venerdì 21 maggio 2021

King of the ants (2003): anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano

Come operose formiche, un venerdì alla volta portiamo avanti quest’opera di omaggio a Stuart Gordon, quindi buon venerdì a tutti voi e bentornati al nuovo capitolo di… Above and beyond!

Ricapitoliamo: nel corso della rubrica abbiamo visto il nostro Stuart Gordon ricevere finanziamenti per i suoi film dall’Italia, dall’Irlanda, dall’Australia e in parte anche dalla Romania, ma sapete qual è stato il più grande trionfo di Gordon? Non solo farsi finanziare un film dalla famigerata Asylum, ma riuscire nell'impresa, davvero ben oltre i limiti dell’eroico, di firmare un bel film targato Asylum. Quelli che ci sono riusciti si contano sulle dita di una mano, ma di uno che ha lavorato a lungo come addetto alla sega circolare.

Piccolo riassunto per tutti quelli che avessero passato gli ultimi vent’anni chiusi in un capanno, rapiti da alcuni brutti soggetti armati di mazze da golf: la casa di produzione Asylum nasce nel 1997 come distributore, ma pian piano ha saputo costruire la sua (discutibile) fama con film e filmacci a basso costo, molti dei quali “Mockbuster” ovvero dei film istantanei, girati in brevissimo tempo e con ancora meno soldi (e competenze tecniche), per sfruttare l’onda lunga di blockbuster costosi e famosi annunciati dalle altre case di produzione, ad esempio sta per uscire il remake di Robocop? La Asylum batte tutti sul tempo con Android Cop, Guillermo del Toro annuncia Pacific Rim? Ecco arrivare Atlantic Rim e via così.

La benda sugli occhi, l'unico modo per guardare il film medio della Asylum, inconsapevoli di quello che sta per colpirci.

Anche se il titolo che ha messo il nome della Asylum sulle mappe geografiche è stato Sharknado, definito il film più brutto di sempre, da tutti quelli che non sanno nemmeno come possano essere fatti per davvero i film brutti. Ma prima dell’orgia di squali tornado e motoseghe, la Asylum non aveva mai pensato di fare il salto, passando da distributore a produrre, almeno fino al giorno in cui al loro campanello non ha suonato il nostro Stuart Gordon.

Stuardo era incappato nel romanzo “King of the ants” di Charlie Higson, scrittore che sarebbe stato anche ben disposto a vedere la sua opera sbarcare al cinema, ma chi poteva essere così matto da decidere per davvero di adattare per il grande schermo una trama tanto nera e sudicia piena di bassezze umane? La risposta ovviamente già la sapete: Stuart Gordon della grottesca rappresentazione dell’umanità e dei suoi orrori ha fatto la cifra stilistica del suo cinema, inoltre aveva già lavorato con Charlie Higson a teatro, nella natia Chicago (storia vera).

A ben guardarlo, “King of the ants” ha tutte le caratteristiche del Vostro film medio Asylum: un budget con cui chiunque altro di norma paga il conto del minibar del divo di qualunque altra produzione, attori pescati tra caratteristi, ex famosi con la carriera in caduta libera e volenterosi improvvisati destinati a vedere gli Oscar giusto in diretta tv, a voler essere gentili. Su tutto aggiungiamo un’idea di fotografia rubata ai migliori set dei film porno, insomma, sono riuscito ad abbassare le vostre aspettative? Benissimo, perché “King of the ants” ci chiede di fare proprio questo: calarci nelle peggiori bassezze umane grazie ad un solo asso nella sua manica: la regia e il talento di Stuart Gordon.

I titoli di testa di un film pieno di colpi in testa.

Il regista di Chicago è sempre stato a suo agio con produzioni piccole, se non addirittura microscopiche, verrebbe da dire grandi quanto formiche ed è ironico considerando che il film più costoso e di grande successo a cui il nome di Gordon è legato, resta una commedia Disney con le formiche in un ruolo chiave.

Nelle mani di Stuardo, quelli che di norma sono i limiti di qualunque produzione Asylum, diventano la tela su cui dipingere, se non proprio i suoi pennelli e colori da utilizzare per affrescare questa storia nera e marcia, il fatto che il suo protagonista Sean Crawley (Chris McKenna che tiene botta caricandosi un ruolo non semplice sulle spalle) di mestiere sia un imbianchino improvvisato, forse ha avuto degli effetti indiretti sulla mia metafora.

"Hai un amico in me, un grande amico in me" (cit.)

