venerdì 17 settembre 2021

Festa di compleanno (1968): Pinteresque (ma anche Friedkiano)

Ero consapevole che una rubrica su William Friedkin avrebbe avuto uno strano andamento, parliamo di un regista dalla tecnica sopraffina amato dal grande pubblico fondamentalmente per un solo film, eppure non si arriva in alto senza la gavetta o senza imparare grandi lezioni, parliamo di questo nel nuovo capitolo di… Hurricane Billy!

Il piano di firmare un musicarello con i divi del momento Sonny e Cher al botteghino si è rivelato un buco nell’acqua, quindi il nostro Billy era ancora alla ricerca di un bel titolo per farsi notare, da appassionato del telefilm “Peter Gunn”, quando sua Maestà Blake Edwards (leggenda vivente e regista di tante commedie diventate dei classici) propose a Friedkin di dirigere il film che avrebbe portato il personaggio sul grande schermo di cui possedeva i diritti di sfruttamento, il nostro Billy pensò di aver fatto centro. Ma parliamo, comunque, del regista che a John Frankenheimer ha preferito Sonny Bono, un autore la cui filmografia avrà alti altissimi, ma anche alcuni bassi, Hollywood avrebbe steso i tappeti rossi al nostro Billy, ma alle sue condizioni, perché il giorno in cui distribuivano il carattere Friedkin era in prima fila, infatti a cena con Blake Edwards, alla domanda: «Cosa ne pensi della mia sceneggiatura per Peter Gunn?» Billy fu brutalmente onesto «Blake, penso che la tua sceneggiatura sia una merda» (storia vera). Friedkin aveva ragione da vendere, ma potete immaginare che Edwards non la prese benissimo, in ogni caso al vostro prossimo colloquio di lavoro andato male, ricordatevi del nostro Billy.

Non chiedere cosa Billy pensa di questo film, se non sei pronto ad una risposta brutalmente sincera.

Friedkin era già destinato ad essere condotto alla cinta daziaria di Hollywood? Non ancora, nello stesso periodo un altro ragazzo che scalciava per farsi notare dalla Mecca del cinema americano, gli allungò una copia del suo libro, colpito dai suoi documentari, l’altro Billy gli chiese di leggerlo e fargli sapere se era interessato, Friedkin si portò dietro la copia di quel libro per un po’ e, con i suoi tempi, mantenne la promessa, l’altro Billy di cognome faceva Blatty e insieme a quel romanzo, tornerà a trovarsi nel corso della rubrica, perché ha avuto un certo peso nella carriera di Friedkin, ma per ora bisognava trovare un lavoro.

L’occasione arrivò all’incontro con i produttori Bud Yorkin e Norman Lear (specializzati in commedie) avevano notato il lavoro frizzantino di Friedkin con Good Times ed erano pronti a proporgli due soggetti, uno sarebbe diventato "Fate la rivoluzione senza di noi" (1970) con Gene Wilder e Donald Sutherland, troppo demenziale per i gusti del regista di Chicago, quello che restava era "Quella notte inventarono lo spogliarello" che, poi, è un po’ come scegliere di buttarsi dalla finestra oppure di gettarsi al mare con una pietra al collo, almeno per le ambizioni di Friedkin.

Ma se non altro i nomi coinvolti erano notevoli, Billy avrebbe potuto collaborare con uno dei migliori direttori della fotografia di tutti i tempi, Andrew Laszlo, mentre per il ruolo del protagonista Tony Curtis era della partita, questo bastò a convincere Friedkin (anche perché “Chi mendica non può scegliere” cit.), anche quando Curtis tirò il bidone e per sostituirlo, venne chiamato il bravissimo Jason Robards, insomma un bell’accontentarsi.

Non credo che sia l'uso corretto di una bottiglie di seltz, ma lascio fare a voi professionisti.

