venerdì 9 novembre 2018

La stagione della strega (1972): Il femminista più alto del mondo

La rivoluzione è un atto sconvolgente che può destabilizzare tutti, anche quelli che l’hanno iniziata, oggi parliamo di quello che succede dopo le rivoluzioni, nel nuovo capitolo della rubrica… Lui è leggenda!
Malgrado il fatto che La notte dei morti viventi, sia un vero e proprio spartiacque, uno di quei titoli capaci di determinare un “Prima” e un “Dopo”, nessuno è profeta in patria, i critici europei sembrano un po’ più pronti di quelli americani a tessere le lodi del film d’esordio di Romero che, da parte sua, cosa fa? Hai appena rigirato il cinema horror (e non solo) come un calzino, la cosa più logica da fare non resta che… Una commedia.

Prodotto dal fidato John Russo, “There's always Vanilla” esce nel 1971, penso che qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa non sia nemmeno mai uscito e, ammettiamolo, non ci siamo persi poi molto, ma non sono io a dirlo, lo stesso Romero per anni non ha mai avuto problemi ad ammettere che questo è di sicuro il suo peggior film, anche per colpa di uno sceneggiatore piuttosto pigro, con ben poco interesse per la sua storia, infatti pare che Rudolph J. Ricci abbia abbandonato il set a metà delle riprese (storia vera).

Eccola qua, la commedia romantica diretta da Romero, film che abbiamo visto in nove (uno era Romero).
“There's always Vanilla” è la storia di Chris Bradley (Raymond Laine) un soldato di ritorno dal Vietnam che vive come un eterno Peter Pan, guadagnandosi qualche spicciolo suonando la chitarra in giro e senza gran voglia di far altro, almeno finché non conosce la bella Lynn (Judith Ridley), modella di cui s'innamora. Nel mezzo, un'ex fidanzata diabolica e un padre paziente che cerca di convincerlo a tagliarsi i capelli, trovarsi un lavoro, mettersi la camicia nei pantaloni e altre cose così... Insomma: il padre putativo degli zombie al cinema, ha diretto una commedia romantica, lo so è difficile da credere, ma è andata proprio così!

“There's always Vanilla” dura troppo, è difficile goderselo perché il personaggio di Raymond Laine pontifica sui massimi sistemi e spesso guarda in camera dialogando con noi spettatori per spiegarci quello che abbiamo appena visto nel film, difficile cavare fuori qualcosa di buono da una sceneggiatura così, infatti Romero che arrivava dalla pubblicità, dedica del tempo allo spot di una birra a cui lavora la bella Lynn (per la serie scrivi dirigi di quello che conosci) e cerca di dare enfasi alle contestazioni contro la guerra del Vietnam che stanno sullo sfondo alla storia, dirigendo degli attori piuttosto scarsi fra i quali spicca davvero solo Raymond Laine (tenetemi l’icona aperta su di lui, che più avanti torna), insomma: una cosa per completisti Romeriani che lascia intendere quanto sia sempre stato complicato per la Leggenda, fare film anche dopo una pieta miliare come La notte dei morti viventi.

Strano non esista un'edizione Italiota del film intitolata tipo che so "...e alla fine arriva Zombie".
Quindi, a questo punto, la Leggenda che cosa fa? Si getta nuovamente nel caldo abbraccio del genere che ha contribuito a rivoluzionare, ma con il suo stile, dopo aver modificato per sempre la percezione del pubblico dei morti viventi e come farà ancora in carriera (lo vedremo in questa rubrica a breve) Romero decide di dire la sua su un altro classico “Mostro” del genere Horror: la strega.

Il tutto, ovviamente, sempre con il suo stile e con ben pochi mezzi, messi a disposizione dal produttore Jack Harris. Infatti, Romero scrive la sceneggiatura, cura la regia, il montaggio e la fotografia della pellicola e sforna un film della durata di 130 minuti che, però, ad Harris non piace per niente ed è qui che la travagliata storia produttiva della pellicola comincia.

Non so voi, ma a me sembra tutto, tranne che un horror femminista.
Il produttore modifica il titolo originale “Jack’s Wife” nel più pruriginoso ed ammiccante “Hungry Wife”, ma soprattutto sforbicia di ben 40 minuti il girato e promuove il film come se fosse una roba soft core, una vera truffa considerando che nel film non c’è nemmeno una scena di nudo. Che, poi, dev'essere anche quello che hanno detto i pochi spettatori che si sono fatti fregare dalla trovata messa su da Harris, infatti la pellicola è un flop clamoroso che pare destinato all’oblio. Soltanto dopo il successo commerciale di “Zombi” (Dawn of the Dead, 1978) Romero riuscirà a rimettere insieme i pezzi del film e farlo uscire in sala in una versione prodotta da Nancy M. Romero (prima moglie di zio George) della durata di 104 minuti, perché nel frattempo, purtroppo, una buona parte del girato sforbiciato da Jack Harris era andato perduto per sempre.