Sean è uno spiantato in cerca di soldi che finisce per fare la conoscenza dell’elettricista Duke Wayne (George Wendt, paffuto caratterista che avete visto in tutti i film), l’uomo, dal principio amichevole, gli chiede se è disposto a fare un po’ di soldi facili e lo presenta a Ray Mathews, un losco palazzinaro con la fissa per il golf fatto a forma di un Daniel Baldwin, più stropicciato che mai, che pur andando spesso sopra le righe, se non altro ci regala un cattivo molto adatto al film, uno davvero facile da odiare, in una storia dove, come si dice in questo casi: il più pulito c’ha la rogna.

Il compito di Sean è quello prima di pedinare e poi di eliminare Eric Gatley, colpevole di aver infilato il naso negli affari loschi di Ray, la faccenda si complica quando durante i suoi pedinamenti Sean resta affascinato dalla bella moglie del suo bersaglio, Susan Gatley (Kari Wührer) e fino a qui sarebbe la vostra normale trama da noir se poi la storia non scivolasse giù, ancora più in profondità nel formicaio.

La cura e il mestiere di Gordon emergono dai piccoli dettagli, “King of the ants” è un film dove ogni colpo ricevuto in testa ha un suo peso e prima che il gioco della pentolaccia cominci per davvero, il nostro Stuart si sofferma a sottolineare un colpo in testa preso da Sean durante la sua impacciata attività di pedinamento, sembra quasi un errore dell’attore per quanto la capocciata data dal ragazzo possiamo vederla nel film, una di quelle scene che altrove finirebbero tagliate dal montaggio, mentre qui sono un ironico (e sinistro) monito del destino del protagonista.

Il primo colpo in testa del protagonista. Non si patteggia con l'umorismo (nero) di Stuart.

“King of the ants” dura 102 minuti e malgrado sia un film marcio e volutamente decadente, nemmeno per mezzo secondo viene voglia di staccare lo sguardo dallo schermo, non so quante volte si possa decidere volontariamente di guardare un film del genere, resta il fatto che se dovessi spiegare ad uno che ha passato gli ultimi vent'anni a subire torture in un capanno, quanto era geniale Stuart Gordon, penso che gli farei vedere proprio questo film.

Sì, perché la trama da noir tiene incollati allo schermo, Sean accetta di uccidere un uomo, trattando con un Ray ben più che alticcio per una cifra tutto sommato ridicola, tredicimila dollari sono tanti se sei alla canna del gas, ma a mente fredda, ragionando in prospettiva, sono davvero la cifra per cui svendere la propria anima e la propria sanità mentale? “King of the ants” è una guerra tra poveracci in cui si soffre per Sean stravolto dal suo impacciato esordio come assassino, ma diventa chiaro con il passare dei minuti che è un film che ti prende per il bavero e ti trascina giù con sé nel fango, senza darti nemmeno il tempo di chiederti se quello sia davvero fango.

"Dovremmo avere dei fucili dell'insetticida per cose di questo tipo" (quasi-cit. guardate la faccia di Baldwin)

Se la vita è una giungla, “King of the ants” ci ricorda che per quanto possiamo raccontarcela, noi persone normali, cresciuti con un’etica e con tutti i nostri enormi difetti, non saremmo mai i leoni, al massimo possiamo essere formiche nella migliore delle ipotesi e sarebbe già una gran fortuna, perché Sean re delle formiche nella sua trasformazione da uomo ad insetto, si ritrova a dover combattere contro delle iene.

La parte migliore del film di Gordon? La sua capacità di trascinarci così a fondo con sé nella storia, da farci sospendere l’’incredulità quel tanto che basta da accettare anche le trovate più assurde, chi mai deciderebbe di torturare in quel modo grottesco qualcuno diventato un testimone scomodo? Non sarebbe più facile eliminarlo e basta? Eppure, guardando “King of the ants” viene istintivo smetterla di porsi questo tipo di domande, solo per capire dove sta cercando di andare a parare la trama o più in generale, per vedere se Sean riuscirà a portare a casa la pelle.

Come dicevo, in questo film, ogni colpo in testa conta, ha un peso e un effetto collaterale, la tortura subita da Sean ridotto a pignatta umana e percosso ogni giorno con una mazza da golf sulla testa, diventa la progressiva discesa all'inferno del protagonista e qui, l’enorme esperienza e passione di Gordon per Lovecraft torna a grattare la porta.

"Mi presento sono Howard Phillips e come avrai intuito ora impazzisci" (quasi-cit.)