“The Night They Raided Minsky's” che nella versione italiana del titolo pialla il nome del locale di cabert dov'è ambientata la storia, per infilarci la più pruriginosa parola “spogliarello”, di fatto è una commedia con parecchi momenti sketch e musicali, la storia di Rachel (la bellissima Britt Ekland) che come Friedkin vorrebbe sfondare ad Hollywood, ma finisce a fare la gavetta in un locale dove si esibiscono comici come Norman Wisdom che di mestiere per anni ha fatto proprio cabaret, oppure il già citato Jason Robards. La svolta arriva proprio con Rachel che nel finale sfoggia le sue grazie con grande ironia, infrangendo le rigidissime regole in vigore sul contenuto degli spettacoli che poteva ammiccare, ma senza essere esplicito. Di fatto, una commediola malinconica sul periodo degli spettacoli di cabaret, che non ha potuto nemmeno sfruttare la popolarità del burlesque, perché nel 1968 nessuno sapeva che cacchio fosse ‘sta roba dal nome francese, motivo per cui anche in uno strambo Paese a forma di scarpa, optarono per “spogliarello” vuoi mai che per caso stacchiamo due biglietti in più al botteghino.

"Burlesque" (2010) in anticipo sui tempi, tanto Friedkin aveva già diretto anche Cher.

Non mi sento di consigliarvi “Quella notte inventarono lo spogliarello” a meno che non siate interessarsi agli attori citati (compare anche quel fenomeno di Elliott Gould, quindi forse un’occhiata la merita) o alla storia del burlesque, lo stesso Friedkin non si è mai detto troppo soddisfatto del risultato. I protagonisti hanno poca chimica, i numeri comici avrebbero dovuto essere più naturali mentre Friedkin, con ancora addosso i suoi trascorsi da documentarista, ha cercato di dar loro un taglio fin troppo realistico, il montaggio poi non piaceva ai produttori che decisero di montare il film per conto loro, anche perché la testa dura nel nostro Billy tornò a fare capolino, intervistato durante un Talk Show di cui era ospite, con la stessa spudorata onestà con cui si era rivolto a Blake Edwards, come autore ben poco soddisfatto del suo lavoro dichiarò che il film era poca cosa e che il pubblico avrebbe fatto meglio a non vederlo. Cinta daziaria di Hollywood? Questa volta sì.

Il mea culpa pubblico di Friedkin non piacque per nulla ai vertici della United Artist, l’unico modo per salvarsi era cambiare aria, su suggerimento del suo agente Tony Fantozzi, Billy prese il primo volo per la vecchia Inghilterra, tra i teatri di Carnaby Street il regista di Chicago fece la conoscenza dell’uomo che gli avrebbe salvato e rilanciato la carriera: Harold Pinter.

L’uomo che ha cambiato l’andamento della carriera di Friedkin.

Quando diventi un aggettivo, vuol dire che sei arrivato, che sei qualcuno, “Pinteresque” è l’espressione con cui comunemente si definisce una storia provocatoria e indecifrabile, esattamente come la produzione di Pinter che era seriamente interessato a portare al cinema la sua quotata piecè teatrale “Il compleanno”. Cos'avevano in comune un giovane regista di Chicago, bravo con i documentari e con alle spalle un flop con Sonny e Cher e un film sullo spogliarello di prossima uscita di cui aveva già parlato male pubblicamente? Poco, forse solo la gavetta. “Il compleanno” di Pinter, collezionò recensioni negative prima di sfondare e, inoltre, il drammaturgo aveva riconosciuto oltre che il talento, anche la fame e la voglia di arrivare del nostro Billy che, molto astuto, aveva capito che avrebbe potuto imparare molto di più da uno come lui che da un maestro della commedia come Blake Edwards. Quindi, zitto e buono come i Maneskin, Billy è andato idealmente a scuola da Harold Pinter, imparando molto, proprio sul silenzio.

Per essere uno con una tale carriera alle spalle, Pinter non era minaccioso come le storie su di lui tramandavano, Friedkin si trovò davanti un tipo in forma dall’aria vispa che mise subito in chiaro un fatto: il suo testo non si tocca, la sua prosa funziona soprattutto con i silenzi dopo una battuta, se li tagli, se li accordi o se li fai durare troppo, cambi il senso della frase e della reazione dei personaggi, infatti “Festa di compleanno” è un adattamento quasi perfetto dello spettacolo teatrale di Pinter.

Hurricane Billy e il suo nuovo mentore insieme sul set.

