martedì 7 settembre 2021

Candyman (2021): devi parlare di me a tutti i tuoi amici...

Mi sono sempre posto delle domande di tipo pratico legate al personaggio di Candyman, ad esempio, se qualcuno – con gusti musicali particolarmente discutibili – decidesse di canticchiare un pezzo di Christina Aguilera la mattina, facendosi la barba allo specchio, finirebbe per essere trucidato da Candyman? Detto questo, il nuovo Candyman comincia con il tema musicale di Willy Wonka, dimostrazione che lo sceneggiatore Jordan Peele, la regista Nia DaCosta e il vostro amichevole Cassidy di quartiere (in questo caso il Cabrini-Green), hanno tutti e tre lo stesso senso dell’umorismo (nero).

Ma mettendo da parte per un attimo le mie caSSate, Candyman di Bernard Rose è un oggettino strano, potremmo considerarlo un po’ invecchiato, ma a livello di contenuti è un film unico, imprescindibile per certi versi, in un modo che noi, abitanti di uno strambo Paese a forma di scarpa, non potremmo nemmeno arrivare a capire in pieno. Per approfondire l’argomento, vi consiglio il bellissimo documentario prodotto da Shudder intitolato “Horror Noire: A History of Black Horror” (2019), in cui grazie a testimonianze di lusso, tra cui appunto Jordan Peele, il portavoce della nuova blaxploitation che questo “Candyman” avrebbe dovuto anche dirigerlo, prima di affidarlo nelle ottime mani di Nia DaCosta, raccontava l’importanza del film di Bernard Rose e di quanto, presso la comunità afroamericana, l’uomo nero di Cabrini-Green sia un’icona in un modo che noi ragazze e ragazzi bianchi, non capiremo forse mai.

Se non lo avete visto merita, davvero un bel documentario.

Esiste un’intera platea negli Stati Uniti, pronta ad applaudire personaggi “colorati come loro” (parafrasando un film che mi sta molto a cuore), pronta a premiare il Re del Wakanda o gli horror firmati da Peele, infatti nei cinema americani questo nuovo “Candyman” sta frantumando i botteghini in un modo che post-Covid sembrava impossibile, in proporzione meglio di Tenet o dello sfortunato Suicide Squad, bello ma sfigato nelle tempistiche di uscita.

Il nuovo “Candyman”, così, senza nessuna distinzione nel titolo dal film del 1992, si incastra nel filone dei rilanci, quei seguiti che nascondo con l’intento di cancellare dalla continuità (e dalla memoria del pubblico) i numeri due e tre venuti fuori male o molto male, come nel caso di "Candyman 2 - L'inferno nello specchio" (1995) e "Candyman 3 - Il giorno della morte” (1999). Un’operazione degna del nuovo Halloween di David Gordon Green, ma patrocinata da Jordan Peele e Win Rosenfeld, autori della sceneggiatura e da Nia DaCosta, al suo secondo film come regista, ben pronta a dimostrare tutto il suo talento visivo.

Ha telefonato Adebisi, rivuole indietro il suo berretto.

Batman ha Gotham City, Daredevil difende Hell’s Kitchen, e la leggenda urbana di Candyman è l’unica forma di difesa per gli abitanti di Cabrini-Green, che è il quartiere più povero nel poverissimo Southside di Chicago, un posto talmente disgraziato che infatti è stato riqualificato, ed è da qui che parte il nuovo “Candyman”, un film in grado di mandare a segno un sacco di trovate giuste, sbagliandone altre ma con uno scopo preciso, ovvero quello di seguire la regola aurea dei seguiti: uguale al primo ma di più! Infatti per certi versi se volessimo seguire la tediosa moda dei sottotitoli italiani “spiega film”, quello giusto per questo sarebbe “Candymen - Scontro finale”.

