mercoledì 22 novembre 2017

Private Eye: La notte che bruciammo il cloud


L’investigatore privato dei noir è una figura tipica della narrativa, un archetipo ben delineato forse un po’ complicato da impiegare in maniera originale in una storia targata 2017. A meno che a farlo non siano due talenti come Brian K. Vaughan e il disegnatore Marcos Martin, che utilizzano proprio un investigatore privato, per parlarci di un argomento molto odierno come la gestione dei dati personali e delle informazioni informatiche.

Investigatore privato in inglese si dice “Private Eye”, che oltre essere il nome del protagonista del fumetto, è anche un gioco di parole, un occhio privato, che scruta la vita delle persone, in questo caso la vita in rete delle persone. Perché “Private Eye” inteso come fumetto, è un operazione post moderna che fonde noir e sci-fi, in cui è possibile trovare riflessioni sulle nostre vite sempre più web-connesse, ma anche un cattivone con un dirigibile che sembra uscito da un fumetto Pulp degli anni ’30.

Un po' di azione e una bella moto retro-futuristica.
Un fumetto che unisce tradizione e modernità anche nel formato, nato come webcomic sul portale Panelsyndacate, “Private Eye” è disegnato su tavole dal formato panoramico 16/9, pensate proprio per essere lette su un tablet, sullo smartphone o su un PC. Ogni numero composto da una trentina di pagine rigorosamente ad offerta libera (quindi si, anche zero centesimi se siete particolarmente taccagni), una specie di striscia a fumetti, ma pensata per l’era digitale. Un prodotto che nelle intenzioni dei suoi autori non nasce per far soldi ma che ha comunque procurato qualche Eisner Awards ai suoi creatori e che qui da noi la Bao Publishing ripropone in volume anche lui panoramico, non comodissimo da leggere da di grande impatto e cura nel formato.

In una Los Angeles che potrebbe essere quella che vedremo tra qualche anno, Brian K. Vaughan ci mostra una società che è sopravvissuta adattandosi al nuovo ordine mondiale. Per certi versi il mondo di “Private Eye” è una società post apocalittica nata dalle ceneri di quella precedente, come la Neo Tokyo di “Akira”, solo che la bomba esplosa non è stata atomica, ma altrettanto distruttiva, l’esplosione del cloud ha devastato la vita come la conosciamo.


Papa-paparazzi (scusate non ho potuto resistere!).
I protagonisti ricordano tutti la vita quando esisteva ancora Internet, ma ricordano anche quante vite sono state distrutte quando un attacco hacker ha reso disponibili a tutti i dati sensibili. Dal cloud sono uscite fuori tutte le foto di dive nude che potevate desiderare, ma anche tutti gli scheletri negli armadi virtuali, la cronologia dei computer ha distrutto più, vite, professioni e famiglie di qualunque altra cosa. In questo senso ho trovato riuscitissimo il nonno del protagonista, un vecchio Hipster tatuato che a distanza di anni non ha ancora superato la sua dipendenza da dispositivi che gli permettano di condividere, mettere “Mi piace” e quant’altro, se per caso vi ricorda qualcuno che conoscete (magari molto da vicino) è solo per farvi capire fino a dove questa storia può spingersi.

Il nonno impegnato a giocare a "Call of duty" e il nipote a leggere, benvenuti nel futuro.
In questo (coraggioso) nuovo mondo, il controllo privacy di Facebook è stato sostituito da maschere e travestimenti, identità fittizie da utilizzare nella vita reale e dietro cui mascherare vizi e virtù, una volta usavamo dei Nickname, avete presente come quelli che si fanno chiamare con dei nomi immaginari tipo che so… Cassidy? Ecco gentaglia del genere.

"Esatto Wendy. Tutti noi portiamo una maschera, metaforicamente parlando!" (Cit.)
In questa società dove tutti vanno in giro mascherati, la sicurezza è affidata ai custodi delle informazioni, ovvero i giornalisti, armati di macchine fotografiche che possono paralizzare chi infrange la legge. Il loro contro altare sono quelli che fanno contro informazione, paparazzi e investigatori privati come il protagonista, che finisce con tutte le scarpe nel classico caso più grande di lui.

Brian K. Vaughan mette in chiaro i modelli di riferimento, nell’appartamento del protagonista fanno bella mostra di se i poster di film come “Il mistero del falco” (1941) e Blade Runner, ma le maschere e i “costumi” di tutti i personaggi sembrano quasi una parodia alla mania dei super eroi che dominano il mercato dei fumetti americani.

