giovedì 17 dicembre 2020

La croce di ferro (1977): bastardi senza gloria (ma per davvero)

Nella vita uno può scegliere di omologarsi alla massa, oppure di tenere la schiena dritta andandosene alle sue condizioni, parliamo di questo nel nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Nel 1975, mentre Peckinpah si barcamenava con il suo titolo meno incisivo, il mondo del cinema veniva divorato dallo squalo di Spielberg, un film che ha da solo inventato il concetto di Blockbuster cambiando per sempre lo scenario cinematografico e dando il via ad una corsa agli armamenti, il cinema fantastico ad alto budget era la nuova tendenza, quindi produttori come Dino De Laurentiis e Ilya Salkind erano alla ricerca di registi per progetti come un nuovo film su King Kong e uno su Superman. Ve lo immaginate Peckinpah a dirigere Superman? Lo avrebbe fatto volare a rallentatore, prima e meglio di Zack Snyder.

Peckinpah accarezza l’idea perché, non facciamo le vergini, se con un solo film ci sono da fare tutti i soldi che ha fatto Spielberg, chi ci sputerebbe sopra? Quindi, a quel punto, l’opzione era omologarsi oppure fare quello che avrebbe fatto uno come Bloody Sam: dirigere un film di guerra ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale (in un momento in cui tutti volevano solo film d’intrattenimento per dimenticare gli orrori del Vietnam) e (per non farsi mancare proprio niente) di raccontarlo tutto dal punto di vista dei Nazisti. Quando distribuivano la capacità di allinearsi alla massa, Sam Peckinpah era in qualche bettola messicana ubriaco di Tequila e abbracciato ad un paio di prostitute.

“Sam ti cercano, stanno distribuendo qualcosa che potrebbe servirti”, “Ho da fare, non vedi che sono impegnato?”

Peckinpah accetta l’offerta del produttore tedesco Wolf Hartwig, un produttore di film porno con l’obbiettivo di sfondare (ok, forse non è la scelta di parole più felice considerando la professione di Hartwig) nel campo del cinema, quello dove gli attori e le attrici indossano i vestiti. Lo zelante produttore mandò al regista di Fresno una copia di “The cross of Iron” (1957) di Willi Henrich, che raccontava la storia di un plotone di soldati tedeschi durante la battaglia di Krymskaya nel 1943, mentre il fronte russo cedeva e il Reich millenario di quel tizio con i baffetti come Charlie Chaplin (ma molto meno divertente) vacillava sull'orlo della caduta.

Quello che resta di una nazione allo sbando.

Peckinpah aveva un’altra occasione per parlare di un soldato, altri professionisti della guerra dopo Sierra Charriba e Il mucchio selvaggio, inoltre, teniamo a mente un dettaglio da non sottovalutare: Sam nella sua vita era stato un Marines di stanza in Cina e facendo parte di una generazione che la “Seconda” la ricordava bene, aveva ancora il dente avvelenato. Per un ingaggio di circa 400.000 mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti e una percentuale sugli incassi se il film fosse andato in positivo, Peckinpah era pronto a tornare a parlare di guerra, anche se questa volta, di una guerra moderna.

Il compito di adattare il romanzo in una sceneggiatura venne affidato dal produttore a Julius Epstein, il risultato era il bignami delle banalità da film di guerra, un lavoro che a Peckinpah non piaceva per niente e che ordinò di far riscrivere a James Hamilton, uno scrittore californiano che Sam aveva conosciuto grazie al suo fidato direttore della fotografia Lucien Ballard. Hamilton (come Bloody Sam) era un bevitore accanito ed un ex marine che, però, conosceva molto bene la vita dei soldati in guerra, con il copione approvato Peckinpah poteva radunare la vecchia banda e volare in Europa, per i ritocchi alla sceneggiatura si portò dietro Walter Kelley (anche lui ex soldato di stanza nel pacifico) e la fidata Katy Haber, segretaria, assistente e più in generale, santa donna.

I tre colori dei titoli di testa non potevano che essere rosso, nero e bianco.

