martedì 26 maggio 2020

The Last Dance: ultimo tango a Chicago (Bulls)

La prima volta che ho sentito parlare di “The Last Dance” come serie televisiva di Netflix e non come frase coniata da Phil Jackson per l’ultima stagione dei Bulls di Michael Jordan, penso sia stato circa cinque anni fa, anche se la genesi di questa docu-serie sportiva creata da Michael Tollin per ESPN e Netflix ha radici molto più profonde, in realtà, è da una vita intera che l'aspettavo, probabilmente proprio dal 1998.

Nel 1998 avevo quattordici anni e senza girarci attorno, vivevo, respiravo e pensavo solo alla pallacanestro, faccio parte di quella generazione colpita in mezzo agli occhi dall'esplosione del basket NBA anche qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, periferia dell’impero dove tutto arriva in scomoda differita.

"Che hai fatto in tutti questi anni Noodles Cassidy?", "Ho aspettato The Last Dance"
Vorrei raccontarvi che le mie giornate filavano così, tra un tiro a canestro (e un film di Spike Lee) senza risultare un cliché, ma dovrei mentire per farlo perché era davvero così la mia routine quotidiana, la pallacanestro (da sempre una mia fissa) in quel periodo era un’ossessione, una passione bruciante che ha influenzato molta della mia vita e che quando non si consumava sul campo, mi accompagnava fuori durante le mie giornate, alimentata dal culto per quei ragazzi in divisa rossa e da quello, ammettiamolo, piuttosto stiloso nel vestire, con il 23 e la lingua di fuori quando volava a canestro.

Dovete capire che parliamo di 22 anni fa, anche se gli eventi narrati in “The Last Dance” a me continuano a sembrare successi mercoledì scorso, perché non c’è stato un aneddoto, una frase, una scelta di gioco, un’affermazione dei Chicago Bulls di Michael Jordan che io non abbia seguito, citato oppure replicato (o meglio, tentato di replicare) sul campo, un culto assoluto e totale come non mi è mai più capitato di avere nella mia vita, il tipo di passione che forse può scattare solo in piena adolescenza.

La sacra trilogia, direttamente dalla collezione privata di casa Cassidy.
Perché il mito del maestro Bruce Lee ho dovuto “impararlo” da solo tra le vhs della videoteca, non ho mai avuto un fratello maggiore da cui ereditarlo, inoltre sono arrivato davvero troppo tardi anche per la Beatlemania degli anni ’60, ma poco importa perché ho avuto i Bulls di MJ, forse la più grande squadra di basket di sempre, non solo per risultati conseguiti sul parquet, ma soprattutto per impatto culturale, i miei Beatles vestivano di rosso ed esprimevano la loro arte con uno Spaulding a spicchi, infatti trovo poeticamente giusto che “The Last Dance” abbia battuto per numero di ascolti quella che fino a questo momento era la serie tv più seguita del popolare canale streaming, ovvero La casa di carta. Chicago batte Tokyo e soci, anche a parità di divise rosse.

I get high with a little help from my friends (Cit.)
I Bulls di MJ sono stati la prima e l’ultima squadra per cui io abbia fatto davvero il tifo, un tifo, per fortuna, sportivo che non mi ha mai impedito di ammettere che i Seattle Supersonics di Gary Payton e compagni fossero una grande squadra così come gli Utah Jazz della coppia Stockton e Malone, sì, però quanto li ho “odiati” nel senso sportivo, penso di aver avuto i primi capelli bianchi sui canestri del Postino nelle finali della stagione ’96-‘97 e soprattutto in quelle del 1998.

Storici avversari, grandi squadre, tutti asfaltati dal numero 23.
Quando MJ si è ritirato (per la seconda, ma non ultima volta) ho pensato che con l’NBA avevo chiuso, per fortuna così non è stato anche se non avrebbe avuto più nessun senso cercare un’altra squadra perché le passioni adolescenziali sono così: ti segnano a vita. Con il tempo e con gli occhi dell’appassionato di pallacanestro (non per forza del tifoso schierato) ho potuto godermi squadre bellissime, come i San Antonio Spurs, i Pistons del 2004 che non erano più gli odiati “Bad-Boys”, ma avevano lo stesso spirito operaio, oppure la cavalcata dei Lakers di Kobe e Shaq, non a caso, allenato proprio da Coach Zen, Phill Jackson.

Sembra il copione di una stagione cinematografica, con tanto di titoli da film.
Un giorno, magari proprio ESPN e Netflix produrranno una serie come questa dedicata alla squadra che ha ritoccato il precedente record di vittorie in stagione regolare (72 vinte e 10 perse) dei Bulls di MJ, quei Golden State Warriors che per certi versi hanno preso qualcosa del gioco di Chicago ma anche l’allenatore, infatti Steve Kerr nelle sue interviste in “The Last Dance” indossa i colori dei Warriors, quasi come a voler ribadire il percorso fatto, guadagnandosi la fiducia di Jordan nel modo più doloroso (letteralmente) possibile.

Un “The Last Dance” sui Warriors, oppure perché no, uno (già in parte annunciato) sulla carriera del compianto Kobe, lo guarderei subito, oggi stesso, ma non sarebbe la stessa cosa perché i Bulls sono stati speciali, per me e per tanti come me.

“Senti un po’, mi sembri bravino, ma ora ti spiego due cose su come stare al mondo”
Per farvi capire il mio livello di follia ossessione per quei ragazzi, forse, sarebbe bastata una foto della mia camera di allora, tra poster e ritagli di giornale era un monopolio rosso, nero e bianco in cui rifugiarmi. Potrei raccontarvi del giorno in cui andai a scuola con la maglia numero 23 di MJ ricevuta in regalo da mio padre, camminando letteralmente ad un metro e mezzo da terra per la gioia, oppure di come abbia passato ore a provare a replicare sul campo quello che vedevo fare a MJ e soci, certo ad altezze e livelli di talento diversi, questo bisogna dirlo.