Cabrini-Green riqualificato sembra uscito dall’ultima stagione di “Shameless”, un posto che si sta per popolare di artisti, fricchettoni e supermercati vegani, in cui le leggende urbane sono state dimenticate, il protagonista è Anthony McCoy (Yahya Abdul-Mateen II), artista che da un pezzo ha messo giù i pennelli per il dispiacere della fidanzata Brianna Cartwright (Teyonah Parris), che vorrebbe rivederlo all'opera con i suoi quadri in grado di fare della critica sociale. La scintilla arriva dal più improbabile e peggio scritto dei personaggi, Troy il fratello omosessuale di Brianna, interpretato da Nathan Stewart-Jarrett, quello di “Misfits”, giusto per completare il quadro di un cast uscito dalle serie TV più disparate.

Ok giuro che non lo dirò, non voglio problemi con Capitan Uncino.

Troy sembra l’omosessuale da barzelletta, in un film che se fosse stato scritto da sceneggiatori bianchi, immagino avrebbe sollevato un vespaio (AH-AH Avete capito? Perché è “Candym… Ok la smetto), mentre qui sembra valere quasi tutto, specialmente la distinzione netta e super didascalica, neri = buoni, bianchi = CATTIVI, in tale senso il film di Bernard Rose doveva sottostare a dei compromessi ma aveva più classe, ma lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torneremo.

Troy è il responsabile della tradizione, attraverso il suo racconto fa conoscere ai protagonisti la leggenda urbana di Candyman, Nia DaCosta è bravissima nello scegliere di raccontare questi momenti flashback mettendo su un piccolo spettacolo di ombre e marionette, che sottolinea la natura onirica del racconto. Un modo brillante per riassumete la trama del film di Bernard Rose ad una nuova generazione di spettatori, mettendosi in scia ad essa, per continuarla e rilanciarla. Con un solo piccolo ma grande “ma”, questa versione della storia sembra il racconto popolare, dal punto di vista delle persone di colore del film del 1992, mentre la ascoltiamo, come spettatori sappiamo che il contenuto e i fatti sono raccontati in modo esatto, ma mancano le motivazioni di Helen (il personaggio di Virginia Madsen), perché di fatto la storia è diventata patrimonio di chi ancora la ricorda e la racconta, che poi è il tema di questo film, la volontà precisa di Jordan Peele, Win Rosenfeld e Nia DaCosta è quella di riprendersi Candyman per restituirlo ai legittimi proprietari.

Anthony rientra così a far parte del cliché (abusato dal cinema horror anche recente) dell’artista consumato dalla sua ossessione per l’arte e nella fattispecie, per Candyman. Nelle sue indagini sull’uomo nero che regala caramelle di Cabrini-Green, l’artista conosce William Burke (Colman Domingo), uno dei pochi ad aver visto Candyman nel bel prologo del film, quello che riporta in scena per pochi secondi (anche troppo pochi) Tony Todd con cappotto e uncino, un ritorno reso breve dalla trama ma intensissimo dallo stesso Todd, che se la gioca tutto sull'inquietudine più che sull'imponenza fisica del suo personaggio come succedeva nei film precedenti.

Quando dicevano di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, parlavano di lui!

Quello che segue è molto canonico ma anche spiritualmente molto in linea con il film del 1992, Nia DaCosta a cui il talento visivo non manca affatto, è molto brava ad imprimere al film lo stesso ritmo sospeso, che per certi versi ricorda alla perfezione l’originale di Bernard Rose. 91 minuti che in certi momenti sembra durate molto di più e in altri, avrebbe forse davvero avuto bisogno di una ventina di minuti aggiuntivi per approfondire qualche passaggio. Insomma a livello di trama e ritmo, il nuovo “Candyman” è davvero figlio dell’originale anche grazie alle ottime musiche di Robert Aiki Aubrey Lowe, tutte elettronica e ritmi volutamente asimmetrici, in grado di far percepire qualcosa di sbagliato allo spettatore, senza dimenticarsi in un momento chiave, di citare anche il tema di Philip Glass, sarebbe stato un sacrilegio non farlo considerando la sua bellezza.

