friedkin, miglior attore protagonista a Gene Hackman, migliore sceneggiatura non originale a Ernest Tidyman e miglior montaggio a Gerald B. Greenberg) In un tavolo d’onore stava seduto l’ex datore di lavoro di Friedkin, Sir Alfred Hitchock che sul set di “Alfred Hitchcock presenta” lo aveva rimproverato perché non indossava la cravatta. Passandogli accanto il nostro Billy, che quando distribuivano il carattere era il primo della fila, fece schioccare l’elastico del suo papillon dicendo: «Adesso ti piace la mia cravatta Hitch?», ovviamente Hitchock non ricordava niente, ma Billy sì: fallisci, fallisci ancora, fallisci meglio e prima o poi arrivi a vincere l’Oscar.

Un altro primato di Billy? Essere il primo regista premio oscar a beccarsi una rubrica sulla Bara Volante.

Cosa fare dopo un trionfo così: vendere l’anima al diavolo di Hollywood oppure leggere un bel libro, magari uno scritto da un altro Bill (Blatty). Pregate per me, la prossima settimana questa Bara dovrà affrontare forse l’horror più famoso della storia del cinema, non mancate!

24 commenti:

  1. Per fortuna ora i titoli rimangono molto spesso quelli originali, vedi il nuovo Bond. Ma per una volta almeno non gli hanno messo un titolo cretino. E pure l'adattamento da Popeye a Papà ci stava. Finalmente Friedkin l'aveva imbroccata.

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    1. Bisognava contare anche il labiale che non era semplice da rendere. Imbroccata benino direi, cinque Oscar e più importante, uno dei più grandi inseguimenti della storia del cinema, non male per uno che arrivava da quattro flop in fila ;-) Cheers

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  2. E' proprio vero che chi la dura la vince! Basta aspettare (e imparare) e i risultati, quando uno ha la testa dura, prima o poi arrivano (però qui ha anche avuto una discreta dose di fortuna, almeno per quanto riguarda la fidanzata, a meno che non l'avesse addocchiata per motivi meramente strumentali).
    Comunque grande film, visto tanto, troppo tempo fa ma che mi piacque tantissimo, sarà per la sua aria realistica e spartana, sarà per il fatto che sono un grande estimatore di Roy Scheider, oltre che del grandissimo Gene Hackman, in ogni caso ha davvero una marcia in più rispetto a tante pellicole dell'epoca.

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    1. Non so se l'avesse adocchiata per quello, penso di no però immaginari la scena: mi chiamo Kitty Hawks, come il regista? Si è mio padre ;-) Gli anni di esperienza come documentarista ci hanno regalato uno dei polizieschi più tosti di sempre, il valore di una testa molto molto dura. Cheers!

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  3. Stavolta il mito è troppo grande, quindi non inizio nemmeno a leggerti: ci vediamo domani, che stasera devo correre in auto con Gene Hackman, e poi torno a commentare ^_^

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  4. Filmone incredibile. A mio modesto parere è uno dei migliori polizieschi di sempre. Vero, crudo, cinico e che non fa prigionieri. Dritto come un fuso e con un finale altrettanto clamoroso e inedito. Friedkin con questo film non solo è entrato di diritto nell'Olimpo, ma ha aperto un filone, scusate se è poco! Non lo rivedo da un bel po' e sono curioso di vedere che effetto mi fa rigustarmelo dopo averne letto i retroscena (che non conoscevo...). Grazie Capo! Pregherò per te per venerdì prossimo... Mi sa che ne avrai bisogno!

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    1. Perché è uno dei migliori polizieschi di sempre, inoltre è il mio Friedkin preferito. Pensa che di solito scrivo i pezzi della rubrica il venerdì, per quello della prossima settimana, siccome sentivo la responsabilità e non vedevo l'ora di scriverne, ho fatto il post ieri, il risultato mi piaciucchia, ma mi dirai tu se sono stato all'altezza della sfida. Cheers!