Immagino che, libero di scorrazzare a Monaco, Peckinpah sia stato il terrore delle birrerie locali, ma il regista era molto interessato anche a frequentare l’archivio storico, da qui arrivano le immagini di repertorio utilizzate per gli efficaci titoli di testa, sulle note di un’infantile cantilena in tedesco, scorrono i fotogrammi del Reich, un inizio che mette subito in chiaro gli intenti del film.

A proposito di fedelissimi, James Coburn a questo punto della sua carriera non era solo un attore che aveva recitato in molti film di Peckinpah, era uno dei suoi amici e confidenti più fidati, a lui tocca il ruolo Rolf Steiner, un uomo tutto d’un pezzo, un soldato che avrà anche perso l’idealismo, ma non il coraggio, per certi versi un uomo degno di enorme ammirazione da parte di tutti, se non fosse per la divisa che indossa, ovvero quella sbagliata dell’esercito nazista. Un antieroe controverso, raccontato da un regista controverso e spesso accusato sommariamente di simpatie di destra, le analogie non sono così difficili da trovare.

Brindiamo ad un’altra collaborazione tra James e Sam e il tassametro corre.

Trattandosi di un nome ancora abbastanza grosso, Peckinpah era riuscito ad attrarre parecchi attori europei, ben felici di recitare nel nuovo film del grande regista americano, James Mason accetta il ruolo del Colonnello Brandt, mentre Maximilian Schell veste i panni dell’ambizioso, aristocratico ed esecrabile Capitano Stransky. A questi aggiungete un altro pretoriano di Bloody Sam, ovvero David Warner, credibilissimo come tedesco nei panni del Capitano Kiesel, un ufficiale devastato da una disillusione congenita e da una dissenteria devastante, perché la guerra raccontata da Peckinpah è tutto, tranne che gloriosa.

Considerando i problemi del suo personaggio, Warner brinda con i fermenti lattici.

Grazie alla fotografia pastosa di John Coquillon (al suo terzo, ma non ultimo film con il regista di Fresno), Peckinpah ci porta sul fronte russo, tra il fango e il filo spinato, nelle trincee tedesche dove i nuovi arrivati sono carne da macello da affiancare a soldati che hanno smesso di credere alle promesse di grandezza per la Germania fatte da Hitler. La spaccatura è netta, da una parte ci sono gli ufficiali, quelli che ancora pensano di poter vincere e organizzano piani sulla pelle dell’altra fazione, i soldati come Steiner e i suoi uomini, quelli che la guerra la combattono per davvero, che la subiscono portandone i segni nel corpo e nella mente per sempre. Ancora una volta Peckinpah punta il dito contro quelli che “hanno l’ufficio più in alto del primo piano”, colletti bianchi contro colletti blu, ma in senso lato, una sorta di metafora dell’eterna guerra del regista contro chi gestisce il “sistema”, i grandi produttori di Hollywood con cui ha battagliato per tutta la carriera.

Sotto l’ala protettiva di Wolf Hartwig, però, non è tutto pesche e crema, il budget promesso dal neoproduttore erano quattro milioni di dollari, ma ad inizio riprese Hartwig era riuscito a mettere insieme solo una parte della cifra, ecco perché nel tentativo di tenere bassi i costi, buona parte del film venne girato tra Zagabria e Trieste, anche se mancava ancora qualcosa: i carri armati e gli aeroplani.

Ho visto più carri armati in una partita a Risiko.

«Wolf dove sono i miei carri armati? Mi avevi promesso quindici carri armati dove sono?», Peckinpah aveva bisogno dei carri per dirigere le scene dell’avanzata dei soldati sovietici, ma di aerei nemmeno l’ombra, mentre i carri disponibili sul set, a dispetto dei quindici promessi erano la bellezza di… Tre, uno, due e tre, non uno di più. Nel tentativo di fare buon viso a cattivo gioco Peckinpah e i suoi operatori trovarono il modo di organizzare una sorta di giro giro tondo di carri, inquadrati in modo tale da sembrare molti di più di quelli realmente disponibili, ma la grande campagna di Russia di Peckinpah, cominciava ad assomigliare sempre più alle strisce di Bonvi di Sturmtruppen, anche perché Bloody Sam nel frattempo, era ancora uno straccio d’uomo.