Da grande volevo essere come Mike (sono solo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia)
Ogni giocatore di quella squadra è diventato oggetto di culto per me, a partire dall'ultimo dei panchinari andando su fino in cielo, a quella divinità umanoide che sembrava (e tuttora sembra) inarrivabile, potrei ancora elencarveli tutti: Scott Burrell il sosia da discount di MJ, Jud Buechler il surfista-pallavolista, l’australiano Luc Longley... Me la potrei giocare facile con i nomi grossi, a cui arriverò a breve (forse… Se questo post non dovesse degenerare completamente), ma per farvi capire la situazione, devo citarvi il mio Bulls preferito ad ovest di quelli facili: Bill Wennington.

Il centro di riserva, quello che per chi come me era povero allora e non poteva già godersi le telecronache dei maestri Flavio Tranquillo e Federico Buffa su Tele+ (futuro Sky), lo stramaledetto Guido Bagatta su Italia 1 chiamava “Billone” perché il suo tiro parallelo alla linea di fondo, da più o meno cinque metri da canestro era diventato “Il tirone di Billone”, se vi può interessare, ancora oggi se mi mettete su un campetto con la ruggine da non-gioco addosso, potrei fare 1 su 10 al tiro, ma state sicuri che da quella “piastrella”, quella di Bill Wennington potrei fare canestro anche dormendo per quanti tiro ho preso dal campo nella mia ragguardevole (si fa per dire…) carriera di giocatore.

Con tutto quello che potrei scrivere su "The Last Dance" io cosa faccio? Parlo di Bill Wennington.
Bill Wennington ha passato tutta l’ultima stagione dei Bulls, quella ribattezzata da Coach Phil Jackson come “l’ultimo ballo”, riprendendo tutto con una vecchia videocamera stile anni ’90 che sembrava piccola solo in quelle sue manone da centro. Siccome ho consumato tutte le partite registrate dei Bulls con il mio vecchio videoregistratore (ho ancora i nastri a casa dei miei. Storia vera), se le lacrime e l’emozione per la Gara 6 a Salt Lake non vi hanno sopraffatti, potreste aver notato Billone, con il figliolo (allora bimbo) in spalla, a riprendere anche i festeggiamenti nella baraonda sul campo. Ecco, io è da allora che sognavo di poter vedere il contenuto di quei vhs, persino Bill aveva capito di essere testimone diretto di qualcosa di irripetibile e ha provato a suo modo a salvare quei momenti. “The Last Dance” è questo: il mio desiderio di vedere finalmente le registrazioni, i dietro le quinte della più grande squadra di pallacanestro del mondo, però realizzati con la professionalità di ESPN, quindi il meglio sul mercato. Perdonami Bill se ti metto un’altra volta in panchina, ma ci sarai abituato.

Attraverso salti temporali e qualche volta reiterando alcuni messaggi, “The Last Dance” è un prodotto incredibilmente accurato anche per uno come me che ha passato un’abbondante fetta della vita a documentarsi su questa squadra, per altro facendolo con mezzi orgogliosamente analogici, perché la popolarità dei Bulls e il culto attorno a Michael Jordan, non ha mai potuto contare sui mezzi moderni, le dichiarazioni dei giocatori non potevi leggerle comodamente sul tuo telefono su Twitter, ma dovevi pescarle su riviste come Magic Basket e American Superbasket, oppure imparando a memoria cassette come la classica “Come Fly with me” (di cui ricordo ancora tutta l’introduzione di Flavio Tranquillo a memoria… Non sfidatemi a ripeterla perché potrei accettare la sfida), oppure “Air time” e “Playground” (di cui per altro avevo un po’ parlato QUI).

Like Mike (if I could be like Mike)
In “The Last Dance” ho ritrovato le affermazioni di Phil Jackson e quel senso di ineluttabilità di un’era, quella dei Bulls, che stava per concludersi. Ho ritrovato le tensioni tra Pippen e il general manager Jerry Krause, ma anche le gloriose sfide del passato, quelle che hanno preparato Jordan e i Bulls all'ultimo tango (a Salt Lake city) per Gara 6.

Per chi non ha mai avuto il piacere di veder giocare questa squadra, “The Last Dance” sarà l’occasione per approfondire i fatti e gli (incredibili) protagonisti, per tutti gli altri, invece... Beh, inutile girarci intorno: un viaggio indietro nel tempo, roba che nemmeno il TARDIS del Doctor Who potrebbe permettersi. Queste dieci puntate, presentate a coppie di due tutti i lunedì per cinque settimane, sono state un ritorno alla mia adolescenza (come mi ha prontamente fatto notare la mia Wing-Woman), ma anche l’occasione per sentire i vecchi amici di allora, quelli che al tempo dividevano con me il tempo sul campo e la follia fuori per risentirci e dirci anche solo: «La stai guardando?», «La sto guardando». Perché chi c’era allora ricorda e oggi potrà un po’ riviverlo con questa incredibile docu-serie evento.