Continuiamo con i lati postivi del film? Allora Nia DaCosta si merita un paragrafo tutto per lei. Non ho visto il suo film d’esordio, ma qui la regista è davvero brava a far valere gli specchi, forse anche più di quanto succedeva nel film del 1992, d’altra parte come dicevo lassù, se non per lanciare una sfida di coraggio ad una leggenda urbana, perché qualcuno dovrebbe voler evocare Candyman ripetendo il suo nome allo specchio cinque volte, con il rischio di venire perseguitato e ucciso? Il film dà valore a questa trovata, la enfatizza e allo stesso modo Nia DaCosta di riflesso (ah-ah), non fa mancare mai uno specchio in ogni apparizione del nemico del diabete, durante le sue apparizioni.

"A che piano va?", "Ehm forse prendo le scale, grazie"

La scena dell’ascensore ricoperto di specchi è una delle migliori di tutto il film, attenta ad entrare a far parte dei tanti ascensori da paura del cinema horror e questo, non è certo un primato da poco, tanto di cappello a Nia DaCosta che però non si ferma qui. Un incontro allo specchio sembra strizzare l’occhio a Il signore del Male (bene!), mentre anche gli altri omicidi si giocano la trovata del riflesso per aumentare la tensione, anche se il livello di sangue e ammazzamenti cala drasticamente rispetto al film del 1992, la violenza suggerita oppure riflessa, rende le entrare in scena di Candyman e i suoi omicidi molto più evocativi e ricercati.

Questa vale come citazione Carpenteriana, sapevatelo!

Ad esempio anche quando la trama, in maniera un po’ balorda, si gioca la scena delle ragazze nel bagno della scuola (una trovata che pare allungare il brodo della trama per aumentare il numero di corpi lasciati a terra stecchiti), Nia DaCosta è talmente brava da rendere quella scena così ben fatta da farci (quasi) dimenticare quanto sia in realtà accessoria allo sviluppo della storia. Forse a questo Candyman manca quell’atmosfera malsana tipica delle storie di Clive Barker, ma perché l’obbiettivo è chiarissimo, bisogna riconsegnare la leggenda e il mito di Candyman nelle mani dei legittimi proprietari, per farlo vale davvero tutto e voi che dite? Chiudiamo quell'icona lasciata aperta lassù? Forse è il momento di farlo.

Oy! Ehi ragazze! Ho detto che non voglio casini con Capitan Uncino!

Il nuovo “Candyman” a livello di continuità con il film del 1992, fa davvero un gran lavoro, ogni elemento del primo film ritorna e trova la sua giusta collocazione nella trama come un pezzo degli scacchi sulla scacchiera, purtroppo risulta fin troppo manicheo e didascalico in alcuni passaggi. Vi ho già citato la dubbia rappresentazione dei personaggi omosessuali (come se l’umorismo di Peele fosse scappato di mano), così come la netta divisione: nel film sono i bianchi arroganti a combinare casini evocando Candyman, sono i poliziotti bianchi ad entrare a gamba tesa sparando e falciando neri, non esiste un singolo personaggio bianco positivo nel film e posso dirlo? Non mi aspettavo nulla di differente. Mai come ora “Candyman” esce proprio nel momento giusto, quando le orecchie del suo pubblico di riferimento sono più tese che mai, chi negli Stati Uniti sta andando a vedere questo film, lo fa con le immagini di George Floyd negli occhi e questo va capito, anche da chi si sta lamentando che questo “Candyman” la stia buttando troppo sul politico, critica da poco se mi è concesso, con Peele di mezzo era più che legittimo che sarebbe stato così.

Qui da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa, questo film non sta ottenendo lo stesso successo (in sala eravamo in due, storia vera), perché semplicemente non abbiamo i trascorsi storici giusti per comprendere in pieno l’importanza di Candyman, del suo peso specifico nella cultura popolare afroamericana. Per certi versi il film di Bernard Rose aveva più classe, perché parlava di ultimi degli ultimi, le persone di colore di Cabrini-Green ovviamente, ma anche la bionda Helen, che sarà stata più bianca di un fiocco di neve ma era comunque una reietta nella società da cui proveniva, tanto da cercare il suo posto nel mondo al Cabrini-Green e tra le braccia uncinate di Candyman.