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  5. Ci siamo!!
    Da qui inizia finalmente la mia storia con Friedkin. E il nostro entra di prepotenza nel cinema, quello che conta.
    Con la potenza di un maglio.
    Il Maestro John lo dice da sempre, che Hawks é il più grande.
    Quindi dobbiamo tutto a lui. Anche se va dato atto che Friedkin lo prende alla lettera.
    Nel miglior modo possibile.
    L' INSEGUIMENTO é un capolavoro. E' lunghissimo, e ad un certo punto diventa persino estenuante, da non poterne più. E la cosa incredibile é che dal punto di vista delle indagini non porta a nulla.
    Ritengo che più che l'originalità o l'inventiva, per rendere una storia interessante conti soprattutto la realtà.
    Più ti avvicini ad essa, meglio uscirà la storia.
    Bisogna partire dal presupposto che devi sapere quello di cui stai parlando. E che qualcuno potrebbe sempre controllare le fesserie che racconti.
    Può apparire paranoico, ma in realtà é un modo intelligente e rispettoso di porti verso il pubblico.
    Gli fai capire che ci tieni. E il pubblico apprezza. E ringrazia.
    E sotto questo aspetto Friedkin fa scuola, qui.
    Inaugura un vero e proprio metodo basato sulla collaborazione con ex - addetti ai lavori, puntando al massimo realismo e a una cura dei dettagli maniacale.
    Il viaggio di una (monumentale) partita di droga dal produttore al consumatore, passando per i grossisti. E descritto nei più minimi particolari, ad ogni passaggio.
    Un sistema che verrà ripreso anche da altri, da uno in particolare (ma ne riparleremo).
    Per non parlare dell'estetica urbana, nel modo in cui raffigura la metropoli.
    Ma sì, e diciamolo. Possiamo affermare che ha piantato le basi per almeno mezzo secolo di genere poliziesco?
    Non credo di esagerare.
    Presenta anche le tematiche tipiche del buddy movie.
    Doyle (ok, sarebbe Popeye. Ma "Papà" ci calza a meraviglia. Considerando che le signorine che si spupazza potrebbero essere le sue figlie!) e Russo sono due veri duri (come del resto chi li interpreta. Applausone istantaneo per Hackman e Scheider, più tosti del granito!) dai modi spicci e non convenzionali, con una predilezione per le sbronze e le donnine. Ma con una sostanziale differenza.
    Russo é più disilluso. Fa il suo mestiere sempre col massimo impegno, ma non pretende l'impossibile.
    E' quello più vicino per indole al resto dei poliziotti che operano a New York.
    Troppo pochi per far fronte al crimine dilagante, sottopagati e pure demotivati.
    La scena dell'appostamento illustra alla perfezione il concetto.
    Ma chi glielo fa fare a gente che piglia uno stipendio da fame di mettersi contro a dei malviventi che sono ricchi sfondati?
    Per Doyle é diverso. Ad un certo punto diventa una questione personale.
    Il suo fiuto da sbirro continua a suggerirgli che c'é qualcosa di losco, sotto. E pur di dimostrarlo va contro tutto e tutti. Contro il lassismo dei superiori, la strafottenza dei colleghi e il disprezzo dei federali (e si sa che i poliziotti urbani non vogliono l' FBI tra le palle).
    Insiste e non si arrende, a costo di rimetterci la salute e l'equilibrio mentale. Con pedinamenti al limite dell'ossessivo, che spesso si risolvono con un nulla di fatto.
    Arriva davvero ad un passo dalla nevrosi, sul serio.
    Ma noi stiamo tutti dalla sua parte. Persino quando la sua testardaggine ed ostinazione vanno contro ogni buon senso. E alla fine...
    Oh, aveva ragione lui.
    Il film potrebbe benissimo terminare qui. Eppure, il vero colpo di genio arriva nell'ultimo atto, davvero emblematico.
    Friedkin costruisce un epilogo totalmente anti - climax che di più non si può.
    Tradotto in soldoni, niente va come dovrebbe andare. E tutti ni in quel momento guardiamo Doyle con la stessa espressione con cui lo guarda il suo partner.
    E ci attraversa l'orribile dubbio che fino ad adesso abbiamo fatto il tifo per un emerito stronzo, se mi passate il termine.
    Un concetto che tornerà spesso, nei suoi prossimi film.
    Capolavoro. E pietra miliare assoluta.
    Non potete dire di amare il cinema, se non lo avete visto.
    E ottima recensione, Cass. davvero spettacolare.
    Salgo ufficialmente a bordo!!