I 2.13 cm di altezza di Patrick Ewing non sono niente per uno chiamato “Air”
Cerco di mantenere un minimo di spirito critico, anche se ho sbracato malamente ormai, difetti? Essenzialmente uno: “The Last Dance” nel suo essere Jordan-centrica (com’è logico che sia) si sceglie i suoi nemici, quindi Jerry Krause (che simpatico non è mai stato, con quel suo aspetto da cattivo dei film purtroppo non è più su questa Terra per dire la sua) viene quasi automaticamente identificato come la nemesi, su di lui viene applicato il principio del bastone e della carota, viene dipinto come il grigio burocrate pronto a smantellare una squadra disposta a provare ad inseguire anche il settimo anello (a MJ non è ancora scesa, ventidue anni non sono abbastanza per il fuoco della competizione che si porta dentro), ma anche come quello che è stato per davvero, ovvero un grande General Manager in grado di mettere insieme tutti questi talenti. Ma questo è davvero l’unico difetto che riesco a trovare in un prodotto accurato, estremamente dettagliato e condito da dosi abbondanti di cuore.

Batman e Robin? Teneteveli, io avevo già questi due.
Penso che ci sia davvero poco da aggiungere sulla qualità della prima puntata che da sola è in grado di convincere chiunque a continuare la visione, ma è con gli episodi successivi che “The Last Dance” migliora, la seconda puntata dedicata al più grande secondo violino del mondo, il talento incredibile e sottopagato di Scottie Pippen senza la quale questo documentario non sarebbe mai stato realizzato.

Gli episodi tre e quattro sono dedicati a Dennis “Il verme” Rodman e a Coach Zen Phil Jackson, dentro non ci troverete niente di nuovo rispetto a quanto già raccontato nei rispettivi libri “Bad as i wanna be” (in cui Rodman sulla copertina compariva in moto, nudo e con un pallone da basket a coprire le vergone) oppure “Sacred hoops” con tutta la filosofia di vita e pallacanestro di un santone Hippy come Jackson, arrivato a vincere undici anelli NBA da allenatore. Nota personale: il capitolo del suo libro “Se incontri Buddha, passagli la palla”, con tutti i suoi riferimenti ai precetti religiosi, resta il singolo capitolo più ostico da leggere che io abbia mai affrontato nella mia carriera di lettore, non oso pensare come fossero i libri che “Coach Zen” rifilava ai suoi giocatori come letture obbligatorie.

Dennis che parla di parabole a rimbalzo è come quando Spielberg parla di cinema, un genio al lavoro.
Tra doverosi omaggi al compianto Kobe (l’episodio cinque, quello che narra il primo All-Star Game della mia vita, anche di quello ho ancora la vhs) e il complicatissimo 1992 di Jordan, consumato tra olimpiadi e scommesse di golf, “The Last Dance” è una marcia trionfale, ma anche un viaggio nel tempo che riesce a raccontare alla perfezione quello che noi vecchi fanatici di questa squadra avevamo già capito: la pallacanestro con i suoi momenti drammatici (esclusivamente in modo cestistico) sa essere più cinematografica di tanto buon cinema e Jerry Krause anche se simpatico come una spinta alle spalle mentre stai scendendo le scale, ha saputo mettere insieme un cast di personalità che se non fossero reali, sembrerebbero usciti dalla mente di uno sceneggiatore particolarmente in forma.

Due dei miei preferiti, si esibiscono nel saluto ufficiale della Bara Volante.
L’assoluta solidità di Scottie Pippen, la filosofia Zen di Coach Jackson, il genio e la follia di Dennis Rodman, personaggi da film che per me sono stati esempi positivi (sì, anche Rodman!) che mi hanno spinto a migliorare a livello fisico, cestistico e perché no, anche intellettuale, basta dire che la mia passione per i Pearl Jam la devo al Verme che, per altro, compare anche sulla copertina di uno dei loro dischi, oltre che sul palco di molte loro esibizioni a Chicago. Infatti, mi è sembrata una perfetta quadratura del cerchio sentire la loro “Presente tense” come colonna sonora dell’emotivo finale.

Ma se vogliamo parlare di cinema, allora bisogna tenere ancora una volta gli occhi addosso a quel signore con il 23, lui che il cinema lo ha fatto per davvero sul campo e fuoriLeBron… Tanti auguri per “Space Jam 2”, ma proprio tanti.

"Oh oh, mi è semblato di vedele un LeBlon!"
La morte di papà James Jordan è il lutto formativo, come per Peter Parker e Bruce Wayne. Il ritiro, l’abbandono della responsabilità e il ritorno («I’m Back») con tanto di nuovo costume (numero 45). Gli episodi sette e otto di “The Last Dance” sono il cammino dell’eroe e la genesi del mio supereroe preferito di sempre. Trovo significativo che sia proprio il “mio” Bill Wennington a citare le parole di MJ: «Aggrappati al mio mantello e tieniti forte». Un supereroe, ecco come appariva Jordan, gli mancava solo il tema di John Williams in sottofondo, ma anche quello di "Space Jam" era perfetto come colonna sonora.

Il ritorno dell'eroe (con il suo nuovo costume numero 45)
Se mai ho avuto in vita mia qualcuno che potrei definire un eroe, insieme a Carpenter e Eastwood metteteci pure MJ. Il suo talento va oltre la notevole capacità (ampiamente dimostrata) di potersi librare in aria restando sospeso lassù per un tempo assurdamente lungo, la vera forza di MJ è stata quella di essere un esempio positivo, qualcuno che ha saputo unificare e caricarsi sulle spalle, la passione mondiale per la pallacanestro, in un momento in cui una grande fetta del mondo stava scoprendo questo giochino.

Prima c’erano Larry e Magic, poi è arrivato MJ con le sue scarpe, la divisa stilosa, la lingua fuori ad ogni azione a farsi portavoce del gioco, rendendo la pallacanestro anche un fenomeno di costume fuori dal campo, per questo i Bulls sono stati la più grande squadra di basket del mondo e il loro “ultimo tango”, non poteva che essere meglio di tante sceneggiature cinematografiche.