Vi ho già detto del carattere del nostro Billy, no? L’errore più comune di un regista cinematografico al lavoro su un testo teatrale è quello di lasciare comandare la storia, dimenticandosi di fare del cinema, errore che Friedkin non ha fatto, perché a teatro è il pubblico che sceglie dove guardare, al cinema, invece, è il regista che deve tenere le redini della storia decidendo cosa mostrare, in “Festa di compleanno” tutto il talento registico di Friedkin emerge per un film che finalmente Billy aveva davvero voglia di dirigere, una trama che sentiva sua e che avrebbe influenzato il resto della sua carriera tanto quanto la gavetta come documentarista, ci sono tanti film o scene memorabili dirette da William Friedkin, ambientate in una sola stanza, la scuola Pinter fatta di gestione dello spazio, del tempo e dei silenzi, trasformata in puro cinema da uno dei registi più tecnici e preparati mai visti dietro una macchina da presa. Nella vita devi sapere chi mandare a cagare e chi stare ad ascoltare perché ha qualcosa da insegnarti, Hurricane Billy lo ha capito molto presto, per fortuna nostra e della sua carriera.

Sembra una scena da "Lockdown" invece è Friedkin che dirige.

“The Birthday Party” è ambientato in una decadente pensioncina di una cittadina di Brighton. Meg (Dandy Nichols) è una donna di mezza età che manda avanti l’impresa insieme al marito Pete (Moultrie Kelsall) che arrotonda affittando sedie a sdraio per la vicina spiaggia, non immaginatevi proprio Miami, ecco.

La loro vicina di casa Lulu (Helen Fraser) si dà arie da diva e passa spesso a trovarli, anche quando hanno come ospite il misterioso Stanley Webber (quel fenomeno di Robert Shaw), uno scrittore distrutto che ha perso ogni interesse per la vita, non gli interessano le attenzioni di Lulu e tanto meno festeggiare il suo compleanno. Sì, perché Lulu, come il cappellaio matto di Alice, vuole festeggiare a tutti i costi il (non)compleanno dell’unico ospite della pensioncina, nulla serve che Stanley continui a dichiarare che non è affatto il suo compleanno, la festa si farà lo stesso. Ad interromperla due loschi figuri ben vestiti venuti da fuori città, Goldberg (Sydney Tafler) e McCann (Patrick Magee), fermamente intenzionati a riportare Stanley alla sua vita precedente.

"Non è il mio compleanno e neanche il mio non-compleanno!"

“Festa di compleanno” è il tipico esempio Pinteriano (o Pinteresque) di “commedia della minaccia”, una situazione apparentemente innocua che diventa sempre più assurda e minacciosa a causa del comportamento inspiegabile dei personaggi. Infatti, il film inizia come una commedia un po’ decadente su una vecchia coppia, tutto sommato piuttosto tenera e buffa, per diventare un film sempre più angoscioso, inspiegabilmente angoscioso aggiungerei! Perché quello che vediamo accadere è più che altro la bizzarra organizzazione di questa festa di compleanno, dove tutti i personaggi si comportano in modo assurdo, Stanley non la vuole, ma tutti si lasciano convincere da Lulu che debba averla e con il passare dei minuti, più i festeggiamenti procedono, più la stanza sembra sempre più piccola, troppo per contenere tutta quella stramberia manifesta.

A rendere tutto sempre più sottilmente inquietante ci pensa la straordinaria prova di Robert Shaw che entra in scena sfatto, con gli occhiali, i vestiti sporchi, la barba lunga e l’aria di tanti durante il primo Lockdown. La prova di Shaw, come al solito, è magnetica, anche conciato come uno che ha combattuto (e perso) contro la lavatrice rotta, la sua prova contribuisce alla riuscita del film, perché non sappiamo niente di questo uomo che dice di chiamarsi Stanley, ma potrebbe aver mentito anche sul suo mestiere di scrittore, di fatto il personaggio è il primo elemento di inquietudine in una situazione tutto sommato quasi tranquilla.

La faccia stropicciata di chi avrebbe preferito solo stare a letto altri due mesi.