Il suo alcolismo galoppava ancora senza freni e la cocaina di cui ormai era dipendente era introvabile in Jugoslavia, per compensare Peckinpah si sgargarozzava Slivovitz come se fosse Coca Cola, questo gli permetteva di restare lucido (per le sue abitudini per lo meno) anche per diversi giorni, salvo poi ritrovarsi ad essere un cadavere con voragini di memoria, incapace di ricordare persino di aver già diretto intere sequenze (storia vera). Questo spiega alcuni scarti di tono di “La croce di ferro” che è un film estremamente compatto e realistico come tutte le prime pellicole di Peckinpah, ma cede generosamente a momenti più astratti, com'è possibile vedere in alcuni film di Bloody Sam da Voglio la testa di Garcia in poi.

Questo non è per forza un male, grazie al suo caratteristico montaggio, i flash cut e i rallenti per sottolineare la violenza delle scene di combattimento, Peckinpah firma un film nichilista, in cui i soldati tedeschi ormai in rotta, non hanno più nessuna motivazione vera per combattere, se non quella di sopravvivere e arrivare alla fine di una guerra maledetta che li ha resi i nemici del mondo e da cui la Germania uscirà devastata, infatti l’unica speranza è quella di veder per lo meno sopravvivere a questo inutile massacro, almeno gli uomini migliori, quelli che potranno guidare la patria attraverso una lunga e difficile ricostruzione, uomini come Capitano Kiesel, anche se più probabilmente il futuro sarà nelle mani di loschi arrivisti come il Capitano Stransky.

Ufficiali, burocrati e produttori, di tutta l’erba un fascio (ah-ah)

Stransky desidera a tutti i costi la croce di ferro, la più alta onorificenza dell’esercito tedesco, consegnata a chi ha saputo distinguersi in battaglia. La vuole perché un aristocratico prussiano come lui, di così nobile lignaggio, non può essere da meno rispetto ai suoi avi, anche se fin dal suo arrivo non fa altro che comportarsi come l’indottrinato spocchioso che pensa di sapere tutto, forte della sua teoria che è quasi completamente inutile, specialmente quando si scontra con l’esperienza e la realtà dei fatti. Quanti personaggi così avete conosciuto nella vostra vita? Maximilian Schell è bravissimo ad interpretare il tipo di personaggio esecrabile che in una situazione come una guerra, può diventare il motivo per cui a casa non ci tornerai mai.

“La croce di ferro” attraverso il personaggio di Stransky affronta anche qui tabù che normalmente i film di guerra evitano di raccontare, come l’omosessualità tra le fila dei soldati, ad esempio, un tema che Peckinpah affronta come altro elemento di questo film, spogliato di ogni genere di fronzoli e retorica, perché nella guerra di Peckinpah ci sono solo coloro che credono ancora a istituzioni, dottrine imposte e medaglie, opposti a coloro che, invece, hanno sbattuto il muso contro la dura realtà.

Il fronte sovietico, freddo, sporco e senza pietà di Peckinpah.

Ecco perché Steiner, a suo modo, è un (anti) eroe quasi ammirevole, indossa la divisa sbagliata ed è spezzato nella mente, ma sa ancora distinguere il giusto dallo sbagliato andando oltre i colori delle divise, ecco perché è importante la figura del ragazzino russo, salvato e tenuto nascosto tra le fila dei soldati tedeschi, una speranza per il futuro, quasi una metafora su gambe, in una storia dove di speranza non ne abbiamo poi molta.

James Coburn offre una prova dolente, i suoi dentoni spuntano solo in un paio di momenti, quelli più satirici come, ad esempio, nell'onirica (o forse dovrei dire da incubo?) scena dell’ospedale militare, dove Steiner si ritrova a sfogare la sua rabbia, tra soldati mutilati che gli alti ufficiali vorrebbero comunque rispedire al fronte, un modo perfetto per riassumere l’inutilità e l’assurdità della guerra.

"La conosci quella canzone di De Gregori, quella sul farci fare l'amore dalle infermiere?"