Questo viaggio indietro nel tempo, ma anche nei miei ricordi, mi ha riportato al senso di ineluttabilità di un’epoca cestistica (ma non solo) che stava per terminare, destinato a concludersi a Salt Lake city, con quella Gara 6 e quei venti secondi che hanno cambiato il gioco per sempre, in cui la celebrazione e il culto per l’uomo (uomo? Siamo sicuri?) chiamato Michael Jordan si sono completati. Quelli che Federico Buffa ha definito “un invito all'ateismo” e che Flavio Tranquillo ha sottolineato invocando MJ a pieni polmoni.

Può essere l’ultima azione della sua carriera NBA, arresto tiro… Jordan! JORDAN! Michael Jeffrey Jooooordan! (cit.)
Le differenze? La prima volta ho visto Gara 6 erano circa le quattro del mattino, avevo quindici anni e ho dovuto esultare in silenzio per non svegliare tutti. Oggi con “The Last Dance” sono tornato sul lago salato con le stesse emozioni, più vecchio, ma sempre con la maglia rossa dei Bulls addosso. Alla mia Wing-Woman, consapevole del pazzo che ha in giro per casa, che mi ha (giustamente) chiesto che roba mi fossi messo addosso, ho risposto che stavo portando avanti una tradizione vecchia di ventidue anni (storia vera).

"Più le cose cambiano più restano le stesse" (Cit.)
Non vorrei esagerare definendo “The Last Dance” il più importante audiovisivo della storia della razza umana (ok, forse ho un po’ esagerato) ma so di non esagerare quando affermo che in dieci episodi ho ritrovato quintali di vecchie emozioni, ora che ho l'età di MJ al suo ritiro (il secondo), ho viaggiato indietro nel tempo, forse anche per mettere la parola fine ad un periodo che ha contribuito a formarmi, non avrei potuto chiedere di più da questa serie e da un’attesa durata ventidue anni.

Anzi, forse, una cosa potrei chiederla: un episodio, almeno uno, dedicato a quelle ottanta ore di libera uscita di Dennis Rodman a Las Vegas, con Carmen Electra che corre a nascondersi nuda sotto il piumone e MJ che come il fratello maggiore serio, torna a ripescare il Verme per riportarlo ai suoi doveri cestistici, posso suggerire il titolo dell’episodio Spin-off? “The Last Drunk”, anche quello sarebbe più visto di "La casa di carta".

"Dennis mi stai ascoltando? Ti vedo distratto", "Scusa Coach, stavo pensando a Carmen Electra"

32 commenti:

  1. Lo sto vedendo, sono arrivato al quarto episodio, proprio quello di cui vorrei sapere di più, le 80 ore (che dovevano essere 48) di libertà di Rodman con Carmen Electra. Per ora come documentario è roba davvero grossa, assurdo quanto sia fatto bene. Penso che me lo mangerò letteralmente nei prossimi giorni.

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    1. La parte pazzesca è che mi ricordo tutto, perché ai tempi avevo seguito i fatti (al netto dei mezzi di comunicazione di allora, veloci ma non come quelli di oggi) quindi era stato una sorta di "Che fine ha fatto Dennis Rodman Sandiego?" su scala globale ;-) La serie é una meraviglia, ho voluto seguirla di settimana in settimana per evitare l'overdose, il cuore non avrebbe retto questo ritorno indietro ai bei tempi ;-) Cheers!

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  2. Si serie davvero fatta bene, l'ho divorata nonostante non mi sia mai fregato nulla del basket.
    Vero anche che Jordan, Pippen e Rodman li conosce anche uno a digiuno completo come me!

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    1. Penso che sia il motivo per cui "The last dance" è finita numero uno tra le serie più viste di Netflix, proprio perché I Bulls oltre a vincere sul campo, sono diventati parte della cultura popolare. Cheers!

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  3. Un'occasione che cercherò di sfruttare quando sarà possibile, perché pur conoscendo questi miti, mai davvero approfondito e visto partite, e assolutamente devo ;)

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    1. Penso che ti piacerà, inoltre sarei curioso di leggere il parere di chi è a secco dell'argomento. Cheers!

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  4. Sto da giorni e giorni glissando sulla serie davanti al menu di netflix. Ma prima o poi dovrò guardarla tutta, solo sto aspettando il momento in cui magari riesco ad essere solo in casa, mettere l'impianto ad un vuolme imbarazzante e godere il rimbalzo della palla che mi stringe lo stomaco. Pure io comunque canestro e film da bimbo e sopratutto partite di NBA a orari improponibili.

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    1. Hai il passato (cestistico) giusto per goderti questo spettacolo, ti piacerà ;-) Cheers

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  5. Avviso che oggi il mio commento è un una sorta di post a se stante... Sorry Capo se abuso del tuo blog ma qua la faccenda è bella tosta.

    Intanto: serie enciclopedica e imprescindibile. Punto. Non si scappa. Va vista da chiunque, appassionati e non per svariati motivi. Ora il mio sogno proibito sarebbe un DLC o una "Director's Cut" fatta dall'Avvocato che parte con un episodio prequel dove racconta lo stato della Lega (disastrata) prima dell'onda anomala frutto dell'avvento di Magic&Larry (libro consigliato: IL BASKET ERAVAMO NOI) e poi dello tsunami che travolse tutto (Michael Jordan) cambiando fisionomia al pianeta NBA. E per ogni episodio della serie varie appendici in puro stile Buffa dove vengono rimpolpate le storie appena accennate in THE LAST DANCE (dalla sparizione di Rodman in giù).