Stanley è un uomo che fugge dal suo passato, forse fugge dalla vita stessa e il suo essere così trasandato lo conferma, non è un caso se Goldberg e McCann che vengono a ripescarlo, siano invece perfetti in giacca a cravatta, due perfetti contraltari del protagonista in fuga, sembrano un po’ gli uomini grigi di Momo di Michael Ende, se non fosse che Pinter aveva riferimento un po’ più alti dei miei, visto che non ha mai nascosto di essersi ispirato al racconto di Hemingway “I sicari” (1927), in cui due assassini devono recarsi in una cittadina sconosciuta, per uccidere un uomo che non conoscono, per conto di un mandante misterioso.

La regia di William Friedkin non si adagia sul testo di Pinter, ma lo accompagna per mano in una narrazione strettamente cinematografica, tra il giovane regista e il venerabile dramamturgo, solo un piccolo screzio sulla scena dello specchio che il nostro Billy voleva a tutti i costi (e infatti, testardo come suo solito ha ottenuto di mantenere nel montagigo finale) che secondo Pinter risultava un po’ troppo sfacciata, ma anche qui Friedkin ha avuto ragione, perché la prova “riflessa” di Shaw, sembra messa lì per sottolineare il distacco del personaggio dalla realtà e soprattutto dalla società. La scelta delle inquadrature di Friedkin è qualcosa che bisognerebbe studiare per chiunque voglia imparare qualcosa di composizione dell’immagine o ancora meglio, del narrare per immagini.

Tutti in tiro per la grande festa.

In qualche modo la festa di compleanno sempre più sincopata del titolo, sembra la campana a morto per Stanley, non vorrei esagerare scomodando titoli come Midsommar ante litteram, ma per certi versi questa festa così grottescamente allegra, visto il contesto e la situazione, sembra il rituale prima del sacrificio di Stanley, un personaggio che arriva e viene portato via senza che come spettatori, ci venga spiegato un accidenti, almeno non con le parole, tutto quello che abbiamo sono deduzioni suggerite dalla regia di Friedkin e sensazioni scatenate dalla prosa di Pinter.

Stanley potrebbe essere un uomo in fuga da un’organizzazione criminale, così come da un matrimonio con la figlia di un Boss o più semplicemente da una compagnia di cui era pedina chiave, in generale Stanely è in fuga dal sistema, anche dal sistema dei valori della vita, quello che ti impone di farti la barba ogni mattina e di indossare abiti puliti. “Festa di compleanno” potrebbe essere la storia di un uomo in fuga dal sistema che viene preso e fagocitato nuovamente dalla macchina rappresentata dai due elegantoni Goldberg e McCann, così come potrebbe essere la riuscita metafora della depressione, in cui tutti attorno a te sembrano inutilmente e grottescamente felici, insomma “Festa di compleanno” è la negazione dei film moderni che spiegano tutto anche quello che hanno già spiegato dodici volte, ma è anche il trionfo della narrazione per immagini e silenzi, insomma è Pinteresque, ma anche Friedkiano, nonostante il nostro Billy non si fosse ancora guadagnato il suo aggettivo, dopo questo film e la scuola Pinter come narratore, era pronto al grande salto.

Prima di Bruce, un altro generi di squali per Robert Shaw.

Quando “Quella notte inventarono lo spogliarello” uscì nelle sale americane, fu un altro flop al botteghino firmato Friedkin, il secondo in fila, ma “Festa di compleanno” era già pronto e con il traino garantito dal nome di Harold Pinter, era un piccolissimo film di prestigio per le sale d’essai, non avrebbe mai fatto grandi incassi (come puntualmente è accaduto), ma era la conferma che William Friedkin non era solo un regista di documentari.

Come mettere a frutto tutto quello che Hurricane Billy aveva appena imparato? Come confermare che il fulmine del talento può colpire due volte nello stesso punto? Facile: con un’altra festa di compleanno! Quindi tenete stirato il vestito buono, perché nel prossimo capitolo, insieme a quel festaiolo di Friedkin siamo tutti invitati ad un altro compleanno, non mancate, questa rubrica sta per entrare davvero nel vivo, l’uragano comincia a soffiare.

