martedì 8 settembre 2020

Fight Club (1999): fidatevi, andrà tutto bene

Prima regola del Fight Club: non essere da solo a scrivere un post su Fight Club. Ecco perché oggi, Tyler Cassidy e Quinto "Durden" Moro hanno iniziato a scazzottarsi per il vostro giubilo, il risultato è la rissa a pugni e parole che segue, buona lettura ed ora... scivolate.

DISCLAIMER
Questo commento doveva essere un dialogo, un gioco, uno scherzo tra il vostro amichevole Cassidy di quartiere e il vostro occasionale Quinto Moro da marciapiede. C’eravamo proposti di dialogare su questo film, ma nello spirito dell’opera a un certo punto ci siamo fusi. Ci siamo lasciati andare a quegli stessi dialoghi sui massimi sistemi che il film esplora. Riga dopo riga ci siamo lasciati diventare… Tyler Durden! Un’entità unica per raccontarvi una storia che ci ha tirato cazzotti in faccia, lasciandoci lividi dello stesso colore.


Ed ora prima di iniziare, prima regola di questo post: non si parla di questo post.
Intro
Nebbia. Puzza di plastica bruciata. Gasolio. Cassonetti traboccanti d’immondizia indifferenziata e grasso di vecchia liposucchiato, e quell’aroma stantio simile al pollo fritto.
Strada piena di buche in una zona industriale di capannoni abbandonati. Poco più in là un quartiere residenziale dei tempi del boom economico, col cielo visibile dietro gli scheletri dei muri senza infissi né soffitti sopra, come dopo i bombardamenti.
Due figure nella nebbia. La prima porta un secchiello con birre tra palline da golf come fossero cubetti di ghiaccio, l’altra un grappolo di mazze sulla spalla. Attraversano la strada coi volti lividi e tumefatti fino a una poltrona reclinabile color blu fiordaliso e un tavolino a forma di Yin Yang straordinariamente nuovi, come freschi di consegna dall’Ikea. Tirano a sorte, forbici-carta-sasso-Lizard-Spock: uno si lancia sulla poltrona, l’altro balza sul tettuccio di una Fiat Panda incendiata che sta lì dalla prima metà degli anni Ottanta.
Tyler Cassidy ingolla un sorso di birra, Quinto Durden fa roteare la mazza sparando palline contro le rovine della città immersa tra smog e luci che vanno e che vengono.
“Allora, dobbiamo infrangere le prime due regole del Fight Club"
“Infrangerle a cazzotti sui denti, la parte migliore del lavoro. Ma per farlo come si deve, dobbiamo parlare di Chuck”.


“Chuck è quello che ha detto di vestirti così?”, “Pensavo avesse detto lo stesso anche a te”
Quinto ondeggia la mazza da golf, sussurra: “scivola” e scocca il tiro. Da qualche parte a due isolati di distanza un vetro va in pezzi. Una gatta strilla. Un cane abbaia di rimando.
“Ti dico una cosa su Chuck, lui sì che sa scavare sul fondo. Smembra pezzo a pezzo la realtà. Chi l’aveva mai visto un film parlare dei gruppi di sostegno del cancro? Niente lacrimucce spremute, niente bon-ton politicamente corretto. No, turismo nei bassifondi delle miserie umane. Ti metti una maschera e diventi “Jack”, spione dalla vita qualunque che deve nutrirsi di disgrazie per sentirsi vivo. Siamo figli di Romero amico mio, ciondolanti zombie in cerca di carne succulenta da rosicchiare per ricavarne un po’ di vita e sangue. Te ne vai ai gruppi di sostegno del cancro come una turista, dagli avanzi dell’altrui sofferenza ne prendi un po’ per te stesso, perché sei diventato così apatico e insensibile da aver bisogno d’una botta di realtà per endovena, di riflesso dalle flebo di chi è già fottuto. C’è tutto un sottotesto politico se ci pensi”
“Fanculo il sottotesto politico. Va tutto a fondo bello. Succhi un po’ di dolore dalle vite degli altri per uscire dalla tua apatia. Non capita spesso che un film ti prenda a pugni in faccia”
Tyler mi guarda fisso: “E’ l’apatia del protagonista bello, non hai bisogno di farla tua: sei tu. Puoi essere un grigio burocrate di carta o un assicuratore di celluloide. Sei un insensibile insonne, uno per cui la morte degli altri è lavoro, freddi numeri. La tua vita è Brazil senza nemmeno la musica fuori contesto, al massimo un po’ di Pixies sui titoli di coda. Passi i tuoi giorni in ufficio davanti allo schermo. In un periodo di tempo abbastanza lungo, l’indice di umanità scende a zero. Puoi anche vivere porta a porta con la disgrazia, ma se non è la tua non ti tange. Non ti fa né caldo né freddo. La guardi dall’altro lato del corridoio. Ti chiedi come sia viverla, ma non fa parte del tuo mondo a meno che non scegli di immergerti tu stesso. Ti ci devi avvicinare in qualche modo. Guardi il vuoto che hai dentro ma devi fartelo raccontare da qualcun altro. Da qualcuno che lo soffre sulla sua pelle, o qualcuno tanto bravo da scriverci sopra un libro.”