    Premetto pure che non sono un fan duro e puro di MJ (come Cassidy). Lo amo a livello cestistico e ammetto tranquillamente che è il n.1 di tutti i tempi senza storie. Parlano i fatti. Ma il mio cuore è e sarà da sempre gialloviola con pericolose sbandate per squadre caratteristiche come i Bad Boys di Detroit prima e di NY poi, qualsiasi Spurs di coach Popovich, la drammaticità dei belli e perdenti "Stockton-to-Malone", la perfezione chirurgica della Legacy dell'ex barzelletta Warriors (ancora più grandi perché imperfetti vista la serie contro il King del 2016), e via così. Nonostante questo però so mille e più cose di Jordan e dei suoi Bulls del "doppio three-peat" ma nonostante ciò THE LAST DANCE ha fatto riemergere ricordi sbiaditi o dettagli (pochi) inediti.

    (...)

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    1. (...)

      Uno dei punti di forza è che pur essendo Jordan-centrici, i 10 episodi si evolvono come His Airness: da atleta formidabile, uno e trino in una squadra che a definire mediocre le si fa un complimento (citofonare Tom Boerwinkle per i dettagli. "Chi?!?!", ecco appunto... Giocatore simbolo di mediocrità e "disprezzato" dalla sua stessa tifoseria che lo identifica con gli anni bui della franchigia) a serie corale dove il 23 è il terminale offensivo principe, il simbolo del team ma è supportato da altri 11 formidabili atleti che spesso possono permettersi di dare del "tu" a MJ. Se di gente come Pippen, Rodman e coach Jackson si sanno vita, morte e miracoli (ribadisco: spin-off su Rodman da fare subito!), altrettanto interessanti sono le parti su Kukoc (bullizzato a Barcellona '92) e Kerr (rissa e riappacificazione con tanto di smargiassata del coach dei Warriors alla premiazione) ma pure gli spezzoni accennati sugli altri protagonisti: Paxson, Grant, Cartwright, Armstron e... Will Perdue. Quest'ultimo in un frangente non si tira indietro e definisce MJ uno "...stronzo che si è comportato come un coglione". Rose e fiori? Ma nemmeno per idea.

      Jordan sarà pure stato il numero uno e il primo atleta-brand totale della NBA, ma il suo ego, la sua voglia di vincere e la sua competizione su TUTTO è qualcosa che sapevo ma non immaginavo fosse a quei livelli. Pur di far ardere perennemente il fuoco della competizione 24 ore su 24, il nostro (oltre a non dormire mai!) giocava e scommetteva su ogni cosa. Perfino su chi tira una monetina più vicino al muro tra lui e i membri del suo staff! Assurdo... La competitività di quell'uomo si issa a livelli record quando (finalmente!) si ha chiarezza sull'affare "LaBradford Smith". Questo merita un veloce excursus. Un signor nessuno, un giocatore minore di una squadra minore fa la partita della vita al cospetto di MJ, che per una volta ha giocato malino. A fine partita LaBradford, a seconda della fonte cui si fa riferimento, ha fatto una di queste cose: 1-non ha fatto nulla. 2-ha fatto un complimento a Jordan per prenderlo per il culo visti i numeri finali ("Bella partita Mike!"), con tanto di pacca sulla spalla. 3-gli ha stretto la mano con timore reverenziale nei confronti del più grande e timidamente e senza secondi fini gli ha detto "Bella partita". Fine. Jordan, sentendosi sfidato dalla prestazione del "signor nessuno" ha messo in giro la voce che LaBradford ha preso per il culo il più grande di tutti (opzione 2). Si è auto-caricato a pallettoni e la sera dopo in una sfida personale ha messo in chiaro le cose umiliando Mr. LaBradford e fottendogli di fatto la carriera. Peccato che l'opzione vera fosse stata la n.1 e la storia della presa in giro (n.2) fosse stata inventata ad arte da Jordan per caricarsi.

      Come puoi battere un super-uomo a livello atletico ma che pure a livello mentale ti dà due piste? Ragazzi affamati di vittorie e che a livello cestistico non avevano nulla da invidiare a Jordan (Barkley, Drexler, Kemp-Payton, Miller, Stockton-Malone,...) hanno dovuto chinare il capo davanti alla testa di quell'uomo che negava categoricamente la sconfitta tanto da prendere come sfida personale ogni cosa, ogni frase, ogni atteggiamento, ogni pretesto,... Pur di gettare benzina sul sacro fuoco della competizione. E mettere in fila avversari su avversari. Mostruoso. Imbattibile. Ma pure capace di dire basta quando l'incendio l'ha svuotato di ogni stimolo. Atleti che escono e rientrano con scarsi risultati è pieno il mondo. Di atleti che se ne vanno e rientrano dopo un anno e mezzo riprendendo il discorso lasciato in sospeso ce n'è soltanto uno: Michal Jordan. Fuoriclasse totale.

      (...)

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    2. (...)

      Probabilmente un atleta formidabile come il primo MJ ma con la testa "normale" si sarebbe accontentato di un paio di anelli in meno. Una team composto dal 23 e da altri undici a fine corsa due-tre anelli li avrebbe messi al dito. MJ no. Ha saputo trasformarsi seguendo coach Jackson. Sempre a tavoletta. Imbattibile. Inimitabile. Iconico. Ma parte di un gruppo: 11 giocatori, più Jordan. E il finale, col rituale che chiude l'annata '98 dopo "The Shot" è il finale perfetto della serie e, ammetto, mi ha fatto brillare gli occhi.