Al pari del celebre pezzo dei Donovan del 1967 che si sente nella pellicola, il titolo definitivo diventa “Season of the Witch”, qui da noi “La stagione della strega”, un film con più cose da dire di quello che si potrebbe pensare ad una prima occhiata e che con un travaglio meno doloroso avrebbe potuto essere anche migliore, ma anche qui, non lo dico io, lo diceva proprio zio George che per anni non ha mai nascosto che l’unico sui film che sarebbe stato pronto a sottoporre ad un auto-remake, sarebbe stato proprio questo (storia vera).

"Che noia, che barba, che barba, che noia!" (cit.)
Joan Mitchell (Jan White) è una bella signora prossima agli… ‘anta, che apparentemente ha tutto, una bella casa nuova piena di televisori e lussi vari, una figlia adolescente di nome Nikki (Joedda McClain) che decisamente non dipende più da lei e un marito pieno di soldi e ben poche attenzioni, anzi, quelle poche che le rivolge sono anche poco gradite visto che la tratta... Si può dire "abbastanza di merda" su questo blog? Ah sì, è il mio, quindi decido che si può dire.

Per fortuna, l’adorabile (ma anche no) maritino Jack è spesso in giro per lavoro, quindi Joan passa molto tempo da sola e fa la conoscenza di un signore di cui avevo un’icona da chiudere: Gregg Williamson (interpretato guarda un po’, dal Raymond Laine di “There's always Vanilla”) carismatico professore della figlia, tuttologo, bohémien e buono a nulla, quasi una continuazione del personaggio interpretato dallo stesso attore, nel precedente film di Romero.

"Bel vestito, chi sei? Kelly LeBrock?" , "Detto da te con il cappello da Mr. Magoo".
Il simpatico Gregg, ad una festa organizzata da Joan, pensa di allungare una di quelle sigarettine arrotolate tutte un po’ storte, con dentro la DROCA, ad una delle amiche della donna, ma siccome è simpatico come una notifica da Equitalia, in realtà dentro c’è solo tabacco, uno scherzone che serve solo a godersi la reazione esagerata della donna e farsi quattro risate, insomma: i personaggi maschili di questo film vanno dallo “Stronzo” al “Testa di cazzo” facendo surf su tutte le sfumature di idiozia che ci sono nel mezzo. Se ci sono troppe parolacce nel post ditemelo, ok?

Sì, perché Romero mette in chiaro la sua posizione fin da subito, il film inizia con una scena onirica: Joan segue suo marito nei boschi, con i rami che le graffiano la faccia, passando davanti a bambini che gattonano nell’erba ed altre trovate molto Bunuelliane, soltanto per essere chiusa in una gabbia, presa a colpi sul “muso” con un giornale arrotolato e poter uscire solo con il guinzaglio, un incubo di Joan che non richiede proprio Sigmund Freud per essere psicoanalizzato, ecco.

Sigmund Freud Luis Buñuel, analyse this.
Specialmente nella parte iniziale del film George A. Romero ci dà dentro con i simbolismi, non è ancora chiaro se Joan sia sveglia, oppure stia ancora dormendo, però ogni volta che si guarda nello specchio, vede se stessa come una vecchia (anche abbastanza spettrale) destinata a morirci in quella casa, perché “La stagione della strega” è una bella analisi sulla solitudine femminile, vista dal punto di vista di un uomo come Romero che in ogni suo film, trova il modo di dire la sua sullo stato sociale, perché per la Leggenda, arte e critica sociale vanno a braccetto e una non esclude mai l’altra.

Joan, di fatto, è troppo vecchia e legata ai vecchi valori che le sono stati insegnati dalla generazione precedente, per poter cavalcare in libertà la contestazione del ’68, come potrebbe fare, ad esempio, sua figlia diciannovenne Nikki, ma comunque in questa società si sente stretta, non rappresentata e proprio per questo si affida a rituali ancora più antichi, ovvero la stregoneria.

Affascinata da una cartomante, Joan si appassiona all’esoterismo, armata di un comodo librone intitolato “Come diventare una strega in dodici comode mosse” (o qualcosa così) e sulle note di “Season of the Witch” dei Donovan, Joan decide di diventare una strega, a suo modo, una presa di posizione, un modo per ribellarsi, perché se guardiamo alla storia, appena una donna ha provato a rialzare la testa, c’era subito qualche uomo detentore del potere, pronto ad additarla come strega.