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    1. Ho capito perché molti iniziano a trattare il cinema di Friedkin da questo film, ma senza la gavetta non sarebbe mai esistito questo capolavoro, grazie e benvenuto a bordo ;-) Cheers

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  6. Non ricordo se l'ho mai visto alla tv (probabilmente no, visto che ricordo il 90% dei film che mi sono passati davanti agli occhi da bambino), ma ricordo quando lo presi in dvd.
    Lo ammetto, ero giovane e ingenuo all'epoca, e facevo caso alle tagline "Vincitore di X Premi Oscar!" ma in questo caso mi bastava il titolo, roboante e lungo come si conveniva all'epoca e un Gene Hackman ingrugnato con una pistola in mano.

    Ricordo distintamente la prima volta che lo vidi, era un pomeriggio, lo smontaggio dell'automobile a caccia di droga mi colpì per qualche motivo, penso che in un manuale ideale del "poliziesco" dovrebbe stare a pagina 1.
    Quando poi arrivò LA scena, L'inseguimento, ero tipo "wooo ma cosa cazzo sto guardando? e perchè non l'avevo ancora visto?"

    Eppure ho la grave colpa di non averlo visto tante volte quante vorrei (il numero ideale sarebbe... boh, 11, ma non ci sono ancora arrivato)

    p.s. gran bel pezzo grondante passione. "Fai un inseguimento", come se fosse la cosa più banale del mondo, e in effetti può sembrarlo. Quanti ne abbiamo visti? Ma quanti restano scolpiti nella memoria tanto a lungo?

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    1. Non ho memoria di questo film in tv, forse tu ed io facciamo parte della generazione che questo film ha dovuto beh, rincorrerlo. Infatti quando lo rivedo lo faccio sempre in lingua originale, piccoli vantaggi. Ti ringrazio molto, è il mio Friedkin preferito, ma è proprio la filosofia che mi esalta, un b-movie poliziesco la cui scena madre è una scena d'azione girata come si fa in paradiso, per di più un inseguimento. Un film così va a vincere tutto riconosciuto anche dal cinema "alto". Quando il cinema di genere diventa autoriale, per me quello è il meglio del cinema ;-) Cheers

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    2. E' anche il mio Friedking preferito (ho scritto Friedking per sbaglio, ma lo lascio!), quando hai scritto "un regista famoso per un solo film" giuro che mi sono chiesto di cosa diavolo stessi parlando. Poi ho capito: ah sì, L'esorcista. Seee. Spallucce.
      Che sia stato anche solo preso in considerazione per gli Oscar è un mistero, io stesso quando l'ho visto ho provato una sensazione strana, del tipo: "questo non è un film da Oscar", ma nel senso più positivo di quest'idea. Voglio dire, i miei registi preferiti non hanno mai visto un Oscar (almeno non alla regia) e me li immagino a lavoro, sul set, con qualcuno che gli chiede come si sentano a non averne mai vinto uno. Al che ciascuno di quei registi farebbe spallucce dicendo: "non ho tempo per 'ste cazzate. Azione!"

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    3. Friedkin(g) ha anche questo primato, primo regista da Oscar a beccarsi una rubrica sulla Bara, pur non avendone l'aria, lo dico nel senso migliore ma non ho bisogno di specificare con te. Per il resto la freddezza con cui questo post è stato accolto, non qui sulla Bara ma sui social, diventerà per me materia di studio, voglio fare il confronto diretto con le reazioni che collezionerà il prossimo post, giusto per confermare la mia teoria per cui Friedkin(g) è ricordato per un solo film, anche se dovrebbe essere questo. Cheers!

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  7. L'ho visto diversi anni fa, non lo ricordo quasi più, devo recuperarlo
    :)

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    1. Altamente consigliato, questo film va visto e rivisto. Cheers!