      Ultimo e poi mollo che si è fatta notte. Non mi è piaciuto il trattamento riservato a Krause. Una serie ha bisogno di un nemico ma Jerry, anche perché non è più in questa valle di lacrime, non meritava questo. Era parte di un team favoloso, anzi era stato LUI a crearlo pescando giocatori chiave che messi nel contesto giusto hanno fatto la storia. In fondo lui ragionava da GM e non da giocatore. Capisco che a MJ non sia andata giù, tra le altre cose, la possibile rincorsa al 7° sigillo, ma le franchigie NBA sono azienda vere e proprie e devono vincere ma pure guadagnare e programmare (paradossalmente pure la possibile trade di Pippen aveva senso se vista con gli occhi del GM e del Presidente Reinsdorf). Come contrappasso potevano citare i fallimenti di Jordan passato dietro la scrivania agli Hornets (Bobcats). Credo che una piccola appendice sulla differenza tra il Jordan sl campo e su quello fuori dal campo avrebbe di fatto riabilitato la figura di Krause.

      Ci sarebbero altre mille cose da dire ma mi fermo qui. Scusa per la lunghezza del commento Cassidy.

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    3. La parte incredibile di "The Last Dance" è la cura con cui hanno recuperato ed esposto i fatti, il difetto è che sono solo dieci episodi, mancherebbero i racconti di Steve Kerr che andava alle partite dei Bulls in metropolitana ad esempio. Eppure il modo in cui MJ chiede una "pausa" dopo aver risposto ad alcune domande, dimostra che quel fuoco della competizione ancora brucia dentro di lui, ci sono dei passaggi davvero da brividi, il modo in cui parlava della possibile corsa al settimo titoli ad esempio. In questo disastrato 2020, ci voleva questo viaggio indietro fino al 1998 ;-) Cheers!

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    4. A proposito di dettagli, so che l'hai visto ma lo posto uguale:

      https://www.youtube.com/watch?v=0BBOwPwRyrQ

      L'ho rivisto per l'ennesima volta in quarantena, cioè dopo l'incidente di Kobe. Avevo i lucciconi...

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    5. Avendo passato l'adolescenza mandando in tilt le testine del videoregistratore, mandando avanti e indietro le vhs della partite di Michael, vedendo giocare Kobe avevo dei continui Déjà Vu del gioco e dei movimenti da pantera di MJ, la prova che Jordan è stato l'incudine sulla quale sono stati forgiati tutti i campione arrivati dopo di lui. Per l'altro le parole di Kobe su MJ in "The Last Dance" sono la parola definitiva sulla questione GOAT per quello che mi riguarda, roba da brividi sul serio. Cheers!

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  6. Da qualche piccolo particolare ho come la vaga sensazione che ti piaccia il basket :-D
    Recensione fantastica e hai fatto appassionare pure me, che a parte un ciclo sul Zinefilo ("Chi non salta, Cassidy è" ^_^) non ho mai avuto altri contatti con quello sport. (Forse avevo il videogioco su Commodore64 ma non ne sono sicuro.)
    Condivido però l'andare a cercare informazioni e dichiarazioni sulle riviste più specialistiche e difficili da trovare, vista la terra di confine dove viviamo: se volevi notizie di Van Damme nei primi Novanta dovevi armarti di dizionario e tradurtele dalla rivista tedesca "Bravo", che qualche sparuta edicola vendeva d'importazione. Ma quando uno ha una passione con cui tappezzare casa, quello linguistico non è un problema :-P
    P.S.
    Per curiosità, tu ce l'hai quella biografia che citi di Rodman, "Bad as i wanna be"? Per caso racconta qualcosa dei due "meravigliosi" film d'azione che ha girato? Se fosse una persona di buon gusto tacerebbe sull'argomento, ma non mi sembra questo il caso :-D

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    1. Ti rispondo al volo io: l'ho letto parecchi anni fa ma non mi pare dica nulla sui suoi ruoli cinematografici. E' più un "manuale" su come essere Rodman. Come ha vissuto, quello che pensava, come si comportava, le opinioni che aveva sui giocatori e sulla Lega in generale, gli allenamenti,...

      Potrei sbagliarmi perché è passato un secolo dalla lettura ma sono piuttosto sicuro che glissi sul cinema.

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    2. Dici che si è capito? Speravo di non dare troppo nell'occhio ;-) Ti ringrazio molto le tue parole sono un onore e so bene che tu puoi capire perché arriviamo da un'epoca in cui i nostri eroi dovevamo andarceli proprio a cercare, non come oggi dove quasi tutto è a portata di click. La gioia di trovare una rivista con un'intervista non si spiega, se l'hai vissuta lo sai ;-) Cheers!

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    3. Confermo, "Bad as i wanna be" è del 1997, quindi è stato scritto e mandato in stampa prima di "Double Team", ben prima di "Super agente speciale" e mooooolto prima di quella... Roba (non so come altro definirlo) di "Minis - Nani a canestro". Detto questo, una lettura per me illuminante, oltre ad essere un manuale della Rodmanitudine come dice lo Zio, racconta alla perfezione un uomo che fa lo scemo (e il pazzo) ma è tutto tranne che stupido. Oltre al capitolo tanto chiacchierato (ai tempi) con i dettagli dei suoi incontri amorosi con Madonna, ci sono parti molto più succose come la faccenda del pick-up, del fucile e della sua depressione, il momento in cui Dennis ha toccato il fondo prima di riemergere come la fenice pittata e tatuata che tutti conosciamo. Credo che pochi abbiano capito la musica dei Pearl Jam come Dennis e di sicuro nessuno, ha usato così tante volte, in maniera così variegata e colorita la parola "culo" in un solo libro stampato dall'uomo ;-) Dei suoi film purtroppo nulla, ma pagherei oro per sapere il suo parere, anche se di sicuro ammetterebbe di averli fatti per soldi e poco altro ;-) Cheers!