Durante la prigionia del protagonista, tutto quello che Sean ha visto e desiderato torna a perseguitarlo sotto forma di incubi che mettono in chiaro quanto Gordon sia sempre stato a suo agio con il genere horror, mostri deformi, donne iper sessualizzate che diventano incubi, disgusti assortiti con cui il regista di Chicago bombarda noi ed il suo protagonista di visioni da incubo, quelle che potrebbe avere solo un personaggio che sta semplicemente lasciando la sua sanità mentale dietro alle spalle, proprio come la maggior parte dei protagonisti della opere di Lovecraft. La trasformazione da uomo a formica di Sean passa attraverso i lividi e i bozzi sul suo corpo, se in “Old boy” (2003) dicevano che le persone sole vedono le formiche, Sean fa il passo successivo e diventa il re delle formiche, un titolo che di nobiliare non ha davvero nulla e che, anzi, fa pensare che, in fondo, al Gregor Samsa di Kafka, sia andato tutto pesche e crema.

"Ho sbattuto contro l'armadietto del bagno, niente di grave"

“King of the ants” ti trascina talmente a fondo che persino i deus ex machina che intervengono sotto forma dell’amico del protagonista (una sorta di sosia giovane di Tobe Hooper) sono più facili da accettare e in quanto noir sporcato di ogni elemento esterno, sangue, horror e feci dello stesso protagonista ridotto ai minimi termini della scala evolutiva umana, non può mancare la combinazione, il caso fortuito che porta alla rinascita del protagonista e che, ovviamente, passa da una donna.

Eppure, in “King of the ants” non ci sono buoni o cattivi nel senso classico, lo stesso protagonista verrà punito più del necessario, ma non è certo un santo, a ben guardare, questo film è quello che ha portato la filmografia di Gordon in un territorio nuovo, l’ideale primo capitolo di una trilogia di film in cui i protagonisti saranno persone normali (nel senso più vero e quindi spaventoso del termine) alla prese con situazioni grottesche, quelle che solo la vita più che il cinema può lanciarti addosso. I prossimi due capitoli di questa “Trilogia dell’orrore quotidiano” (il nome me lo sono appena inventato, ma accetto suggerimenti) arriverà a breve su queste Bare, mentre il finale di “King of the ants” non può che essere drammatico, come del resto tutto il film.

Magari è solo lo stemma del maestro delle tartarughe di "Dragon Ball", però evocativo.

Sarei curioso di capire l’ideogramma (credo giapponese) sulla maglietta del protagonista nel finale, non ho idea di cosa voglia dire, ma sono sicuro che Gordon non lo abbia scelto di certo a caso, mentre Sean porta avanti la sua vendetta e completa la sua trasformazione da uomo a formica, in un film dove niente è sacro, tutti sono sporchi e luridi anche un attore feticcio di Gordon come Vernon Wells, celebre per i suoi ruoli da arci cattivo cinematografico, qui fa una fine ingloriosa perché di gloria in una storia così nera e sudicia non può esserci, nemmeno per Sean.

Passano gli anni, ma Bennett continua ad avere la pressione troppo alta.

Un minimo di fegato per affrontare questo film è richiesto, non perché sia il più violento mai visto nella storia del cinema, ma Gordon è talmente capace di tiranti dentro alla sua storia che tutto il sudiciume sembra restare un po’ appiccicato addosso anche a noi spettatori. Per essere un film del 2003, “King of the ants” ha una violenza che non ha nulla da spartire con i film dal 2000 in poi, ma soprattutto è diretto da un regista che non sembra per niente adagiato sugli allori di un linguaggio cinematografico datato, “King of the ants” non è un film degli anni ’80 finito per caso nel 2003, la capacità di Gordon di adattare il suo cinema al nuovo millennio non l’ha saputa sfoggiare così bene, quasi nessuno degli altri Maestri cinematografici legati al cinema Horror e molto più blasonati di Stuardo, tutti rimasti un po’ legati al passato e ai vecchi stilemi di un tempo.

Sarà per la sua capacità di portare in scena i grotteschi orrori dell’umanità, ma Gordon pur faticando a trovare fondi per i suoi film, nel nuovo millennio ci sguazzava alla perfezione, uno dei pochi registi che è stato, cinematograficamente parlando, in grandissima forma fino alla fine della sua carriera e purtroppo della sua vita, ci sono ancora tanti orrori da esplorare e questa Bara è pronta a farlo, per Stuart Gordon vale la pena di sporcarsi le mani.

18 commenti:

  1. Sono una grande fan degli animali assassini nei film, a qualunque livello, e quindi ovviamente anche della Asylum e di tutto ciò che produce. Leggendoti però, più che i vari film di formiche assassine che ho visto (un bel po'!) mi sono venute in mente cose che mi hanno impressionato (fin troppo) come La Mosca e District 9, non so se possano effettivamente averci qualcosa a che spartire... Film che mi hanno profondamente colpito, così tanto che non vorrei rivederli... e questo mi sembra affine. Comunque grazie, sempre una bella scoperta!