Tyler Cassidy e Quinto Durden, durante la stesura di questo post (seeee uguali!)
Mi sovviene una spiegazione spicciola per chi non ha ancora visto il film né letto il libro. Perché di cosa parla Fight Club in sostanza? Della deriva personale di un uomo invischiato in un lavoro mediocre, tormentato dall'insonnia e dall'apatia, che trova nella violenza delle scazzottate in un club l’àncora di salvezza dall'oblio e dal desiderio di suicidio. Allegro no? In realtà il film è condito da sprazzi di humour nero che rendono sopportabile la palude emotiva del protagonista, che si trasforma in un romanzo di de-formazione e distruzione. Più facile capire di che cazzo parlo se avete letto anche solo una decina di pagine di Chuck Palahniuk.
La prima volta che ho letto un romanzo di Chuck ho pensato che ora anche la nostra generazione avesse il suo DeLillo. Fino a “Ninna nanna” (2002) solo libri uno migliore dell’altro. “Rabbia” (2007) sarebbe stato perfetto per un film, ed è un peccato che quel capolavoro di “Soffocare” (2001) sia stato adattato al cinema in modo così scialbo.
La filmografia completa dei libri di Chuck suonerebbe col tonfo sordo d’incancreniti testicoli da golf sparati a mezz’aria, tra la tangenziale e il confine oscuro dei quartieri spettrali dei capannoni di aziende fallite. Colpi di tosse in sottofondo, fino a soffocare…
Curioso che di tutte le trame deliranti e folli dei suoi inizi letterari, a Chuck sia toccato il successo col suo lavoro più lineare, perché Fight Club lo è, per quanto sia nitroglicerina pura fatta in casa. É un falso esordio, se il mondo non era pronto al suo primo vero romanzo “Invisible Monsters”. Troppo bizzarro, tosto come solo sa essere la realtà che supera la fantasia.
L’idea per Fight Club nacque da un diverbio per schiamazzi con i vicini di piazzola al campeggio, una situazione da romanzo di Palahniuk risolta alla Palahniuk: una randa di botte incassate, e il giorno dopo al lavoro nessuno dei colleghi chiedere dei lividi in faccia. Realtà che supera la fantasia, in un mondo di personaggi reali, alienati, umani disumani in una società che come Martha Stewart sta lucidando le maniglie sul Titanic. Un reale, farraginoso meccanismo oliato solo per schioccare nello sparo a vuoto dell’empatia mancata, che suona sorda come i pugni negli scantinati del Fight Club. O come la colonna sonora di Titanic.
Aperta parentesi: nei deliri a cavallo tra il mondo reale e quello di fantasia c’è gente che gode nel pestare gli altri al suono di “My heart will go on” di Celine Dion, tutto documentato ne “La scimmia pensa la scimmia fa”, verace testimonianza made in Palahniuk. E tra i corsi e ricorsi storici più improbabili della storia del cinema, beccatevi la fiatella da freezer di Eddy Norton nella grotta della meditazione di Fight Club, clonata da quella di Leo Di Caprio che crepa sul Titanic, appiccicata in post produzione (storia vera!)

Problemi d’insonnia? Hai provato a contare i pinguini prima di addormentarti?
Due ombre se le danno di santa ragione in un parcheggio deserto. A un certo punto si avvicina un procuratore della 20th Century Fox in giacca e cravatta e chiede di partecipare per accaparrarsi i diritti del romanzo di Chuck. Il primo a schivare il cazzotto è Peter Jackson dal set di “Sospesi nel tempo” (1996), poi Bryan Singer si accascia spompato prima d’iniziare il combattimento, e si finisce sui pugni più duri, quelli di David Fincher. Certo ci avrei messo la firma per vedere un Fight Club diretto da Danny Boyle, ma tra due registi da Postalmarket patinato, c’è toccato quello che più si avvicina per compostezza e follia celata al nostro alter-ego Tyler Durden (avete mai visto in faccia Fincher? Non vi dà l’idea del buon ragioniere con un machete nel comodino e un cadavere nell'armadio?)
Fincher mette in vetrina mobili scandinavi, facce gonfie, elastici per lo scroto e omicidi con la stessa logica. Con Jim Uhls alla sceneggiatura cambia i connotati quanto serve alla trama di Palahniuk. Film e libro finiscono per diventare complementari, con le soluzioni di Fincher che finiranno per risultare le più anarchiche, rispetto a un racconto sì originale e bizzarro, ma piuttosto lineare nello schema di base.
Fight Club non l’ho manco visto al cinema, ma ero curioso di vederlo, avevo letto gli articoli promozionali sulle guide tv tipo “Sorrisi e Canzoni” e lo recuperai solo anni dopo in vhs. Mi piaceva la locandina con il sapone e i nomi coinvolti, la prima settimana penso di averlo visto almeno tre volte (storia vera). Me lo sparavo più volte al mese. Divenne… una droga. La mia sbronza settimanale per acquistare un po’ di lucidità.


We're living in repetition / Content in the same old shtick again (cit.)
Edward Norton nei primi Duemila era l’attore caldo, quello che sembrava destinato a dominare la scena. Veniva da “American History X” e “Schegge di follia”. Ed io ero il piccolo centro dell’universo che bucava la scuola per vedere i film con Ed Norton e quelli con Denzel Washington. Avevo un amico in fissa che mi ripeteva “ma quant’è bravo Edward Norton?”.
Erano gli anni delle vecchie pay-tv pre Netflix. Si registrava su vhs alla mezzanotte prima, si bucava la scuola l’indomani per guardare il film e si andava in videoteca a cercare altra roba. Ho visto una miriade di suoi film, ciofeche incluse. Di Fincher invece, ogni volta mi garbava più la sceneggiatura e il cast della regia in sé. Magari è anche un pregio per un regista, non essere “invasivo”, puntando tutto sul ritmo dei dialoghi e sui personaggi. Certo sa come valorizzare gli script. Basti pensare a “Zodiac” e “The social network” che hanno un ritmo ipnotico, in altre mani non avrebbero funzionato così bene. Ha quella capacità che hanno solo i grandi, di saper cavare sangue pure dalle rape, portando gli attori in stato di grazia.
Pitt nel ruolo di Tyler fu una sorpresa. All’epoca avevo un certo pregiudizio su Pitt, tipico divo belloccio da film commerciali. Ma Pitt è diventato quasi un antidivo, nel senso che non ha il protagonismo ingombrante dello stare sempre da solo sullo schermo, alla Tom Cruise che si mangia tutto e troneggia su tutti. Brad ha recitato spessissimo accanto ad altri grandi attori, penso che abbia attinto molto dalla fama e dal talento altrui, dai primi film come “L’ombra del diavolo” e L’esercito delle 12 scimmie, fino a “Seven” e Spygame. O perfino nella saga degli “Ocean’s”. Mi vengono in mente ben pochi film in cui lui sia protagonista assoluto, o comunque non i suoi maggiori successi. È un buddy actor, uno che dà il meglio in compagnia. Uno che voleva scrollarsi di dosso l’etichetta del belloccio, con l’apice della distruzione in Fight Club, da canticchiante e danzante merda del mondo che davanti al cartello pubblicitario di un maschietto dal fisico scolpito si stranisce: “così dovrebbe essere un uomo?”
Pitt, per essere uno universalmente riconosciuto come l’ideale maschile di figaggine, ha una gran propensione a rovinarsi. Per "Fight Club" si è fatto scheggiare il sorriso dal dentista per la parte, e ha davvero imparato a fare il sapone in casa, caso mai gli andasse di far saltare in aria la 20th Century Fox. Sean Penn, prima scelta di Fincher per il ruolo, non avrebbe funzionato allo stesso modo.