Il ruolo di Coburn è stato fondamentale anche per altri motivi, il 6 luglio del 1976, all'ottantanovesimo giorno di riprese, Peckinpah era pronto a girare la grandiosa scena finale prevista dal copione, un massacro in cui i protagonisti andavano in contro alla morte, pochi contro tanti, esattamente come in Il mucchio selvaggio, quando improvvisamente arrivarono i produttori con la cattiva novella: "Abbiamo già speso sei milioni, i soldi sono finiti, la produzione chiude oggi".

Il nuovo finale è un ridicolo dialogo da girare in interni, qualcosa di indegno per un film qualunque, figuriamoci uno dove tutti a partire da Peckinpah hanno dato così tanto. Tutto era pronto, Sass Bedig l’addetto agli effetti speciali aveva preparato cumuli di pneumatici fumanti, in un bellissimo e decadente set tirato su in una rimessa per i treni e il finale non poteva essere girato. Peckinpah prima inizia a singhiozzare e poi a piangere, il suo incubo peggiore si sta materializzando ancora una volta, quei bastardi in giacca e cravatta gli stanno portando via il film. Sconsolato il regista si barrica in una torretta da cui poter osservare tutto il suo bellissimo set in cui non girerà mai e mentre Coburn tenta invano di consolarlo, l’attore si ricorda di essere grande amico del regista, di aver interpretato Steiner per ottantanove giorni, quando Peckinpah in lontananza vede arrivare Hartwig e i produttori risponde: «Che si fottano!». Dall’alto della sua torretta Peckinpah si è goduto la scena ridendo, per concludere con: «Ok Sass, prepara tutto!» (storia vera).

Non fate mai incazzare qualcuno che si allenava con Bruce Lee, è un brutto affare.

Scende dalla torretta di corsa, attraversa i binari e punta dritto verso Hartwig: «Porta via dal set questi coglioni! Faremo questa cosa, la faremo bene! Non gireremo quella scena, gireremo quello che vuole Sam, ora andatevene da questo cazzo di set!» (storia vera). Nel giro di alcune ore e con un finale improvvisato, “La croce di ferro” termina con Coburn che ride dell’idiozia e l’incapacità di Stransky, una risata amara e satirica, la prova che questo film e la sua travagliata produzione potevano terminare solo così: alle condizioni di Peckinpah.

“Avevi pianificato tutto Sam?”, “No, ma quello che conta è il risultato”

“La croce di ferro” viene montato dalla squadra supervisionata da Peckinpah, agli Elstree Studios di Londra, proprio dove nello stesso periodo Marcia Lucas stava montando un nuovo filmetto, una storia spaziale intitolata una roba tipo Guerre Stellari o che so io, baggianate! Noi stiamo montando il nuovo film di Sam Peckinpah! Che, però, alla sua uscita venne apprezzato giusto in Germania, per il coraggio di raccontare in modo così schietto e realistico il dramma di un popolo, ma negli Stati Uniti venne ignorato, relegato a piccole sale raggranellò risate al botteghino, spazzato via proprio dal quel filmetto di fantascienza montato negli stessi studi, che nello stesso anno di “La croce di ferro” incassò più di duecento milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati e che, per certi versi, rappresentava la direzione presa dal cinema americano. L’uomo che era stato il poeta in grado di narrare la fine della frontiera americana, ormai era un residuato bellico che cavalcava verso il tramonto.

Un’ingiustizia, perché “La croce di ferro” è un film durissimo, un urlo a pieno polmoni contro l’inutilità della guerra che, di fatto, è piaciuto ad un solo americano, un tale di nome Orson Wells che colpito dalla visione scrisse un telegramma a Sam Peckinpah per complimentarsi, aveva diretto solo il più bel film contro la guerra che lui avesse mai visto (storia vera).

"Sentito? Ad Orson Wells siamo piaciuti"

Come molti film di Peckinpah, anche la copia originale di “La croce di ferro” venne maltrattata a causa dello scarso successo, solo grazie alla ricerca di alcuni appassionati è emersa una copia in 35mm, riportata in una sala cinematografica nel 1990, precisamente all’università della California (UCLA) dove la proiezione organizzata nel campus, offrì agli studenti la possibilità di vedere un altro grande film di Sam Peckinpah in sala, dopo essere stato maltrattato, una sveglia analogica in un mondo che stava per diventare digitale, ma anche il fiero rappresentante di una tipologia di storie che amo molto, i “controcampi”, quelli in grado di raccontare una storia nota, dal punto di vista meno canonico e nessun punto di vista poteva essere meno allineato dei bastardi (senza gloria, ma per davvero) di Peckinpah.