10 commenti:

  1. Quello sullo spogliarello lo salto più che volentieri nonostante la Ekland, una delle bond-girl più belle. Che poi ricordo male o la Ekland era la moglie di Peter Sellers? Qua siamo decisamente sotto ai canonici 6 gradi di separazione tra William e Blake Edwards! Quello sulla festa di compleanno invece mi manca completamente... E credo anche di non averlo nemmeno mai sentito nominare. Ma è anche il primo (per ora...) che mi è venuta voglia di recuperare. Vediamo dove riesco a trovarlo.

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    1. Il tuo inconscio cinefilo ricorda quasi bene, è stata sposata con Peter Sellers, non serve che ti dice perché lo ricordi così vicino a Blake Edwards. "Festa di compleanno" è stata la palestra di Hurricane Billy, il suo primo film davvero sentito ma anche quello chiave per capire molto del suo cinema successivo ;-) Cheers

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  2. Se metti insieme due registi anti-sistema la convivenza è improponibile. D'altronde i due hanno pagato entrambi la loro irriverenza verso Hollywood. Sarebbe bello uno speciale Blake Edwards, ma in verità improponibile sia perché non è proprio un regista da "baravolante" e poi ha diretto tanti film.

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    1. Ci sono tre grandi registi, ad una prima occhiata non proprio da Bara Volante che mi piacerebbe trattare: Blake Edwards, Werner Herzog e John Hughes. Per tutti e tre ho avuto lunghi periodi di "febbre" per il loro cinema. Cheers!

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    2. Darei precedenza ai primi due per questioni oltre che cronologiche, soprattutto per caratura artistica, ma la loro produzione è vastissima, se ti metti a recensire anche la roba TV del primo o i documentari del secondo, non finisci più. Ma tanto la baravolante non ha paura delle sfide infinite, dato che è immortale.

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    3. Ti ringrazio, poi pensa che avrei sempre in testa una rubrica su uno (lui si davvero da Bara Volante) come John Frankenheimer, spero che tempo e fortuna mi concedano sempre di dedicarmi a questa Bara, che è nata per essere un progetto a lungo o lunghissimi termine, ma quello lo deciderà Padre Tempo, io continuo a picchiare sui tasti ;-) Cheers

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  3. La commediola con il falso spogliarello l'ho sempre sentita nominare ma non mi è mai capitato di vederla, anzi in realtà spesso la confondo con "Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa" (1970): capisci che sempre di invenzioni da palco si tratta :-D
    Il secondo invece lo scopro ora e te ne ringrazio, che sembra davvero una festicciola di compleanno niente male! ^_^

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    1. Meno dei sei famigerati gradi di separazione, perché nel locale di Friedkin, prima dell’invenzione e con i censori addosso, l’unica mossa consentita era appunto “la mossa” ;-) Le festa di compleanno invece è da rivalutare, il primo vero film degno di nota della carriera di Hurricane Billy. Cheers

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  4. No, anche di questi non ne sapevo nulla.
    Certo che leggendo i tuoi post (con riferimento a "L' Esorcista III") mi sono reso conto che e' gia' la terza volta che vedo Friekin dire "Questo film e' una m...".
    Decisamente e' uno che non va per il sottile. E non ci gira tanto intorno.
    Viva la schiettezza, oh. Anche se in certi ambienti dire quel che pensi porta solo guai.
    Il primo mi sembra evitabile almeno quanto lo era il precedente con Cher e consorte.
    Mentre il secondo mi ispira gia' di piu'.
    Forse sbaglio, ma il plot basato su una situazione tranquilla che da li' a breve sbrocca e va sempre piu' fuori controllo (nonche' una casa che viene progressivamente occupata da tizi sempre piu' strani) mi ha ricordato molto "Madre!" anche se di sicuro questo non arriva a punte cosi' deliranti.
    E ora dimmi...col prossimo CI SIAMO?
    E' quel che penso io?
    Dimmi solo si' o no.

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    1. Giocatore di Basket, Billy non le manda a dire, decisamente uno di noi ;-) “Madre!” potrebbe quasi rientrare nella commedia della minaccia, anche se siamo al limite eh? Ora, io penso che tu ti sia riferendo ad un film in particolare, conto che sono giorni difficili quindi non credo che il prossimo in lista (che ho già scritto) sia quello che aspetti tu, ma abbi fede, sto inseguendo Billy a sirene spiegate. Cheers!

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