Questa immagine la dedichiamo alle lettrici della Bara Volante (tutte e quattro)
Ma alla fine, meglio il libro o il film? Ecchissenefotte, se il film è pieno di frasi che hanno plasmato la mia filosofia di vita: quando stai morendo la gente ti ascolta veramente anziché aspettare il suo turno per parlare, le cose che possiedi alla fine ti possiedono, siamo i figli indesiderati di Dio o il mezzo litro di sangue che puoi ingoiare prima di vomitare. Se ti ritrovi a sanguinare è molto comoda da ricordare. Ché tutti s’ha un po’ da sanguinare, se sette ottavi della tua vita adulta somigliano alla prima scena del film, con la pistola in bocca con cui ti esprimi solo a vocali, e non sai se parlando finirai per farti esplodere la testa.
Nel mare magnum di trovate, frasi ad effetto e Meat Loaf con le tettone si tende a dimenticare un’informazione chiave: il narratore, Jack/Ed Norton, che non riesce a dormire, chiave di volta per il colpo di scena finale. De Niro in “Taxi Driver” (1976) girava di notte tra monologhi interiori e strani incontri, e più il suo cervello macchinava, meno dormiva. Ma se Travis Bickle ha avuto una guerra a traumatizzarlo, Jack/Norton in quanto figlio di mezzo della storia è parte di quella generazione che non ha avuto la Grande Guerra, ma solo una grande depressione. Un personaggio che cerca una risposta fisica, un dolore reale in risposta a quello interiore. Una rottura con il sistema quanto quella di Travis in “Taxi Driver”. Ecco perché “Fight Club” è diventato un classico immediato: parla della crisi dell’individuo e della società, dell’isolamento, della solitudine. E nello specifico parla di solitudine maschile, in un mondo in cui il rovescio per la legittima emancipazione e riconoscimento dei traumi femminili sembra dover passare dalla negazione di quelli maschili, piuttosto che da un comune riconoscimento della società come male comune.


Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo (cit.)
Eppure, il film si presta alla critica sessista se nel libro il personaggio di Marla era tanto più centrale, e diventa qui una bizzarra icona secondaria. Il film si concentra sulla sola cresciuta spirituale di Jack, capace di lasciare nella più bieca indifferenza il pubblico femminile, visto che riduce Marla alla fidanzatina disadattata con un ruolo marginale. Fincher aveva bisogno di non destare sospetti sul colpo di scena, quindi ha ridotto all’osso l’utilizzo di Marla, che però entra sempre in scena risultando vistosa e ingombrante, ennesima conferma che quando Helena Bonham Carter sta lontana dal marito Tim Burton, brilla.
Marla è la sabbia negli ingranaggi del protagonista, quella che fa saltare per aria la sua mezza truffa dei gruppi di sostegno, e fa da cortina fumogena per il pubblico, ecco perché è così sopra le righe. Alle prime proiezioni di prova la sua frase “voglio un aborto con te” fu sostituita perché ritenuta troppo estrema. Fincher preferì farle dire “non mi scopavano così dalle elementari” (storia vera). Piccoli compromessi se vuoi mantenere un Tyler proiezionista che infila cazzi presi dai porno nelle pellicole per bambini (lui, novello Walt Disney), mentre Fincher lavora ai fianchi del pubblico stordito e ammirato da personaggi esagerati e frasi da imparare a memoria.


Helena Bòna Carter
Il Fight Club non è l’esaltazione di uno sfogo fisico e violento. È un percorso terapeutico per il recupero delle sensazioni umane giocato sulle manie dell’umanità moderna, dal nido IKEA alle illusioni guaritrici della meditazione autogena. La società che si fa malattia d’isolamento, l’isolamento da guarirsi nella ricerca della vicinanza con gli emarginati sociali, gli ultimi, i derelitti, i malati. Marla. Chloe. E non c’è spazio per invertebrate ricette d’ottimismo buonista. C’è il grottesco del dividersi i turni da turisti della sofferenza ai gruppi di sostegno. La scena in cui Marla e Jack si dividono i gruppi in base alle malattie (“non puoi avere l’intero cervello è troppo grande!”) è un asteroide di critica sociale scagliato nella gola di chi è abituato ad ingoiare solo pillole.
E’ un’umanità senza direzione in una società senza direzione, che trova da sé la strada ripartendo dalla brutalità viscerale dell’uomo: la violenza, il pestaggio, senza glorificazioni da maschi alfa. Non c’è vittoria. Nessuno vince niente. Menarsi è una risposta istintiva ad un problema più grande, la classica soluzione da portatori di cromosoma Y. Sono arrabbiato? Tiro un calcio al frigo. (Non vorrei che passi un messaggio di odio verso i frigoriferi, perfetti per conservare sapone e birra.)
I maschi del film cercano nel “Fight Club” un ritorno alle origini, la loro vita è tutta una copia di una copia di una copia. Saper fare a botte, usare le mani anche per lavori manuali (come fare il sapone), è un ritorno alle origini dopo essere diventati molli, polli d’allevamento sotto luci al neon da ufficio. Perciò il Narratore Jack, imbolsito e schiacciato da una vita esangue si aggrappa a Tyler Durden: sicuro di se, che segue le regole di nessuno ma crea le sue. Una gigantesca fantasia escapista: trovare se stessi, la ragazza giusta, fare qualcosa di grosso che vada oltre l’ordinario lavoro, una reazione a quel non sentire più niente.
Ed ancor più che una fantasia escapista, è una fantasia sovversiva. Nasci in un mondo che non ti rappresenta. Che tradisce tutto ciò che ti promette. Il mondo dei nostri padri col mito del posto fisso e della pensione è svanito prima ancora che potessimo conoscerlo. Il mondo che ci hanno promesso divorato dal mondo che ci ritroviamo davanti, allora cos’altro resta se non distruggerlo?


Sono la canticchiante e danzante voglia di spaccare la faccia a Jared Leto di Jack.
Se il film è ancora attuale è perché alla generazione di Tyler non basta più, e alla nostra generazione non spetta più. Così siamo di nuovo noi i figli di mezzo di “questa” storia. Di nuovo senza uno scopo – il posto fisso, la pensione – né un posto. Non è il nostro scopo perché ci hanno insegnato a volere più prima, ora che ce n’è di meno. E il nostro scopo non è più tale se il sistema non può più offrircelo oggi. Qual è la soluzione? Arredare la prigione con i mobili IKEA o provare a mandarlo a gambe all’aria? Fottere il sistema, questo è il senso del Fight Club prima e del Progetto Mayhem poi. Il fatto è che, crescendo in quel mondo lì, il senso di colpa avanza.
Le frasi di Tyler raccontano in modo crudo e brutale certi passaggi della vita di un ragazzo, il rapporto con la paternità, con le donne, o il racconto che vale per un paio di generazioni dell’essere i figli di mezzo della storia, senza uno scopo né un posto. Il film è uscito nel 1999 e quelle frasi valgono ancora per tutte le generazioni post crisi economica. Crisi sociale, famigliare, crisi di qualsiasi cosa. Qualcosa vorrà dire.