Tutto materiale per l'investigatore bibliofilo.
Se i morti viventi per Romero erano una minaccia generica capace di mettere l’umanità spalle al muro, dimostrando quanto siamo pronti ad ammazzarci l’uno con l’altro, qui l’idea è quella di mettersi in scia ai movimenti femministi, per mettere alla berlina il bigottismo della società americana, usando la figura della strega in maniera provocatoria, un archetipo horror al servizio della critica sociale, un trattamento che Romero riserverà anche ai vampiri come vedremo più avanti nel corso della rubrica (non vedo l’ora!).

L’abilità di zio George sta nel mescolare realtà e finzione, quando Joan sorprende Gregg a letto con la figlia, qualcosa in lei si spezza, convincendola a barricarsi sempre di più nella nuova identità che la donna ha voluto per sé stessa, ovvero quella della strega, per questo Joan inizia a sognare un minaccioso uomo mascherato da demone che la perseguita nei sogni.

Ecco magari, la peperonata la sera prima di andare a letto, anche no.
Ad ogni nuovo trauma la sua distanza con la società aumenta in favore della sua volontà di essere una strega, pare che sul set, quando l’attrice Jan White ha pronunciato per la prima volta le parole «Io sono una strega!» si sia formata una grossa e rumorosa crepa sul soffitto che Romero ha subito imputato ad una delle luci di scena roventi e troppo vicine al muro, ma che ha comunque fatto fare un bel salto di paura a parecchi componenti della troupe (storia vera).

George A. Romero sacrifica i momenti horror in favore dell’atmosfera, questo si traduce anche in qualche lungaggine di troppo, esattamente come in “There's always Vanilla”, Raymond Laine si ritrova a pontificare sui massimi sistemi allungando un po’ il brodo, ma Romero è bravo a mescolare le carte, quando Joan schiaffeggiata ingiustamente dal marito davanti a tutti, sogna di uccidere il demone che la perseguita, non è volutamente chiaro se questo sia un desiderio inconscio o un fatto reale, ma sta di fatto che il signor Mitchell lascia questa valle di lacrime e sua moglie vedova.

Pensavate mi fossi dimenticato della tradizione dei titoli di testa?
La morte del marito è accaduta veramente? É stato un atto di vendetta? Oppure un tragico incidente indotto dalla convinzione della donna di essere davvero una strega? Inizio a sembrare Lucarelli con tutti queste domande, diciamo che importa poco, perché Romero conclude il discorso nel modo più malinconico possibile: Anche se libera dal marito e strega a tutti gli effetti dopo il rituale di iniziazione, alla festa a casa sua, gli ospiti parlano ancora di lei come della signora Mitchell, o anche peggio, della moglie di Jack, come se una donna non potesse avere una sua misura senza un uomo al suo fianco. George A. Romero, un femminista di un metro e novantaquattro!

“Sicura di essere proprio una strega? Perché così sembri più Moira Orfei”.
Insomma: dopo la rivoluzione di La notte dei morti viventi e lo sbandamento cercando se stessi anche nella commedia, Romero ha la strada tracciata, la sua missione è quella di utilizzare l’horror per pungolare tutte le idiosincrasie della nostra società, andando a colpire nelle parti molli e non protette. “La stagione della strega” è un film con problemi di ritmo che, però, ha già le idee molto chiare e la prossima settimana vedremo come Romero abbia deciso di percorrere quella strada a grandi passi e quando sei alto un metro e novantaquattro hai una falcata molto lunga.

Ci vediamo qui, tra sette giorni, con un nuovo capitolo di questa rubrica, portate la maschera anti-gas, tornerà utile!

14 commenti:

  1. Zio Portillo anonimo.

    Mai visti e nemmeno sentiti nominare...

    Dura la vita delle LEGGENDE! Dopo aver stravolto per sempre il cinema alla mattina, ti ritrovi la sera a dirigere commediole amorose osteggiati da pigri sceneggiatori. Sarebbe comunque potuta andar peggio, tipo dirigere un cinepanettone scoreggione con Boldi&De Sica (nota personale: un giorno dirò la mia sui cinepanettoni...).

    Meno male che dopo il nostro George in qualche modo è riuscito ad aggiustare il tiro con la sua strega. E sarebbe stato interessante capire e vedere come sarebbe stato questo terzo film di Romero se gli avessero lasciato la carta bianca che avrebbe meritato.

    Ah, chiudo ribadendo un concetto: un giorno dovrai spiegarci dove cavolo vai a pescare certi titoli.