Inquadrature ricercate e dove trovarle.

Eppure bisogna essere lucidi nell’analisi, lo stesso Bernard Rose ha dovuto accettare dei compromessi per poter dirigere il suo film. Nel 1992 bisognava cercare di presentare una sorta di nuovo Freddy Krueger con api e uncino, al pubblico di beh, Freddy Krueger, perché le persone di colore con il tempo hanno reso Candyman uno dei loro prediletti, ma nell’immediato bisognava convincere i bianchi (a partire dai finanziatori), quindi Helen sarà stata anche l’ultima degli ultimi nel suo mondo, ma era l’ultima degli ultimi bianchi. Di fatto incarnava alla perfezione quello che nel documentario “Horror Noire: A History of Black Horror” (2019), viene definito il “White Savior”, il salvatore bianco. Infatti trovo estremamente significativo che nel racconto di Troy della leggenda, il ruolo di Helen sia stato ribaltato rispetto alla nostra prospettiva, perché la leggenda di Candyman appartiene al pubblico e alle persone di colore.

Giusto per chiudere la parentesi, La casa nera resta un altro horror fondamentale per la comunità afroamericana (non a caso Peele minaccia da tempo un remake, storia vera), perché a ben pensarci non aveva nemmeno bisogno del salvatore bianco. Il nuovo Candyman invece, in certi passaggi non parla al suo pubblico, URLA! Nel confronto diretto pare perdere in questioni di stile contro il film di Bernard Rose scadendo nel didascalico, ma lo fa per liberarsi del salvatore bianco, con la precisa volontà di consegnare il mito di Candyman a chi lo ha sempre compreso in pieno. Da qui in poi vaghi e moderati SPOILER!

Niente male usare le marionette per i flashback.

Guardando il film di Nia DaCosta non ho potuto fare a meno di pensare a Watchmen, però nella versione di Damon “cioccolatino” Lindelof, da cui guarda caso arriva anche Yahya Abdul-Mateen II, in un ruolo quasi speculare. Se Lindelof, anche sporcando parecchio il foglio, voleva mandare un messaggio molto chiaro e contemporaneo, il nuovo “Candyman” fa la stessa cosa, era legittimo aspettarsi di più da Peele? Probabilmente, qui sembra che abbia impostato il tutto per poi lasciare frettolosamente la stanza e il compito ad altri, di portare la palla oltre la linea di meta. Però per certi versi, complice anche la scelta del protagonista, questo “Candyman” è quella che oggi definiremmo una storia di origini, di un super-anti-eroe dalla parte delle persone di colore. D’altra parte quando guardavamo “Superfly” (1972) o “Shaft il detective” (1971), ci aspettavamo di vedere bianchi rappresentanti a dovere? Non penso proprio vero?

“Candyman” fa per un’icona Horror quello che la blaxploitation faceva già negli anni ’70, e lo fa in un momento storico in cui le vite dei neri contano (occhiolino-occhiolino), quindi se volete la ragione del successo al botteghino di questo film, negli Stati Uniti più che qui da noi, bisogna andare a ricercarla qui. Candyman non ha mai smesso di essere l’unica forma di difesa e giustizia a Cabrini-Green, ed ora che il quartiere non esiste più, almeno non come lo intendevamo nel 1992, c’è ancora bisogno di Candyman che lassù o paragonato a Daredevil o a Batman non per caso.

Se non volete temere l'uomo con l'uncino, temete le anticipazioni!