A livello di regia, Fincher ogni tanto si mette a fare il figo, tipo in uno dei miei monologhi preferiti “tu non sei il tuo lavoro”, fa tremare l’inquadratura, e ai lati si scorge la dentellatura della pellicola, come a creare quest’illusione metacinematografica del racconto. Ci sta facendo vedere un film montato da Tyler Durden. Durante il monologo di Tyler “siamo cresciuti convinti che saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rockstar”, nel momento in cui dice rockstar Brad si trova giusto faccia a faccia col biondissimo Jared Leto, pseudo-rockstar all’epoca. Fincher ha flirtato col mondo della musica scritturando Jared Leto e Meat Loaf. Anche se pensando ai “30 seconds to Mars” faccio subito il tifo per Edoardo Anti-virus.
“Fight Club” è diventato un classico anche per queste trovate, poi avendo il DNA di Palahniuk nelle vene resta un animale guida molto strano, una bestia unica. Ora se guardate per un attimo qui sotto, potreste vedere come un bagliore rosso, veloce come un battito d’ali di un colibrì, crederete di non averlo visto ma è proprio qui, il logo dei Classidy.



Ed ora che ci siamo dati le pacche sulle spalle, infrangiamo la prima e la seconda regola del Fight Club a dovere, beccatevi un destro sui denti e un jab sinistro che significa… SPOILER!

..In Fight Club Edward Norton ha le turbe, non esiste nessun Tyler Durden (Cit.)

Ora, se lo avete visto, e poi rivisto, capite che il film si spoilera subito: “io questo lo so, perché lo sa Tyler”. Eppure quando il colpo di scena arriva è comunque un WTF enorme. Personalmente lo trovai poco convincente e meno scioccante de “Il Sesto Senso” per dire.
Ma se Shyamalan giocava coperto, Fincher andava all’attacco esponendosi molto di più, facendo sorgere dei dubbi grossi al protagonista (e al pubblico). L’auto rossa fiammante con cui Tyler lascia l’aeroporto, da dove è uscita? Oppure l’affermazione sul primo combattimento con Durden, quando il protagonista finisce per picchiarsi da solo nell’ufficio del capo. Indizi chiari, ma Fincher è bravo a dare ritmo al film e a non lasciare al pubblico il tempo per troppi sospetti. Per non parlare di certe robe che a rivederle oggi fanno un grande effetto: l’inquadratura in cui appare per la prima volta Tyler è un tocco di classe (quel movimento di MDP in aereo, in cui Norton sembra “sdoppiarsi” mostrando poi Pitt sullo sfondo: inquadratura quasi Leoninana, che mi ha fatto pensare a quando il cattivo Henry Fonda si rivela in C’era una volta il west)
Il “tema del doppio” in Fight Club è diverso dal solito: “tutti i modi in cui volevi essere, quelli sono io”. In una società spersonalizzante, in cui costruire la propria identità passa da un processo che non è più la costruzione granitica di se stessi, ma trovare il proprio posto in un mondo che non offre più direzioni e identità precise cui ispirarsi, l’identità diventa l’adattabilità del caos. Poi diciamolo, se avessimo dovuto sceglierci un alter ego vincente nel 1999, voi chi avreste scelto? Io Michael Jordan, ma sono sicuro che Brad Pitt sarebbe stato un articolo molto venduto.
Tyler non è nessuno, diventa qualcuno nella sua reazione al mondo che lo circonda, e reagisce cercando di distruggerlo, nella speranza di raderlo al suolo per poterlo magari ricostruire più a misura di se stesso.


#AndràTuttoBene
E i difetti? Certo che ne ha, tipo che la voce fuori campo cita frasi a caso dal libro giusto perché sono fighe. Il peggior difetto è la trasformazione da romanzo di formazione autodistruttivo in storia d’amore fra Tyler e Marla, alterando in parte il senso della storia. Nel libro il rapporto tra Marla e Tyler era più equilibrato, le prime due ore del film invece sono concentrate nella relazione interiore di Tyler, e Marla è un elemento accessorio che riemerge solo nel finale. Svariate parti del libro che coinvolgono Marla (frasi, dialoghi, situazioni) sono traslate su Tyler. Fincher sapeva di aver bisogno di un espediente simile per rendere il film più spendibile, ma la favoletta d’amore tra disadattati non l’ho mai digerita fino in fondo. Anche se fanno effetto questi personaggi che per tutto il tempo sono stati asettici gli uni con gli altri, fottendosi, insultandosi o semplicemente ignorandosi, ma nell’ultima scena fanno un gesto umano, tenendosi per mano.
Questo finale così diverso da quello del libro, con l’esplosione finale dei palazzi mi ha sempre conquistato. Ha fatto invecchiare il film tristemente bene a causa dell’11 settembre e della grande crisi del 2007-2008.
La canticchiante e danzante voglia di distruggere di Jack parla del mal de vivre in maniera pop, acida, e se uscisse oggi sarebbe un triste generatore di meme. Ma potremmo sempre procurarci del succo d’arancia e fare un po’ di Napalm. Ché c’è tanto da bruciare a questo mondo.

Your head will collapse
But there's nothing in it
And you'll ask yourself
Where is my mind?
Where is my mind?

54 commenti:

  1. Di questa iniziativa doppia ne voglio ancora! ANCORA! Più Quinto e Cassidy please. (e più birra, please!)

    Detto questo, passiamo a FIGHT CLUB. Primo: filmone imprescindibile. Ovviamente il romanzo arrivò dopo, assieme ad altri di Chuck e per me fu un'epifania. Divorati in tempo zero. Libri come cazzotti presi in pieno volto che provano ad aprirti la mente. E il film, questo film, è lo stesso. Due-tre piani di lettura che ti sbattono in faccia la tua spaventosa realtà e se lo assorbi e lo capisci, ti chiedi quanto manca prima di arrivare ad essere Edward Norton intrappolato in una realtà uguale a quella di milione di altre persone, ciclostilata e fintamente libera. Magari sognando a 40 anni di diventare miliardario, famoso o giocatore professionista di qualsiasi sport. Arrivare perfino a rapportarti con chi sta peggio di te per sentirti meno "morto" di quanto sei. Spaventosamente attuale.