Questa rubrica ha ancora parecchia strada da fare, per ora ci prendiamo una piccola pausa Natalizia, a gennaio riprenderemo con gli ultimi capitoli, Bloody Sam sarà ancora con noi!

26 commenti:

  1. Mitico Sam Peckinpah da lui diretti ho visto solo tre film getaway con la coppia mitica Steve McQueen e Ali McGraw, Il mucchio selvaggio e cane di paglia...questo che hai recensito non lo conoscevo affatto xD

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    1. Quelli sono tre dei suoi film migliori, ma ad esclusione dello sbalestrato "Killer elite", Bloody Sam di film brutti non ne ha mai fatti. Cheers!

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  2. Proprio mai visto, ma in quel periodo anch'io ero preso parecchio dall' altro film che montavano in quel posto. Chissà che non lo recupero in qualche modo anche perché Coburn è un attore che secondo me ha dato valore anche a produzioni bislacche come i due film dell' Agente Flint, di cui specialmente il secondo era una baggianata assurda. Però mi sono goduto pure quello...

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    1. James Coburn è sempre stato uno dei miei attori preferiti, dai western, passando per Leone e l’amicizia con Bruce Lee e Sam Peckinpah, e poi ha fatto "Hudson Hawk" ;-) Qui offre una prova molto intensa, è un film da vedere perché si parla tanto del bellissimo “Orizzonti di gloria”, ma questo non viene citato quasi mai. Cheers!

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  3. Davvero inarrestabile il vecchio sam!

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    1. Se non avesse battagliato con i produttori, di fatto auto sabotandosi (anche con i suoi vizi) non so cosa sarebbe stato, visto che già così ha fatto la storia del cinema. Cheers

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  4. -beh, solo a Orson Welles è piaciuto? forse non era il momento giusto, ma poi non è stato rivalutato?

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    1. Sulla lunga distanza, molti (tra cui io, per quel nulla che conto) lo considerano uno dei migliori film anti bellici di sempre, ma lassù citavo “Orizzonti di gloria”, tu ricordi di qualcuno che cita “La croce di ferro” con la stessa facilità? Peckinpah ancora oggi viene dato per scontato, non è stato ancora oggetto di una rivalutazione piena. Cheers!

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  5. Az', nuovo film di Sam che mi manca completamente! La locandina mi è molto familiare, credo di averla intravista diverse volte qua e là, anche da ragazzo, ma del film proprio ignoravo tutto, quindi il stasera so già cosa gustarmi ^_^
    Anche in periodi in cui i film bellici venivano recuperati a chili e finivano a secchiate in cicli tematici - Tele+ nei primi Novanta ne trasmetteva a getto continuo - non mi è mai capitato sotto gli occhi questo titolo, forse distribuito male da noi o forse troppo scomodo anche per i recuperi televisivi. Eppure in edicola ricordo diverse collane di cassette o DVD dedicate al "grande cinema di guerra", ma il povero Sam proprio non lo ricordo.
    A dopo, per i commenti post-visione ^_^

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    1. Dicembre è un mese strano, quindi ho spostato Sam al giovedì, a questo punto concluderò il ciclo a Gennaio, visto che farò qualche giorno di ferie (di cui ho anche un gran bisogno), ma quando tornerà per gli ultimi capitoli, lo farà di venerdì questa rubrica, ti aspetto per il post-visione ;-) Cheers!

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  6. Non facile indubbiamente il punto di vista dei nazisti, ci vuole polso che pochi hanno.

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    1. Polso, una discreta testa e dosi abbondanti di fegato, malgrado se lo sia consumato con l'alcool, Peckinpah aveva tutto questo ;-) Cheers

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  7. Sono abbastanza sicuro di averlo visto perché ricordo del nobile prussiano che desidera la Croce di Ferro per non sfigurare e per continuare la tradizione militare della famiglia. Ma sarei un bugiardo se dicessi che mi ricordo qualcosa di più di questo lavoro di Sam. Ovviamente lo aggiungo alla già nutrita lista di cosa da recuperare...