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    1. Purtroppo la Asylum non ha seguito l'impostazione data loro da Gordon gettandosi sulle bestiacce, qui siamo più in zona "La metamorfosi" quindi "La Mosca" (con le differenze del caso e di budget), richiede non sapere nulla della trama questo film oppure, essere pronti ad immergersi nel fango (sperano che sia tale), questo spiega forse perché non è così famoso. Cheers!

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  2. E' che ci sono film di puro svago, come quelli in cui le formiche giganti assaltano grattacieli e tirano giù elicotteri (visto), e film impegnati e disturbanti come appunto La Mosca (e questo): sono da vedere con stati d'animo e aspettative completamente diversi, se no... :D

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    1. Esatto, questo poi è un film particolarmente marcio fino al midollo, quindi bisogna trovare il momento giusto per vederlo, ma bisogna anche trovarlo, ennesimo titolo maltrattato dal mercato dell'home video italiano per il nostro Stuart. Cheers

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  3. Sinceramente non me l'aspettavo, non avevo idea di Gordon associato alla Asylum, pazzesco. Comunque a Sharknado gli vorrò sempre bene ;)

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    1. Indubbiamente, ma per il loro unico film meritevole, nel senso classico per lo meno, hanno avuto bisogno di Gordon ;-) Cheers

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  4. L'unico film di Stuart Gordon che non ho visto,mi risulta che questo film sullo stivale non ci sia proprio arrivato,per cui tocca vederlo in inglese per vie piratesche per caso?

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    1. Benevuti in uno strambo Paese a forma di scarpa ;-) Cheers

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  5. Ecco, da qui in poi io e il buon Stuart ci siamo persi di vista.
    Non lo conoscevo, e la tua rece mi ha fatto venire una dannata voglia di vederlo.
    Il bello di certi autori é che per fortuna il loro talento invecchia come il vino. E non significa che va in aceto, tutt'altro.
    Ormai qui Gordon ha una ragguardevole carriera sulle spalle, direi. E nonostante il budget risicatissimo ha piena padronanza delle sue capacità, ed é sicuro dei suoi mezzi.
    Sa quel che vuole, come ottenerlo e quindi tira dritto come un treno.
    E non gliene frega più nulla, ma non nel senso che non ha più niente da dover dimostrare.
    Mostra quel che si sente di voler e di dover mostrare, infischiandosene se qualcuno rimane inorridito o si scandalizza.
    E direi che ne ha pieno diritto, anche.
    Anime belle astenersi, quindi. Anche perché pare che stavolta ci sia andato con la mano più pesante del solito.
    Di un pò...niente niente con questo ha voluto sparare fuori (e dritto sul muso, per ridurlo come quello del povero protagonista) la sua personalissima versione di "Cuore Selvaggio" e di "Una Vita al Massimo"?

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    1. No quelli sono film comunque patinati (nel senso migliore del termine) qui le immagini sono state sovraimpresse sulla carta vetrata. Gordon ha saputo mantenere il suo linguaggio cinematografico coerente ma al passo con i tempi, non tutti i Maestri hanno saputo fare lo stesso. Cheers!

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  6. Bellissimo recupero, questo.
    Quando l'ho visto, vari anni fa, mi è sembrato il noir più malato della storia recente del genere; mi sembrò poco omogeneo, dato che la parte più indimenticabile, veramente allucinante, è situata in mezzo tra un inizio noir piuttosto intrigante e una mezz'ora finale ben realizzata ma non all'altezza del resto. Quella parte centrale, però, basta e avanza a renderlo uno dei migliori film di Gordon.
    Sempre un piacere leggerti.
    Blissard

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    1. Grazie mille capo, condivido secondo me quell'effetto di sgangheratezza lo trovo in linea con il percorso del protagonista, una metaformosi da uomo a re si, ma delle formiche. Cheers!

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  7. Dove, come, quando? Perché è uscito questo film e io non ne sono stato informato??? C'è una volontà occulta che mi ha tenuto nascosto il cinema di Stuart Gordon!!! :-D
    Scherzi a parte, un "filmaccio on bestiacce" e per di più con un Baldwin nel cast è roba da mandare in tilt il mio blog, quindi devo assolutamente recuperarlo! ^_^

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    1. In realtà nessuna bestiaccia, ma le mostruosità non mancano, Gordon ha tenuto a battesimo l'Asylum e loro ai film di bestiacce ci sono arrivati lo stesso ;-) Cheers

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  8. Ahi, ahi, la mia prima lacuna gordoniana in assoluto! O quasi, considerando che “King of the ants” almeno lo conoscevo di fama, pur senza averlo visto... adesso, però, mi tocca per forza approfondire la conoscenza una volta per tutte ;-)

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    1. Merita, sporco, grezzo e malsano. Potrebbe essere la prova definitiva del talento di Gordon. Cheers!

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