L’indagine del protagonista si snoda in questo mondo dall’aspetto post moderno in cui anche la figura del tosto investigatore privato, maschio, bianco e sciupafemmine viene rielaborata da Vaughan, uno che già con il bellissimo SAGA ha dimostrato di essere bravissimo a creare personaggi realistici non per forza aderenti ai canoni del famigerato gender. Il nostro Private Eye, con la sua pelle scura e gli occhi a mandorla sembra un personaggio perfetto per far venire un infarto ad Adinolfi, il suo look poi lo caratterizza ancora di più, mentre tutti indossano maschere, lui sfoggia un trucco sugli occhi degno di Michael Stipe durante i suoi concerti, mentre il cappuccio sulla testa strizza l’occhio (privato) al movimento “Black life matters”, però con una maschera disegnata sulla nuca, come a suggerire al lettore che il protagonista è un dritto perché ha gli occhi anche dietro la testa.
Per una volta non è un solamente un modo di dire.
In una storia di fantascienza, costruire un mondo credibile e dettagliato intorno ai protagonisti è estremamente importante, in “Private Eye” il compito è affidato a ottime mani, quelle del disegnatore Marcos Martin, che ho già avuto modo di ammirare sulla pagine di “The Amazing Spider-Man” ma anche di “Daredevil” e che trovo davvero geniale nel suo modo di costruire le tavole.

Martin sfrutta alla grande il formato widescreen per le scene d’azione, ma con la stessa maniacale cura per il dettaglio ci regala dettagli di un mondo retro-futuristico, in cui i protagonisti fuggono su una versione aggiornata della vecchia Fiat 500, oppure dove l’elisoccorso porta il nome dell’ospedale da cui è decollato, lo Schwarzenegger Hospital.


"Sì, l'abbiamo aero-trasformata all'inizio del XXI secolo" (Cit.)
Insomma “Private Eye” è un ottima lettura, capace di sollevare riflessioni al lettore, i dieci numeri che compongono il volume filano via che è una meraviglia, fino al climax finale che però mantiene vivo il dubbio attorno alla rete, la tecnologia ci ha liberati oppure resi schiavi? Senza staremmo davvero meglio? trovo sempre affascinante quando l’arte solleva questo tipo di domande e spero non vi sia sfuggita l’ironia di fondo: Un fumetto venduto su Internet che parla della fine dell’era di Internet. Brian, Marcos, siete due diavolacci! 

18 commenti:

  1. Molto interessante : non lo conoscevo ma me lo segno subito!

    RispondiElimina
  2. Comprato e letto.
    Concordo su tutto, bello, bello.
    Si perdona qualche scorciatoia qua e là (i.e. il mentore), che permettono di accelerare verso il finale.
    In questi tempi di magra, una lettura stra-consigliata.
    Interessante un parallelo con il quasi coevo Tokyo ghost di Remender (dove la vita in rete ha sostituito la vita reale), che però, pur contando sui disegni del grande Sean Murphy, pecca di eccessivo moralismo e buonismo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi manca “Tokyo ghost” Remender di solito mi piace come scrive, lo terrò a mente ;-) In effetti il mentore è una scorciatoia, ma che comunque non mi ha disturbato troppo la lettura devo dire. Cheers!

      Elimina
  3. Ehi mr. Private Eeeeye... bellissima canzone di City Hunter!

    Mi hai incuriosito! Mi che smetto di seguirti, mi stai facendo segnare troppi fumetti! 😝

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mitico City Hunter! ;-) Eh eh, giuro che non prendo percentuali sui fumetti venduti, giurin giurello! ;-) Cheers

      Elimina
  4. Risposte
    1. Bene bene, fammi poi sapere come è andata! Cheers

      Elimina
  5. Segno anch'io, anche perché i disegni mi solleticano pure tantissimo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Marcos Martin é un artista bravissimo, ha un modo davvero espressivo di costruire la pagina, in questo formato il suo talento si vede tutto. Cheers!

      Elimina
  6. Intitolare il pezzo citando la Chrome di Gibson vuol dire che ti piace vincere facile :-P
    Bella l'idea del formato, anche se non so quanto sia comoda in cartaceo. Io che leggo fumetti digitali da tempo spero che le case abbandonino il verticale per l'orizzontale: magari questo è un buon inizio ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ero certo che avresti colto al volo, non potevo resistere, era l’occasione giusta vista la trama ;-)
      Lo spero anche io, inoltre il formato comic-book americano sarà anche popolarissimo ma è quello che offre più limitazioni ai disegnatori, spero proprio si vada in questa direzione, un direzione orizzontale ecco ;-) Cheers!

      Elimina
  7. Me lo segno anch'io, l'idea sembra molto buona! Il nonno che gioca a CoD (giustamente noi da anziani giocheremo ancora ai vecchi giochi, mi sembra corretto!) e la 500 "aggiornata" vincono!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Come design del futuro è davvero azzeccato, sembra proprio un mondo che potrebbe arrivare dopodomani. Il retrogaming futuro d’altra parte sarà così, CoD a manetta ;-) Cheers!

      Elimina
  8. Segno e compro il prima possibile!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ottimo ottimo, non vedo l’ora di sapere il tuo parere ;-) Cheers!

      Elimina
  9. Mhh, conosco di nome ma... NO, non il mio genere.
    Ok per le atmosfere pulp e anni '30 (fin dal titolo...), ma è troppo fantascientifico per i miei gusti.

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La fantascienza insieme all'horror é il genere migliore per fare metafore sul nostro presente. In realtà il look é molto sci-fi ma somiglia più ad un indagine noir, anche se i canoni del noir vengono un po' strapazzato ;-) Cheers

      Elimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...