    Domanda: nella foto di Peckinpah dentro la tinozza, che sguardo gli ammolla Bloody Sam alla tipa a bagno con lui? Vecchio marpione...

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    1. Una vita da marpione, oggi non verrebbe considerato politicamente corretto proprio per niente, ma nella vita non ne ha lasciata passare una il vecchio Sam. Cheers!

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  8. Impossibile non amarlo, girato come solo Bloody Sam riusciva.

    Nonostante quel cambio di finale, ho trovato comunque iconica quella scena!:

    Stransky: - Ti farò vedere come sa combattere un ufficiale prussiano! -
    Steiner: - Ed io ti farò vedere come si fa per meritarsi la Croce di Ferro! -

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    1. Il bello che poi Stransky si dimostra per tutto il suo valore, al resto ci pensa la risatona di Coburn. Mica male per un finale arrangiato ;-) Cheers

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  9. Spielberg, Lucas, Zemeckis...
    I ragazzi terribili che hanno cresciuto un'intera generazione.
    Oppure l'hanno rovinata a colpi di buonismo preconfezionato, a detta di pochi e sporadici detrattori. Tra cui figurano alcuni dei miei registi preferiti.
    Che cosa pensa Peckinpah?
    Per me non li disdegna. Tutt'al piu' li considera roba da mocciosi.
    Lui cerca ben altro.
    E infatti alza il tiro, e dai cazzotti nello stomaco passa direttamente all'artiglieria pesante.
    Ti sforna un film di genere desueto, e dall'altra parte della barricata.
    Quella sbagliata, per giunta.
    Che poi, desueto...ne riparliamo tra un po' di anni quando inizieranno a fioccare i film sul Vietnam.
    L'avrei voluto vedere Sam, alla prese con la sporca guerra.
    Ma era troppo presto. Era una ferita ancora aperta, e dolorosissima.
    I crucchi, insieme ai russi e ai libici, sono i cattivi per eccellenza.
    Ma in trincea sono convinto che vi siano soldati valorosi da ambo le parti.
    Pure tra i sudisti. E tra i nazisti.
    Ci avevano gia' provato in tanti, da Wayne a Cooper, pur stando dal lato giusto patriottico.
    Ma in guerra non esistono potenze dell'asse e alleati. Solo uomini.
    Anche d'onore. Ognuno che si batte e muore per cio' in cui crede. Giusto o sbagliato che sia.
    Welles lo ha definito il miglior film di guerra mai fatto.
    Lo e'?
    Per me si.
    Saro' sincero: per il sottoscritto e' un CAPOLAVORO.
    L'ho visto da piccolo sulla fu Euro TV, oggi Telenova. Incurante del VM14.
    E mi ha folgorato.
    Interpreti magistrali.
    Abbiamo da una parte Steiner, il classico tizio che non fara' mai carriera.
    Perche' tiene ai suoi uomini, e cerca di salvarli tutti.
    Il tipico ufficiale amato dai soldati ma odiato dai superiori. Ma che di lui non possono fare a meno, perche' senza gente cosi' l'ordine è la disciplina vanno a ramengo.
    E poi Stransky. Il raccomandato. Che continua a fregiarsi di un titolo nobiliare ormai inutile, non ha mai partecipato a un conflitto e crede che la guerra la si faccia coi manuali.
    Il primo a prendersi i meriti se le cose vanno bene. E a scaricare le colpe quando invece vanno male. Nonche' a tagliare la corda.
    Ovviamente, come tutti i lecchini, ha il terrore che gli facciano le scarpe. E che crolli la sua rete di intrighi.
    Arrivera' a far compiere una vigliaccata di quelle veramente INFAMI, pur di non far scoprire la verita' su un'onoreficenza guadagnata con l'inganno.
    Ma l'eroe sopravvive. E al momento della vendetta, si rende conto che chi ha di fronte e' un tale miserabile che non vale nemmeno la pena di uccidere.
    Meglio pigliarlo per il bavero, condurlo fuori per l'assalto finale e dimostrargli una volta per tutte come ci si guadagna davvero quella dannata croce di ferro.
    Gran bel pezzo, Cass. Complimenti anche per come sveli i retroscena su una lavorazione travagliatissima, che non conoscevo affatto.
    Capolavoro, ripeto. Uno dei piu' gran film di Peckinpah. Se non il migliore, addirittura.
    Piccolo appunto: sentire la voce del grande e mai abbastanza compianto Glauco Onorato (qui la presta a Coburn) e' sempre uno spettacolo.