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  8. Ho ancora le orecchie che mi fischiano dalla corsa in auto, ma rieccomi! ^_^
    All'inizio ero perplesso, onestamente mentre vedevo il film non mi sembrava proprio un'opera che meritasse di diventare così iconica, in fondo usa tutti i temi e gli stili di film e telefilm dell'epoca... aspetta... 1971???? Non è Friedkin che sta usando stili di altri, sono altri che in seguito attingeranno a piene mani da Billy!
    Mentre lo vedevo pensavo al rapporto di coppia e agli inseguimenti di "Starsky & Hutch" (1975), a tutti i film ambientati nella New York sporca, quella coi quartieri poveri con le strade sterrate, a "Black Caesar" (1973), alla metro del "Giustiziere della notte" (1974) a... aspetta... ma davvero Gene Hackman sta facendo a gara di velocità con una metropolitana???
    Tutto il cinema anni Settanta con cui sono cresciuto negli anni Ottanta non faceva che attingere a Friedkin! Non mi stupisce che due anni dopo la Fox continui ad accettare sfide assurde a basso prezzo, come comprare il copione con un alieno che fuoriesce dal petto di un camionista spaziale :-P

    Una domanda. All'inizio del film, quando Gene "Babbo Natale" Hackman interroga il nero e gli chiede delle dita pizzicate... sbaglio o Roy Scheider non fa che sghignazzare? Infatti sembra uscire volutamente dall'inquadratura per non farsi inquadrare che ride!

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    1. Hai detto benissimo, sembra un b-movie poliziesco (perché lo è) ma è quello che ha formato il gusto di quel decennio ma anche di quello successivo, lo stesso Friedkin rilancerà la formula negli anni '80. Il fatto che un b-movie con strambi sbirri abbia vinto cinque Oscar, faceva capire che l' alieno ospite del torace dei camionisti spaziali allora era possibile, manca quel cinema capace di osare e influenzare il pubblico.

      La prima scena? Sicuro che sia andata così, perché Friedkin non chiamava mai il "cut" finché la scena non era finita, a costo di girarla male, con qualche microfono a vista o problemi tecnici del genere, perché voleva che forse, cruda, sporca ma vera. Quindi Schneider che ride, per le frasi senza senso del suo compare, potrebbe essere successo davvero e considerata la ripresa migliore da Billy Friedkin proprio per quello ;-) Cheers

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  9. Gran bella recensione per un capolavoro vero! Deve tanto a Bullitt questo film, ma fa tanto di nuovo e merita tutti gli elogi possibili. Buffo come Hackman si rammarichi spesso di essere famoso per ruoli da burbero/violento quando nella realtà è totalmente diverso. :--)

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    1. Si chiama recitare, Hackman lo ha sempre saputo fare ;-) Ti ringrazio molto, prima o poi mi occuperò anche di "Bullitt" un'altra pietra miliare dei motori che rombano. Cheers!

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  10. Credo che per molti l'amore per Friedkin inizi esattamente con "Il braccio violento della legge". E dico l'amore, perché probabilmente in molto lo abbiamo conosciuto con il film successivo a questo, ma è con le avventure di questi due poliziotti che inizi ad amarlo, non ho dubbi su questo. A parte che hai praticamente già scritto tutto quello che serve per farne comprendere la grandezza, quello che mi chiedo è cosa si potrebbe aggiungere? Beh niente perché comunque che sia un capolavoro lo hai già scritto, ecco diciamo che se fosse uscito prima di "Bullit" sarebbe stato pure un capodopera. Non capisco perché il finale dovrebbe irretire gli youtubers, ma ammetto pure di non capire queste figure che recensiscono film in video che durano anche più del film stesso a volte.

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    1. Ho approfondito il tema sul post relativo al seguito che arriverà a breve, però concordo con te, si viene per vedere un esorcismo, si resta per questo film, anche se i risultati delle condivisioni di questo post mi confermano che Friedkin è famoso per un solo film, non questo. Cheers!

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  11. Recensione eccellente, del tutto degna di un capolavoro che per Friedkin ha meritatamente segnato il passaggio dalle stalle alle stelle e che io ho memoria di aver visto in tv, molti anni fa... del resto, basta salire la prima volta in macchina con Jimmy "Popeye/Papà" Doyle per poi non scordarselo più per tutta la vita ;-)

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    1. Ti ringrazio molto e confermo, quella corsa in macchina è leggenda ;-) Cheers

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