    Il libro è differente ma, come dice bene chi... Cassidy? Moro? bisognava tenere aperto il film per il twist finale che, ammettiamolo dai, non colpisce duro come "Il sesto senso", ma chi ci era arrivato? Anche perché Fincher "bara" un po' giocandosi situazioni che viste nel montaggio finale sono parecchio tirate per i capelli (la birra mollata a mezz'aria, la scazzottata solitaria, il rapporto amore/odio/ignorarsi con Marla,...). Però l'effetto finale è ancora molto efficace e spiazzante (se non avete mai visto il film).
    Aggiungo una cosa che pochi notano, rapiti dalla filosofia di Tyler, dal politicamente scorretto e dai messaggi subliminali: il film non ha lieto fine. Non classico come Hollywood insegna perché alla fine il cattivo di turno, Tyler, "muore" e il buono può stare con la sua bella. Ma il piano "malvagio" va in porto e tutto crolla ed esplode veramente!

    P.S.: Capo, noto solo ora che non hai mai coperto SEVEN! Che diavolo state aspettando? Uno fa Pitt e l'altro fa Freeman!

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    1. L’idea è stata di Quinto Moro, il film un suggerimento mio che ci ha trovato subito entusiasti, visto che entrambi abbiamo visto il film mille volte, ma per la forma più riuscita di questa “scazzottata” ringraziate Quinto Moro ;-) Questo è solo il secondo film di Fincher che arriva sulla Bara dopo il suo Alien, quindi non manca solo quello, pian pianino saranno da recuperare quasi tutti. Cheers!

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    2. E bravo Quinto Moro allora! :-D

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    3. Ha fatto un super lavoro, l'ultima stesura quella con la forma definitiva gli è costata una notte insonne (storia vera). Ora gira per la sardegna fondando Fight Club, almeno, questo è quello che la leggenda racconta di lui. Cheers!

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    4. Non sono d'accordo sul fatto che il film non abbia un lieto fine: "il buono può stare con la sua bella. Ma il piano "malvagio" va in porto e tutto crolla ed esplode veramente"
      Ma questo E' un lieto fine!

      p.s. c'è chi nelle notti insonni fa il sapone e chi scrive

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  2. Concordo.
    Novantadue minuti di applausi.
    E...bis! Ne voglio ancora, ragazzi. E il prima possibile!!
    La consacrazione di Fincher, a parer mio. E la sua piu' alta opera.
    Dopo un mezzo passo falsissimo alla partenza che non fu tutto per colpa sua (Alien al cul...ehm, al cubo) e una rimonta contro ogni pronostico (Se7en. Ormai lo scrivono cosi'. Chissa' perche'...).
    Per Fight Club (cinematografico) hanno dovuto inventarsi un genere apposta. Anzi...ripescarlo, visto che era desueto.
    GROTTESCO.
    Visto prima il film, poi letto il libro. Come ho fatto con Trainspotting.
    E come in quel caso...si e' verificata una sovrapposizione felicissima tra i personaggi del romanzo e gli attori li interpretano su celluloide, mandandomi ai matti.
    Non aggiungo altro perche' avete detto tutto voi. E sicuramente meglio di me.
    Aggiungo solo che...insomma, pigliatemi pure per matto, ma tolto il finale (piu' pessimista nel libro, piu' edificante nel film) dove il protagonista finisce di fatto esautorato da quel che lui stesso ha creato, tolto il progetto per far implodere il sistema su se' stesso e tolto il senso anarchico e nichilista di sottofondo...
    Io l'ho trovato persino edificante.
    Negli scontri a mani nude ho visto un ritorno al gioco, alla spensieratezza fanciullesca. E qual'e' il gioco che non vogliono mai farti fare?
    La lotta.
    Un gioco che diventa passione e disciplina a tempo pieno. Che diventa la VERA vita.
    Non si vince ne' si perde. Oggi si vince, domani si perde. Ma si fa per il puro piacere di farlo.
    Credo che tutti noi dovremmo sviluppare un Tyler Durden, per poter sopravvivere.
    Che non deve per forza andare in giro a piazzare bombe, eh. Ci mancherebbe.
    Di infilare membri maschili nei film Disney...se ne puo' parlare.
    Un alter ego che ci permette di fare quel che di norma non possiamo fare.
    Dipingere, scrivere, disegnare, recensire...anche le cose piu' stupide e insensate, purche' innocue. Basta che ci facciano stare bene.
    A ben pensarci...Redferne non e' forse il mio Tyler, sotto certi aspetti?
    Se lo liberiamo...possiamo scoprire cosa ci piace veramente fare.
    "Entrano molli, grassi e flaccidi ed escono da qui con i muscoli che paiono scolpiti nel legno."
    Capolavoro.
    Pure il pezzo, eh.
    Complimenti.

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    1. Zio Portillo qui sopra dava del “cattivo” a Tyler e del “buono” al protagonista, ma siamo sicuri? No giusto per quel discorso sul finale edificante ;-) Hai detto bene, la lotta fatta da bambini, ennesima conferma che questo è un film totalmente maschile nei temi, grazie capo gentilissimo! Cheers

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    2. "Negli scontri a mani nude ho visto un ritorno al gioco, alla spensieratezza fanciullesca. E qual'e' il gioco che non vogliono mai farti fare?
      La lotta."

      A questo non ci avevo pensato! Per quando si prova a sviscerare un film c'è sempre qualcos'altro da trovare, e qualcuno che riesce a vederci qualcosa in più.

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    3. Thanks, boys.
      Può sembrare pazzesco ma ci avevo visto persino un messaggio positivo, in questo film.
      L'idea di partire dal gioco, dalla zuffa che in un certo senso sfoga quella che sembra una naturale propensione dell'essere umano allo scontro per scaricare i propri istinti bellicosi repressi.
      Una volta svuotati di tutto questo...si può iniziare a lavorare su sé stessi, per riempire lo spazio vuoto.
      Liberare quella parte di noi che vuol fare una cosa per il puro piacere di farla.
      Scrivere un libro, girare un corto, o anche correre fino a crollare a terra esausti ma felici.
      Ma perché abbiamo un bisogno così disperato di crearci un nickname, nell'era della rete?
      Forse perché istintivamente sentiamo la necessità di creare un'identità fittizia ma che alla fine risulta essere quelle più reale, autentica. Genuina.
      Che non ha il nome, l'aspetto, il ruolo che ci hanno imposto dal momento in cui siamo venuti al mondo.
      Che non si preoccupa della carriera, dei soldi o dello status.
      Dare vita al nostro Tyler é essenziale.
      Il protagonista ha finito per reprimerlo troppo, il suo Tyler. E alla fine ha scatenato solo un concentrato di istinti distruttivi.
      Sembra ci stia dicendo FATELO. MA NON FATE COME ME.
      E in effetti il suo é l'esempio portato all'estremo.
      Ma noi abbiamo il tempo di lavorarci sopra con più calma.