Ora che la storia di Candyman è stata nuovamente raccontata, dal punto di vista dei suoi legittimi proprietari, l’uomo con l’uncino può ritornare in scena come faceva Michael Keaton nel 1989, ed è un peccato che nella versione doppiata del film quel «Tell everyone» (ben "spinto" fin dalla campagna promozionale) sia stato piallato e reso più innocuo, perché di fatto è identico a «Tell all your friends about me» di Keaton, ci mancava giusto un bel «I’m Candyman» per completare l’opera. Fine della parte con vaghi e moderati SPOILER.

Insomma ora che la storia di Candyman è tornata ai legittimi proprietari, sarà divertente vedere come questo potere verrà utilizzato, poi magari un giorno qualcuno darà una risposta anche al mio quesito su Christina Aguilera, per ora, più di logica e di testa che di pancia, credo che questo nuovo “Candyman” abbia il suo perché e che vada visto, credo che vedremo pochi altri film più contemporanei e al passo con i tempi di questo.

24 commenti:

  1. Non sono un fan di Candyman (l'originale...) che vidi un paio di volte una vita fa. Come dici bene nell'intro del post, è un film che per molti motivi non mi è arrivato appieno. Ok, l'ho capito, ne ho compreso il significato e il messaggio ma... Basta. Non fa parte del mio bagaglio culturale come ad esempio Nightmare o Jason. Questo aggiornamento lo guarderò perché mi pare di capire che il lavoro fatto da Peele e dalla DaCosta sia interessante magari recuperando i vecchi film giusto per completezza (credo di aver visto solo il primo ma potrei sbagliarmi...).

    Capo, dopo le ultime pessime notizie mi sa che è arrivato il momento del post su The Wire...

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    1. Questo film può essere visto, compreso e apprezzato (o no, a seconda dei gusti) anche da solo, ma per apprezzarlo pienamente un ricordo fresco del film del 1992 aiuta, quelli di mezzo non sono indispensabile per più di una ragione, a meno che tu non sia un completista della carriera di Donna D'Errico ex bagnina di Baywatch, se si, saremmo in due credo ;-) Cheers

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  2. Che stia avendo successo negli stati uniti ci sta visto che Candyman laggiu resta piuttosto conosciuto ed elevato a simbolo di un popolo,penso che da noi in pochi si ricordano il film di Bernard Rose,inoltre il fatto che questo film sia una esclusiva delle sale non lo ha avantaggiato da noi! Si potrebbe dire un misto di paura dei luoghi pubblici mescolato ad una rinnovata pigrizia dovuta ad un anno intero in qui la gente si e adagiata alle comodita delle piattaforme,il tutto poi incorniciato dal green-pass!

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    1. Lo ripeto tutte le settimane, ma il cinema sta perdendo gli spettatori casuali, quelli che ci andavano per l'aria condizionata d'estate e il riscaldamento d'inverno. Cheers

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    1. Lo è, di pancia resto con il primo film, l'originale, ma di testa ne vedo pregi e difetto e ho capito il senso di tutta l'operazione, la trovo anche molto logica. Cheers