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    1. Ti ringrazio, anche per la possibilità di citare qui la risposta di Peckinpah, ad un giornalista che al tempo, gli chiedeva come lui si poneva verso i registi della nuova generazione, risposta: «Me ne fotto dei registi della nuova generazione» (storia vera). Cheers!

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  10. Purtroppo non mi è mai ancora capitato di vederlo, nonostante venga replicato abbastanza spesso, specie su Iris.
    Ma cosa gli manca per essere un Classido?

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    1. Ci ho pensato spesso, forse gli manca la capacità di essere diventato un modello di riferimento per altri film, purtroppo è rimasto un caso isolato che non è stato preso come modello, quindi non è nemmeno una sua colpa, ma resta comunque un gran film, uno dei miglior di Peckinpah, quindi di uno dei più grandi registi di sempre. Cheers!

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  11. A occhio non è il film più riuscito della storia, ma ora ho tantissima voglia di vederlo dopo aver letto la tua recensione!

    (fare meglio di Snyder comunque non sarebbe stato così difficile!)

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    1. Invece potrebbe stupirti, senza conoscere tutti i suoi trascorsi turbolenti, potresti quasi non sospettare nemmeno, anzi se ti capiterà di guardarlo, prova a dirmi se davvero quelli ti sembravano solo tre carri armati ;-) Cheers

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  12. Grande Peckinpah! A uno così daresti tutti i tuoi risparmi per fargli concludere degnamente il film.

    Complimenti per la bella recensione, altro film da aggiungere alla lista dei film da vedere.

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    1. Si, però forse lui andrebbe a spenderseli in Messico ;-) Scherzi a parte, era un tipo molto carismatico, malgrado delle abitudini distruttive. Cheers!

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  13. Film praticamente dimenticato, eppure è uno dei 4-5 film al cinema che ti fanno provare simpatia o patteggiare per un nazista, che ovviamente alle stronzate di Hitler non ci crede più; il soldato tedesco non lotta più per astrusi ideali di razza ariana, né è spinto più da alcun spirito di annientamento, il soldato tedesco lotta solo per la propria sopravvivenza contro un nemico comunista che avanza come un rullo compressore senza pietà e pronto a vendicarsi della barbarie nazista.

    James Coburn intenso come non mai, lo sguardo stralunato quando è in infermeria ed indossa quelle medaglie, dice tutto sulla guerra e sul senso di sconfitta.
    Il finale improvvisato si ricollega all'inizio... che la guerra non sia altro che un gioco per bambini che si illudono di essere grandi?
    In effetti la minaccia sovietica si percepisce molto tramite i personaggi, più che per l'onda umana nemica che dato il budget era limitata nei carri, però funziona.

    Peccato per la rappresentazione infima del soldato omosessuale, per il resto un capolavoro da 9, dietro solo agli inarrivabili Mucchio Selvaggio e Pat Garret e Billy the Kid.
    Non credo fosse il miglior film di guerra all'epoca (La Grande Illusione, Orizzonti di Gloria, la Grande Guerra e Mash gli sono davanti), però nella Top 5 ci può rientrare, almeno fino al 1977... l'anno dopo uscirà il Cacciatore e poi Apocalypse now.
    Che follia farlo scontrare con lo schiacciasassi Star Wars, povero Peckinpah.

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    1. Coburn sfoggia una gamma recitativa impressionante, inoltre la minaccia sovietica, non si vede quasi mai ma è palpabile, considerando i mezzi semi dilettanteschi messi a disposizione di Peckinpah, emerge tutto il suo straordinario talento. Cheers!

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