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  3. Film stupendo, grida il disagio degli anni 90 dall'inizio alla fine, grida come il grunge di quel decennio una rabbia repressa ( e depressa), che alterna lunghi momenti compassati a brevi momenti di distorsione, di sfogo, di follia.
    Film che anch'io ho visto più e più volte, pieno di battute mitiche che ti entrano nella memoria senza neanche volerlo, ma vedo che anche a te è rimasta impressa "scivola" :D la cito spesso ( insieme, devo ammettere, allo "sci vola" dei Goonies :asd: ) nella perplessità generale.

    Bellissima recensione, complimenti ad entrambi!

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    1. Altro film che si è impresso a fuoco nella cultura popolare, frasi prese da qui e citate nella vita reale? Un milione (storia vera). Ecco due pezzi Grunge li avrei ascoltati volentieri nella colonna sonora, ma mi faccio bastare quel capolavoro dei Pixies, grazie mille capo! ;-) Cheers

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  4. Posso considerarmi una delle quattro alle quali è dedicata la foto di cui sopra? 😁
    Nominavo "L'esercito delle 12 scimmie" a chiunque mi diceva che Pitt era solo un attore belloccio e niente più. La risposta più educata che ricevevo era: "Eh?". Allora rilanciavo con "Fight Club". E loro: "Vi presento Joe Black". E allora andate a farvi lipo-sùggere, che non meritate altro che diventare sapone!
    "Le cose che possiedi alla fine ti possiedono" è la massima di Tyler ho sempre considerato "mia", e la trovo ancora più vera adesso, con la tecnologia e le app che esigono la nostra attenzione continuamente, tra notifiche e richieste assurde e per lo più incomprensibili...
    Pezzo grandioso.

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    1. Decisamente si ;-) Concordo in pieno, esiste un girone dedicato all'inferno per chi apprezza "Vi presento Joe Black"! Chuck era riuscito ad anticipare molti temi, anche lui si è un po' perso anzi, mi mancano ancora i suoi ultimi due o tre libri da leggere, però in quei periodo era rovente. Grazie mille! Cheers

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    2. Infatti io e Cass abbiamo scritto un pensiero comune su Pitt e su come abbia sempre cercato di uscire dalla sua icona di belloccio, rovinandosi in più e più film.

      Riguardo a Chuck, "Dannazione" mi era piaciuto per poi perdersi nel sequel. "Beautiful you" mi ha decisamente deluso, a tratti non sembrava neanche lui ma qualcuno che lo imitava - o lui che cercava di imitare se stesso.

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  5. Anch'io non ho visto Fight Club al cinema. Perché nella mia ignoranza ignoravo di cosa parlasse. L'ho beccato su Rete4, credo, ed è stata folgorazione. Qualche tempo dopo me lo sono affittato da Blockbuster perché non mi fido di MedIaset dopo che ha massacrato i vari Nightmare e La Cosa e persino Le Iene sforbiciandoli con censure bigotte.
    E concordo su Brad Pitt e la sua bravura nel fare il figo ma senza ridondanza, cosa che a quel Tom invece non riesce proprio per niente. Nel mio candore io comunque non ho capito la situazione finché il twist non me l'ha rivelata. Eh... son fatto così...

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    1. E hai fatto bene perchè in tv l'avevano massacrato coi tagli.

      Il colpo di scena finale ti stranisce e arriva inaspettato, non ti da quell'effetto stupore ma piuttosto un rifiuto - per me era stato così - perchè è una rivelazione traumatica.

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  6. Un mio amico giornalista mi ha raccontato di come una sua collega è andata ad intervistare Chuck P. che ha posto come condizione prima di iniziare di poterla legare ad una sedia. Il Norman Bates del 21mo secolo. Palestrato come Brad, inquietante come il Buffalo Bill di Demme, abile uomo di comunicazione come il tizio che crea i commercials della Ikea. Il film, a mio avviso, batte il libro nel momento in cui Brad spiega ad Ed cosa succede in caso di crash e la fiancata dell'areo si apre. Chissà cosa nel avrebbe fatto Nolan. Il mondo ne starebbe ancora parlando. Bravo anche Fincher. Io ho letto il romanzo dopo aver visto il film e ho letto molte atre storie di Chuck. Potrei prendere anche il suo manuale di consigli agli aspiranti suoi colleghi ( " non annoiare il lettore " ). Sono curioso di vedere cosa scodellerà quando avrà elaborato il flusso di info che filtra come una spugna pop scaturite dalla pandemia. Improvvisamente Ed seduto nel suo salotto o in uno Starbucks con il laptop davanti ed un mug fumante - fuori un mondo di persone che x la maggior parte va da qualche parte , non necessariamente al lavoro, a piedi o in bici - non è il peggior scenario possibile. Un sistema eco-sostenibile. Ricerca come priorità. Spazio ultima frontiera. Lavorare meno e meglio e tutti. Ed sentirà ancora il bisogno di abbracciare un malato terminale e piangere perché il suo papà gli ha consegnato un mondo di truciolato senza farlo prima saltare in aria su una mina dall'altra parte del mondo? Si sentirà soffocare ed urlerà che non può respirare in un Paese popolato di invisibili mostri col distintivo o si addormenterà - per sempre - con la ninna nanna ipnotica del Prez? Io credo e temo che Chuck avrà materiale x un capolavoro. Ciao ciao

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    1. Lo speriamo tutti, e non c'è nulla da temere se la realtà è più spaventosa di qualsiasi libro.

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  7. Grande articolo per un film eccezionale!