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  4. Piccola divagazione che forse non c'entra ma anche si, visto che Peele in effetti nasce come comico.
    Riguarda i cliché a cui fai riferimento nella tua rece.
    Si diceva che una donna può fare ironia sui difetti sia degli uomini che delle donne, ma un uomo no. Altrimenti passa per maschilista.
    E penso che nel settore la stessa cosa al momento funzioni per la gente di colore.
    Un nero può fare ironia sui neri e sui bianchi, un bianco no. Altrimenti passa per razzista.
    E direi che ci sta, visti i tempi che corrono.
    Eh, ma ormai a quanto mi risulta nemmeno Hell's Kitchen esiste più. Hanno dato una ripulita anche lì.
    Rimane giusto Gotham perché é immaginaria.
    Immagino che la realtà americana sia ancora un pò difficile da capire, per noi.
    Ci arriveremo, un giorno. Perché se dai un'occhio alla società USA oggi é di fatto una proiezione di come sarà l' Europa tra una ventina d'anni.
    Che possa piacere o no, Suppongo sia inevitabile.
    Là, se non altro, ci si può stare sulle scatole l'uno con l'altro ma si parte dal presupposto che tutti hanno il diritto di starci.
    Certo, non é come dirlo. Perché non tutti sono considerati allo stesso modo.
    Ha un bel dire Norton che il razzismo non esiste più da almeno trent'anni. Esiste ancora, solo é diventato più subdolo. E lo si rivela con tutta una serie di comportamenti secondari.
    Secondari un corno, mi viene da aggiungere. Perché si darà sì a tutti la possibilità di starci, ma non si viene ancora considerati tutti allo stesso modo.
    Poi, ripeto...é un discorso lungo e complesso, e non é la sede.
    Siamo qui per parlare di un film.
    Allora, premetto che ero partito con tutte le diffidenze del caso. Perché di remake fatti coi piedi di maschere horror famose ne abbiamo avuti già, e francamente inizio ad averne anche abbastanza.
    Ma poi ho visto il trailer, ed é scattato qualcosa.
    Ho avuto l'impressione che hanno imboccato la strada giusta.
    Perché Candyman non é una maschera horror come tutte le altre, anche se di fatto l'hanno fatto diventare tale.
    Come Pinhead, tanto per restare sul discorso di Baker.
    Col cuore senz'altro ci siamo. Almeno questa é la (buonissima) impressione che ho avuto.
    E poi perché per quanto strampalata poteva apparire, l'idea di fare un sequel anziché un remake si é rivelata vincente.
    Ai tempi del primo le minoranze non avevano voce in capitolo, vivevano nei ghetti. Ed infatti i bianchi dovevano avere la loro parte preponderante nel film.
    Adesso molti si sono fatti una posizione in società, occupano posti di rilievo.
    Sono stati al passo coi tempi. Cosa che non fece Guadagnino col suo "Suspiria", che detesto.
    Datemi pure dell'ignorante, ma sono ancora lì a chiedermi che cavolo c'entrava la lotta armata tedesca.
    Su Peele, dopo quella perla nerissima (in tutti i sensi. e niente doppi sensi) di "Get Out" nutrivo la massima fiducia.
    Un pò meno nella DaCosta, che non conoscevo. Ma stando a quel che dici, ha fatto un buon lavoro.
    Ottimo. Lo vedrò.
    Ed ottima recensione, Cass.
    Complimenti.

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    1. Tra l'altro vedo che la DaCosta se l'e' gia' accapparrata la Disney per una nuova sfilza di film sull' MCU.

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    2. Si decisamente, ma qui forse la battuta non gli è riuscita. Ma poi ci sta in generale, io posso parlare male dei nerd perché sono uno di loro è lo stesso principio, ed io ne abuso ;-)

      Non ti far traviare dal film brutto sull’uomo senza paura, Hell's Kitchen esiste, un pochino sistemato rispetto agli anni ’70 (ma come tutta New York), ma si chiama ancora così, malgrado un tentativo di rinominarlo ;-) Comunque parliamo degli americani, quelli che distruggono uno stadio storico (come lo Spectrum di Philadelphia) per costruire uno più grande a pochi chilometri di distanza, hanno una concezione tutta loro dei quartieri, delle città e della storia. Ti ringrazio capo! Cheers

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    3. Nia DaCosta e Chloé Zhao sono state entrambe accalappiate dalla Marvel, voglio credere perché sono entrambi di talento. Voglio crederci e non voglio vedere dietrologie (disse Cassidy con un occhio chiuso). Cheers!

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    4. Mah, forse per il fatto che di monumenti storici, a parte quelli realizzati da madre natura stessa, non ne hanno.
      Ok, giusto la Statua della Liberta', che guarda caso era pure un regalo.
      Qui, se smantellassero San Siro (e ogni tanto ne parlano, visto che la zona dal punto di vista immobiliare fa gola. E le due squadre della citta' vorrebbero costruirsi ognuna il suo stadio, in modo da avere una bella fonte di introiti e non dover piu' pagare un esorbito di affitto al comune) verrebbe giu' il finimondo.
      Si, ne convengo.
      Il film su Devil era indifendibile, una volta scremato l'entusiasmo.
      Unica cosa bella? I Ray - Ban rossi indossati dal protagonista.
      Tu pensa che me li ero pure comprati!