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    1. Complicato dire qualcosa di articolato su “There's always Vanilla”, Romero nella sua disarmante onestà non ha mai certo di nasconderlo sotto un tappeto, ci tenevo ad averlo, ma sarebbe stato inutilmente puntiglioso cercare chissà quali letture di secondo livello. Va molto, ma molto meglio con “Season of the witch” che ha il “difetto” di lasciarti con il pezzo omonimo dei Donovan in testa per il resto della giornata (poteva andarci peggio).

      Malgrado i difetti (anche qui, mai negati da Romero) è un buonissimo film, soprattutto tanto attuale ancora oggi, rivedendolo l’ho apprezzato un po’ di più. Pensa che di “La stagione della strega” ho il dvd ormai da anni nella mia collezione Romeriana, “There's always Vanilla” invece, era il titolo che mi mancava, quindi volevo incastrarlo in questa rubrica di omaggio alla Leggenda ;-) Cheers!

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  2. Nooooooo uno pseudobiblion firmato Romero era quello che mi ci vokeva per avere la carica tutto il giorno :-P
    Complimenti per le chicce, di cui ignoravo l'esistenza: qualcosa mi dice sarà un altro speciale spettacolare ;-)

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    1. Sapevo che avresti gradito ;-) Se ti serve posso controllarti il titolo esatto del libro (che ho citato molto malamente), ma tanto ci arriverai a scovarlo prima di quanto potrei fare io. Ti ringrazio, sono piuttosto carico, ho l’occasione di scrivere di tanti film a cui voglio molto bene, e pensa, mi tocca pure rivederli per poterlo fare, oh come mi dispiace! :-P Cheers

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  3. Questo mi manca di Romero, assieme ad altri, pensavo sparassi prima fuori le due trilogie sugli zombi ma mi scordo che procedi sempre per gradi. Hai sentito che realizzeranno un film di Romero basato su una sua sceneggiatura (scritta sempre con Russo) che è il sequel diretto della Notte dei Morti Viventi. Io conosco il seguito di questo film 😂 quello con Nicholas Cage e Ron Perlmann senza scordarsi il compianto Lee in un cammeo. Scherzo!

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    1. Da buon ossessivo-compulsivo vado in ordine cronologico, ma non vedo l’ora di arrivarci ;-) No questa mi manca, ho sentito delle quaranta sceneggiature trovate nei cassetti di Romero (dimostrazione che le idee alla Leggenda non sono mai mancate, ma i produttori si) e di “Road of the dead” il film che stava scrivendo prima di tornare sul suo pianeta (ma tanto torna, diamogli tempo). È quello che da noi si chiama tipo “L’ultimo templare” vero? Un templare qui da noi piace sempre, lo avevo visto, figurati se mi perdo una roba con Cage e Perlman insieme! ;-) Cheers

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  4. Credo che sia uno dei film meno celebrati di Romero, peccato perché molte cose sono anche pregevoli.

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    1. La penso anche io, ha problemi di ritmo imputabili anche ai vari montaggi, ma ha anche molte cose da dire, un tema di fondo portato avanti come si deve, tanto talento per Romero, anche ad ovest dei suoi zombie. Cheers!

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  5. Ma sai che mi ha ricordato, leggendolo, certi film thriller stle Lenzi?
    Mi sembra un film molto italian-style (dell'epoca).
    Interessante il final aperto a più interpretazioni...

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    1. Non ho pensato al paragone con lo stile di Lenzi, però ora che mi ci fai pensare un minimo potrebbe anche starci, anche per certe ambientazioni, o la scelta di usare protagonisti provenienti da un certa classe sociale. Il finale aperte ad interpretazioni tienilo a mente, tornerà buono a breve nel corso della rubrica ;-) Cheers!

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  6. Ma guarda che sorpresa Cassy, finalmente una rassegna dedicata al grande Romero ^_^

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    1. Era il momento, lo avevo promesso e Romero se lo merita, considerami pure in missione per conto di zio George ;-) Cheers

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  7. Uno dei miei recenti recuperi del buon George... e ne sono stati ahimè molti, anche se almeno non postumi. Sorprendentemente per quanto sia lento e verboso non mi ha per nulla annoiato e, anzi, ne ho apprezzato la sofisticatezza.
    Per quanto riguarda “There's always Vanilla” devo ammettere di averne scoperto l'esistenza grazie a questo articolo.

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    1. Dici giusto, è lento e molto parlato, però non annoia, riesce a coinvolgere nei momenti giusti e ha parecchie cose da dire, hai fatto bene a recuperarlo ;-) “There's always Vanilla” era il mio asso nella manica, se proprio ti senti in vena e vuoi dire di aver visto tutti i film della Leggenda, vale la pena, altrimenti va anche bene così, parola di Romero, io non mi permetterei mai! ;-) Cheers

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