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  8. Se ci fosse una classifica dei migliori post dell'anno, questo vincerebbe a piene mani. Il libro e il film sono un vero trattato di sociologia di come si sentiva (sente) la generazione X di cui faccio parte anche io e della trasformazione della società inebetita da anni di spot pubblicitari patinati e dall'influenza delle tv commerciali che proponevano (propongono) modelli in cui l'estetica e la superficialità la fanno da padroni. E qui emerge una grande dicotomia che ha sempre fatto parte di chi, come me, o forse dovrei dire noi, non si è mai sentito parte di tali modelli proposti da una parte mentre, dall'altra, facendo un grande sforzo di onestà intellettuale, un pò cercava di imitarli. In fondo Jack è una persona che non si piace, non sente di avere il controllo sulla sua vita, si sente solo ed emarginato. Io mi sono spesso sentito così durante l'adolescenza e anche oltre e forse lo sport, un pò come il Fight Club, è stato il motore che ha permesso di migliorare la consapevolezza e la sicurezza in me stesso, senza raggiungere gli estremi di voler cambiare il sistema, distruggendolo, però con la rinnovata presa coscienza di poter trovare un posto nel mondo, un ambiente che mi rappresentasse e rispecchiasse, magari con la persona giusta, per questo non mi dispiace il messaggio finale del film con Marla che dà la mano a Jack,seppur ci sentiamo o vediamo diversi dagli altri, c'è sempre un'altra anima che è come noi. Per il resto di contro chi nella vita non ha voluto almeno una volta sentirsi un figo? Tyler è come vorremmo essere, belli belli belli in modo assurdo, che hanno capito tutto su come funziona il mondo e la vita, che sono sicuri di sé, hanno successo con le donne e sanno pure suonartele quando serve, insomma una versione di mio cuggino potenziata a livello sayan. Anche in questo caso non posso negare che i modelli proposti mi hanno influenzato parecchio e ancora oggi sorrido quando penso a quell'estate del '97 quando mi ero sfondato in palestra tutto l' inverno precedente sperando ingenuamente di riuscire finalmente a fare colpo su una tale che veniva nella mia stessa spiaggia, per scoprire che aveva un fidanzato molto più figo (ma soprattutto immensamente più ricco) di me... Chiedo scusa per le parentesi di vita ma possono far capire quanto siano stati utili libro e film, almeno nel mio caso, come percorso di formazione individuale. 👋

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    1. Tyler lo dice nel film: la gente lo fa continuamente, si immagina come vorrebbe essere, solo che non tutti si lasciano trascinare fino a quel punto.
      Ce n'è abbastanza per un trattato di sociologia ma anche di psicologia.

      Il tuo post mi ha fatto venire in mente un'altra lettura:
      Jack fa continua violenza su se stesso per accettare il mondo in cui vive. La società propone modelli idealizzati, spesso irraggiungibili, e schiacciati dal desiderio di raggiungerli ci facciamo violenza inseguendoli anche quando non ci rappresentano.
      Il percorso di Jack è quello di chi cerca di liberarsene, creandosi un suo modello. Eppure anche voler essere Tyler è un farsi violenza, perchè diventa la negazione di tutto ciò che Jack è: il suo opposto.
      Jack si fa violenza immaginandosi non migliore, ma come qualcun altro più forte di lui, da imitare e da seguire. Si aggrappa a Tyler finchè non ne ricava abbastanza forza.
      Tyler è la sua forza nascosta, i suoi talenti nascosti, la sua violenza nascosta.
      Jack cerca di emanciparsi dal suo vecchio io mediocre e imprigionato, ma anche da Tyler, perciò alla fine i due vanno in conflitto. Non potranno più coesistere.
      "Tutto ciò che volevi essere, quello sono io", ma nel momento in cui Jack si è sempre più identificato e avvicinato alla figura di Tyler, gli diventa ingombrante.

      Perciò il finale (del film) è così perfetto: Jack deve distruggere Tyler, ma anche la sua vecchia vita. I palazzi delle grandi società rappresentano la vita passata di Jack, il mondo in cui ha vissuto: il mondo del benessere, il lavoro d'ufficio in cui presentarsi in giacca e cravatta, l'omologazione, la scala sociale, le carte di credito per comprare cose inutili e così via.

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  9. Più che a cazzotti, a tarallucci e vino voi due :D
    Per quanto riguarda il film nulla da aggiungere, solo che Pitt meglio alle prime armi che dopo aver fatto esperienza, è strano forte.

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    1. Tarallucci e Ichnusa mi sembra più appropriato considerando il mio compare ;-) Cheers

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    2. O tarallucci e birra trattandosi di Cassidy :-)

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    3. Ci sarà un motivo se scriviamo all'unisono? Bro-fist! Cheers

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  10. Non posso che unirmi al coro degli applausi per il post doppio-incrociato, ma anche nell'augurio di averne ancora sulla Bara Incrociata ^_^

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    1. Vedremo cosa succederà, era un po' che ci palleggiavamo il testo però devo dire che mi sono divertito, un modo alternativo per affrontare un film su cui si era già scritto parecchio. Cheers!

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    2. Visti i tempi siderali di lavorazione, direi che possiamo produrne uno all'anno, fermo restando che questo l'abbiamo prodotto in un anno bisestile... il prossimo potrebbe uscire ottimisticamente per il 2024 :-)

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  11. Classydissimo!

    Perdonami ma non riesco a trattenere il commento da critico con la pipa in bocca: Secondo me Fight club il film, nel suo complesso, è meglio del libro (il mio preferito di palahniuk è survivor)

    Come avete scritto, la forza come regista di Fincher è di essere sottile nei momenti giusti, nel libro il twist della storia mi è sembrato molto più esplicito, anche se è vero che il personaggio di Marla non è valorizzato come nel romanzo.

    Peccato che con gli anni un sacco di analfabeti fuzionali abbiano scambiato questo film per l'apologia del maschio alpha che nel dubbio mena, invece che vederne una riflessione sulla condizone dell'uomo nella societa dei consumi moderna.

    Nota musicale: L'intuizione di usare i Pixies in quella scena è stata geniale, e non capiro mai come un'attore con un certo gusto e talento come Leto possa avere messo in piedi un gruppo ridicolo come i 30 second to Mars

    We are 138!

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    1. Leto è più furbo che bello, ha capito che con quel gruppo ridicolo poteva fare i soldi, anche se mi sa che per l’occasione dovrò correggere il proverbio, perché Leto ha le sue ammiratrici ;-) Detto questo di apologia del super uomo qui dentro zero, devi essere tuonato in testa per vederci dentro qualcosa di diverso dalla crisi del maschio, ma d’altra parte alcuni film hanno la capacità di tirare fuori il peggio lato tamarro delle persone, quello deleterio e non divertente. “Survivor” avevo letto, circa un’era geologica fa, che era stato preso in considerazione per un adattamento, sparito nel niente evidentemente… We are 138! ;-) Cheers

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  12. " Fino a “Ninna nanna” (2002) solo libri uno migliore dell’altro. "

    A me invece pare che dopo Fight Club abbia solo fatto copie dello stesso libro, coi personaggi che si parlano addosso e frasi ad effetto per spiegare come va il mondo. Ma magari è solo una mia opinione.


    P.s. ho letto tempo fa il fumetto Fight Club 2, una degna continuazione anche se sa tanto di stanchezza.