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    5. Che infatti sono diventati "canonici", adottati da Matt Murdock anche nel fumetto (storia vera). Cheers

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  5. Il primo Candyman era sicuramente stato influenzato oltre che dalla situazione politica e sociale delle persone non-bianche anche dagli eventi di Los Angeles successivi al pestaggio di Rodney King che scatenò proteste e rivolte, per certi versi simili a quanto visto per George Floyd, anche se con esiti meno gravi. Non so perché ma quell'evento mi è rimasto impresso in modo particolare, quindi un film horror che mettesse in evidenza una situazione che si conosceva ma con il coraggio di mostrare l'uomo nero come una vittima era ai tempi rivoluzionario, o almeno non avevo mai visto niente di simile. Ora le cose sono migliorate ma si respira comunque una presunta superiorità della classe bianca verso le altre etnie. Ben venga Peele che ricorda forse con troppa enfasi che ci sono ancora differenze importanti, per quanto forse meno evidenti.
    Sicuramente è un film che vedrò, non al cinema, ma per la continuità con l'opera precedente e anche solo per apprezzare il grande Tony Todd.

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    1. Decisamente si, per questo ora è anche più al passo con i tempi, per certi versi è un’operazione analoga a quella di “Halloween” del (2018) anche per il ritorno della vecchia gloria (in questo caso Tony Todd) però fatta con molto più cervello secondo me. Cheers!

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  6. Del primo Candyman ricordo solo lo splendido tema musicale di Glass quindi dovrò rinfrescarmi il ricordo prima di vedermi questo: non credevo l'avrei anche solo avvicinato ma ora che ti ho letto devo farlo :-P

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    1. Questo film può essere visto anche non avendo visto o non ricordando l’originale, però nel confronto tra i due secondo me si guadagna qualcosa. Ti dirò “de panza” noto i difetti, li vedo tutti, di testa l’operazione ha davvero un suo perché è un’occhiata la merita. Cheers!

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  7. Il primo Candyman mi era piaciuto tantissimo, certo era figlio dei suoi tempi, quelli den "Bianco Salvatore", inoltre ricordiamoci che era stato scritto da un ragazzone inglese bianco, che non aveva ancora nemmeno resa èpubblica la sua omosessualità e quindi giocava a fare il seduttore cone le fans, degli altri sequiti, ho apprezzato solo la D'errico, ma per il resto erano dimenticabilissimi. Il nuovo Candyman, probabilmente hai raguione tu, è l'aggiornamento in chiave "Peele" dei vecchi blaxploitation,penso che Van Peebles padre lo adorerebbe, il fatto che sia manichea la distinzione bianchi- negativi, afro-americani-positivi è in fondo una ripresa degli stili blaxpolitation, non mi stupisce, non mi fa indignare...lo giudico un film riuscito, tutto qui.

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    1. Infatti il primo "Candyman" era dalla parte degli ultimi degli ultimi della società, oggi i giovani direbbero: parlami di omosessualità senza parlarmi di omosessualità ;-) Penso la stessa cosa, su Donna D'errico e sul mitico papà di Marione, ma anche sul film ;-) Cheers

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  8. Nella sala dove vado di solito è rimasto pochissimo per fare spazio ai film della mostra del cinema. Mi spiace un sacco non essere riuscito a vederlo.

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  9. Maledetto Cassidy! È da oltre una settimana che non mi faccio la barba al mattino perché la tentazione di cantare il pezzo di Christina Aguilera davanti allo specchio è troppo forte...
    Boooooooooooy

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    1. Ahahah più di Candyman può solo Christina ehehe Booooooy! ;-) Cheers

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