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    4. Grazie ad entrambi per la risposta. Certo che considerare una "rinascita" girare con Van Damme a piazza Navona è parecchio dura da mandar giù :-D
      Non conoscendo nulla di basket all'epoca del film - che ho visto in VHS credo nel 1999 - non capivo chi fosse quel tizio strano, vestito in quel modo e truccato in quel modo, ogni tanto mi capitava di sentir dire che "Rodman è così", ma non capivo cosa volesse dire. Mi immagino la faccia di Tsui Hark che ci è venuto da Hong Kong per avere un cadavere belga vestito da straccione e un giocatore vestito da pazzo: non mi stupisce che poi è scatto di corsa in patria a fare film :-D

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    5. L'aspetto da pazzo è diventato il suo modo di esprimersi, farlo in un film deve essere stata la scelta naturale per continuare ad essere se stesso, però stipendiato. Penso che Rodman pagato il giusto, se lo ritiene abbastanza divertente faccia di tutto, di sicuro zero velleità artistiche. Altri discorso per il povero Tsui Hark, prima ed unica occasione negli Stati Uniti, si ritrova a dirigere una brutta copia di "Il prigioniero" con Rodman che ride e scherza, Van Damme spento e conciato malissimo e non dimentichiamo Mickey Rourke, ben lontano dalla rivalutazione (durata dieci minuti), il vero sacrificato è stato lui ;-) Cheers!

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  7. Fino ad oggi, solo Alfred Hitchcock era riuscito a farmi appassionare ad un evento sportivo (la partita a tennis di Delitto per Delitto) quanto Cassidy ha fatto con questo articolo! Trasuda passione e competenza senza limiti, sempre grande Cassidy! Ora teniamo le dita incrociate aspettando Space Jam 2...

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    1. Un paragone a dir poco lusinghiero, grazie davvero di cuore! :-D Per me i Bulls di MJ sono stati una parte della mia (stramba) formazione umana, cestistica e forse anche emotiva. "Space Jam 2" non sarà la stessa cosa, ma non vedo l'ora di vederlo, di fatto anche di quel film, ne sento parlare da una vita, ormai è oltre la leggenda urbana! Cheers

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  8. E ci siamo arrivati.
    Che dire, che non hai gia' detto tu?
    Nulla. Se non che ti capisco.
    Conosco quella sensazione. La si prova quando si pareggiano finalmente i conti.
    Ti godi una cosa, ma in genere accade tutto troppo in fretta. Avviene in maniera talmente fulminea e improvvisa che quando realizzi...e' gia' tutto finito.
    E tu sei li' che la vorresti ancora.
    Poi succede. Magari dieci, venti, trent'anni dopo. Vedi qualcosa e il neurone, il cassetto della memoria a cui e' associato il ricordo, l'emozione, si riattiva. E ti spara una botta dritta nel cervello.
    Un flash. Un trip senza bisogno di droghe.
    Cosa dire, sui Bulls?
    Che una compagine leggendaria come questa e' un sogno ed insieme una maledizione.
    Arriva il momento dell'annosa questione, prima o poi.
    Vendere qualche pezzo, magari non vincere per qualche anno ma rinforzare la squadra e rimanere cosi' sulla cresta dell'onda tra alti e bassi, oppure...
    Oppure. Tenersi tutti sapendo che tutti insieme li perderai, in un colpo solo.
    E vincere sempre. Vincere tutto, finche' si riesce.
    Una scelta esaltante, ma dolorosa. Perche' sai che dopo le vacche grasse arriveranno quelle magre.
    Qui si racconta di una scelta. Giusta, sbagliata? Fatta. Con la consapevolezza di cosa verra' dopo, in un modo o nell'altro.
    Piuttosto vorrei soffermarmi su una cosa.
    Nell' NBA ogni stagione, ogni lustro ha i suoi campioni e le sue leggende.
    Ma in quegli anni ci fu una fioritura di talenti eccezionali. Tra la vecchia guardia che ancora teneva botta e le nuove leve che avrebbero impresso il loro nome a fuoco negli annali, in seguito.
    Ma si scontrarono tutti con una squadra stellare, inarrivabile.
    Non ce n'era per nessuno.
    Tra giocatori che sembravano personaggi usciti da un film. Che facevano la cosa giusta al momento giusto, incredibilmente. Tipo segnare il canestro decisivo a pochi secondi dalla fine.
    Una regia del destino che manco Spielberg, oh.
    Un grandissimo (Pippen) che in un'altra squadra sarebbe stata la star indiscussa. Ma che li' accetto di fare quasi il gregario, spesso sottoponendosi a critiche immeritate ed ingiuste su prestazioni incolori.
    Faceva un gran lavoro dietro alle quinte, invece. Il lavoro sporco, di rifinitura. Si sbatteva avanti e indietro a mettere pezze ovunque e a sacrificarsi senza risparmio.
    Sono quelli come lui che ti fanno vincere, da sempre. Anche se non saltano agli onori della cronaca.
    Il talento puro ma senza testa, a alle volte senza nemmeno cuore (Rodman).
    Che un attimo prima lo prenderesti a calci nel sedere dalla rabbia, e in attimo dopo ringrazi il cielo di averlo in squadra.
    E poi LUI.
    Il Dio del basket sceso sulla Terra.
    Jordan ha dimostrato che l'uomo puo' volare? No.
    Non era un uomo, li' sul campo. Non li'.
    Jordan non giocava. Partecipava a una dimensione superiore. Faceva quello che voleva.
    E poi tutti gli altri.
    Perdue, Paxson, Grant,Kukoc, BJ Armstrong (grandissimo)...giusto per citarne alcuni.
    Ma fosse per il talento, non basterebbe a spiegare il fenomeno.
    Colpiva la grinta, il furore agonistico, la rabbia con cui si gettavano su ogni palla.
    Non risparmiavano nessuno. Non spartivano ne' dividevano nulla. E forse per questo ad alcuni apparivano antipatici.
    In molti non vedevano l'ora che il loro ciclo finisse.
    Ma e' normale. E comunque...il leone non si trattiene neanche quando ha di fronte un coniglio.
    Piallavano chiunque si trovasse sulla loro strada.
    Degli schiacciasassi.
    Non mi stanchero' mai di ripeterlo...ma in quell'epoca senza rete e e Wiki ti dovevi sbattere come una bestia, per ottenere informazioni sulle tue passioni.
    Trasmissioni date a orari assurdi con spezzoni di partite e riviste specializzate, spesso straniere.
    Ma sapete che vi dico?
    Era meglio cosi'. Mille volte meglio cosi'.
    Facevi ricerca. Coi mettevi dedizione e impegno. E quel che trovavi era come un tesoro.
    Ti rimaneva dentro. PER SEMPRE.
    Uno dei migliori programmi di Netflix, attualmente.
    E gran bel pezzo, Cass. Davvero stupendo.
    Complimenti.