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    1. Qualcuno potrebbe dire che chi denota caratteristiche da autore, tende a ripetersi. Altri invece dicono che le opinioni sono come il buco del culo: ognuno ha il suo (cit.) ;-) Cheers!

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    2. Non sono d'accordo, non sui primi cinque libri, e non trovo che i suoi personaggi vogliano "spiegare il mondo" anche perchè vivono in realtà che sono rappresentazioni grottesche, contesti marginali. Si è ripetuto più in là, ma Soffocare, Survivor e Ninna Nanna non riesco affatto a considerarli copie gli uni degli altri.
      E a me "Fight Club 2" non è piaciuto :-)

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  13. Poco da aggiungere, comunque anche noi vedemmo il film senza sapere nulla del colpo di scena finale..e rimanemmo di sasso :D

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    1. Malgrado ci siano gli indizi, resta un colpo ad effetto niente male ;-) Cheers

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  14. Bravi!
    Ho amato entrambi, ma forse questo è uno di quei casi dove il film impatta meglio rispetto al libro, che però è più coerente.
    Posso dire che però a me Invisible Monsters non è piaciuto affatto?
    Molto meglio Rabbia e Soffocare, per me.

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    1. Anche per me "Rabbia" e "Soffocare" sono meglio di "Invisible Monsters", mi piace anche la tua espressione, il film impatta meglio, per una storia che parla di menare, proprio quella azzeccata ;-) Cheers

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    2. Invisible Monsters era in realtà il suo primo libro, rifiutato (credo più volte), e alla fine penso sia uscito sulla scia del successo di Fight Club e Survivor.

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  15. Film cultissimo e libro iconicissimo. Sono d'accordo pure sulle virgole. In particolare mi è piaciuta moltissimo la descrizione della carriera attoriale di Brad Pitt su cui concordo alla grande, ma anche tutto il resto è molto interessante. Io poi all'epoca quando lo guardavo e riguardavo mi sentivo in tutto e per tutto come Edward Norton (su Edoardo Anti-virus sono morta, giuro!), tra l'insonnia, l'insoddisfazione cronica, il mai na gioia, il lavoro spersonalizzante, ecc... ecc... ecc... (ma soprattutto l'insonnia, che adesso per fortuna non ho più da un bel po' di anni). Tempo fa ne ho scritto anche io, partendo da una delle citazioni fondamentali del film: http://inthemoodforcine.altervista.org/i-migliori-momenti-del-cinema-fight-club/

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    1. Edoardo Anti-virus dispiace non vederlo recitare di più ma ha fama di gran cagacazzi sui set, espressione estremamente tecnica legata al cinema se non si fosse capito. Pitt molto più del bellone, Gilliam ne aveva capito al volo il talento. Super! Corro a leggerti ;-) Cheers

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    2. Sei sicura di non averla più, l'insonnia? Hai indagato sulle tue possibili vite segrete? ;-)

      (p.s. Ti leggerò anch'io)

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    3. Ritrovare la mattina dopo bozze di post scritti da tale Tyler, potrebbe essere un indizio ;-) Cheers

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    4. Sì la fama di Norton lo precede (ricordo in una conferenza stampa al festival di Roma, in sua assenza, qualcuno fece una domanda in merito a Colin Farrell e Gavin'O Connor e insomma glissarono alla grande).
      Sull'insonnia mi state facendo venire i dubbi :)

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    5. Si vero, pare che il rifacimento di "Un colpo all'Italiana" lo abbia accettato perché era parte di un contratto capestro da cui non poteva svincolarsi, in compenso sul set ha rotto le palle a tutti per far notare che lui quel film, proprio non lo voleva fare (storia vera). Cheers

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  16. lo vidi al cinema non mi piaque molto ( voto 5 al 6) e non lo vidi mai più-

    l'ho dimenticato praticamente subito.

    quello che mi ha fatto ridere è che qualche anno fa su ciack parlavano di sto film e dicevano che molta gente cambiò vita e lavoro dopo aver visto sto film.

    mi pare esagerato-

    saluti rdm

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    1. Secondo me molti di quelli che scrivono su Ciak dovrebbero cambiare lavoro, un commento spassionato e senza filtri il mio ;-) Cheers

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    2. Considerato che dall'uscita al cinema sono passati 20 anni, e che tu (io, noi, voi, essi) abbiamo 20 anni di storia in più sulle spalle, storia personale e storia mondiale e sociale, un'altra occhiata gliela ridarei.
      Così, per scrupolo ;-)

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    3. Il mondo è cambiato e cambierà ancora, ma questo film parla ancora della nostra società e sono sicuro lo farà ancora per un bel pezzo. Cheers

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  17. Recuperata poco tempo fa la colpevolissima lacuna, devo dire che non ha perso nulla della capacità di raccontare l'alienazione del medioman americano (e non...) Tra l'altro inevitabilmente l'ho visto conoscendo il twist finale, ma al di là della mascella che non ho potuto far rotolare per terra, il film funziona benissimo a prescindere... PS complimentoni per il posto, ma anche per la locandina che è bellissima!

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    1. Perché la svolta finale è fondamentale, ma arriva alla fine di un film già denso, non è una pellicola che vive e muore solo su quel colpo di scena. Grazie mille, la locandina è stata un rischio in termini di "visibilità" ma chissene, Quinto Moro ha fatto un gran lavoro ;-) Cheers

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  18. "Fight Club" è un film splendido. Per molti un mero esercizio di Fincher, per me un classico indimenticabile. Visto oltre la ventina di volte e ad ogni visione spunta qualche nuovo particolare. A suo modo un film femminista, dato che sarà proprio Marla, senza averne veramente coscienza, a dare il via al cambiamento di Tyrel salvando lui e riplasmando la società. Nella recensione si tralascia il confronto se è meglio il film o il libro, per quanto mi riguarda il film supera la controparte cartacea di slancio, senza nulla togliere al romanzo. Concordo sul fatto che "Soffocare" sia una trasposizione misera di un romanzo magnifico, anche se quel "Invisible Monster" con la Biel protagonista è una speranza che non voglio spegnere nella mia testa, anche se "Survivor" sarebbe per me l'apoteosi al cinema.

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    1. Di tutti i film di Fincher lo trovo il meno "esercizio fincheriano" se paragonato a Zodiac che mi sembra il prototipo perfetto. Fight Club lo trovo il più anarchico di tutti i suoi film.

      Nel commento abbiamo volutamente evitato il discorso "meglio il film o il libro" per due motivi, io non credo si dovrebbe mai metterla sul "meglio o peggio", e questo è un raro caso in cui un'opera è complementare all'altra. Si guadagna dal fruire di entrambe più che da una sola delle due.

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