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    1. Pippen a Portland, aveva 36 anni e in difesa copriva svariati metri di campo andando in raddoppio per poi tornare sul suo uomo, che razza di giocatore fenomenale. Aggiungo solo che la prima volta che ho rivisto giocare i Bulls, quelli disastrosi del post MJ, di Tim (detto Pink) Floyd, ho avuto una fitta (storia vera). Ancora oggi quando vedo quei colori, spero di scorgere qualcuno dei miei Bulls, ma sono molto felice di esserci stato al momento giusto per godermi l'ultimo ballo. Ti ringrazio molto capo, mi fa molto piacere che il mio viaggio nel tempo giù fino al 1998 ti sia piaciuto ;-) Cheers!

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  9. Ottima recensione

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  10. Ce l'ho in programma perché se ne parla bene ovunque.
    Mi fa piacere abbia sorpassato lacasadicarta, almeno questo è di qualità.
    Se davvero ti ha fatto provare QUELLE sensazioni... sarà una bomba. Sensazioni che conosco, anche io colpito in pieno dalla NBAmania degli anni ì90!

    Moz-

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    1. Finalmente Netflix ha una serie degna di questo nome tra le più viste. Ti piacerà un sacco, siamo della stessa leva quindi buon viaggio indietro nel tempo ;-) Cheers!

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  11. Grazie Cass, ci regali sempre delle emozioni incredibili. I Bulls erano tanta roba, una serie di personaggi eccentrici, ognuno a modo suo, che erano il vero emblema di come dovrebbe essere una squadra, non priva di litigi e contrasti, ma quando erano sul campo giocavano aiutandosi a vicenda e sacrificandosi l'uno per gli altri e Pippen è davvero il giocatore più generoso che abbia mai visto. Io, come sai, pur avendo iniziato nella Berloni, mi sono poi dedicato alla pallavolo e questo mi ha riportato alla mente quando giocavo nel K2 e dei cinque anni che ci hanno visti passare dalla terza Divisione alla serie D. Io, ovviamente, non ero la stella della squadra ma avevo il mio ruolo, ero un buon comprimario, di quelli affidabili, che sbagliava poco, alla Steve Kerr, per intenderci e quegli anni oltre a essere formativi, sono stati i più belli, sportivamente, della mia vita. 👋

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    1. Nemmeno tanti contrasti interni, visto che le gerarchie erano chiarissime, ma con Jordan non era facile giocare, come tutti i vincenti guidava con l'esempio e pretendeva il meglio. Lo sport per me ha fatto più di tutte le altre autorità (o presunte tali), quindi ti capisco in pieno e ti ringrazio molto, sono felice che il post ti sia piaciuto ;-) Cheers!

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  12. La mia visione di questa serie, da inesperta completa, ha finito per avere comunque lo stesso entusiasmo.
    Ok, magari non lo stesso, non ti si può togliere questo titolo, ma davvero è una storia già di per sé così perfetta nei suoi dettagli e nei suoi protagonisti che difficilmente si poteva sbagliare a raccontarla. Ma farlo così bene merita altri applausi.
    Chissà perché c'hanno messo così tanto, e senza aspettare anniversari tondi...
    Ora mi aspetto che altre squadre seguano l'esempio, e sapere che Kerr si è beccato altri anelli in carriera me lo rende ancora più simpatico, non me ne voglia MJ, ma nella sua semplicità erano le sue parole che aspettavo. E ovviamente, al suo episodio sono arrivate le lacrime.

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    1. Trovo bellissimo che molti oggi possano apprezzare quella stessa storia che ho amato così tanto, seguendola negli anni in piena adolescenza. La parte su Steve Kerr è roba ad alto rischio di sudore alla palpebre, il racconto del padre è incredibile, ma Steve Kerr resta uno dei tanti personaggi degni di stima di quel grande gruppo. Dopo aver giocato nei Bulls ha rimbalzato tra San Antonio e Portland (solo una stagione) riuscendo a vincere ancora due titoli da giocatore, ricordo una sua partita a San Antonio, dove con un numero irreale di triple ha tenuto a galla la squadra, fino al (se non ricordo male) secondo supplementare di gioco e alla successiva vittoria. Da allenatore esordiente con i Golden State Warriors ha vinto tre campionati, in una stagione battendo anche il record di vittorie dei Bulls (era 72 vinte e 10 perse, ora ritoccato a 73 vinte e 9 perse). Tra problemi fisici anche gravi e l’ultima stagione disastrata dei Warriors (aveva tutti i giocatori più forti fuori per infortunio) non ha mai mollato e mai perso il senso dell’umorismo, ancora oggi quando intervistano Steve Kerr stai sicuro, che arriverà una battuta da farti capottare dalla sedia. Insomma ci sarebbe materiale anche per un bel documentario ESPN/Netflix anche su di lui ;-) Cheers!

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