mercoledì 23 agosto 2017

XX - Donne da morire (2017): Di mamma ce n'è una sola (per fortuna!)


Riusciremo mai in questo strambo Paese a forma di scarpa, a liberarci dall’ossessione del sottotitolo a tutti i costi? Ne dubito fortemente, se non altro ci pensa Netflix a sopperire ad un’altra italica mancanza, quella della distribuzione di certi titoli, con buona pace di Pedro Almodóvar e Christopher Nolan.


Se non bastasse la locandina inutilmente ammiccante, ci mettiamo anche l’utilissimo sottotitolo, che distrae dal titolo, la doppia X dei cromosomi, che come tante puntate di “Siamo fatti così” ci insegnano, sono quelli femminili, perché questo film, oltre ad essere un horror antologico dove ogni episodio è diretto da una donna.

Parliamo subito dell’elefante(ssa) al centro della stanza, non credo che l’Horror sia un genere ad appannaggio esclusivamente maschile, non credo che nessun genere cinematografico sia vincolato ai cromosomi di chi dirige, basta dire che due degli horror più riusciti degli ultimi anni come Babadook e l’ottimo Raw, sono stati diretti da due donne, volete sentire la mia? Non è questione di sesso, ma di talento.

Elefante(ssa) al centro della stanza, secondo estratto, “XX” mi ha attirato più per la sua natura antologica, che per il sesso della sue registe, quando si tratta di Horror (e non solo) sono per le pari opportunità, se sai raccontarmi una bella storia di paura, con me sei sempre il benvenuto o la benvenuta, proprio per questa ragione, trovo un po’ palloso il fatto che un antologico Horror con quattro episodi diretti da solo donne, si traduca in un clamoroso tre su quattro a tema maternità, eh che palle cacchio!


Gli intermezzi con le bambole per nulla inquietanti, no no.
Tutto il discorso sui generi e poi mi fate un film che per tre quarti parla di maternità, come a ribadire un non detto per cui una regista donna possa solo trattare questo tipo di tematiche, quindi mettiamola così: sono sicuro che qualcuno più motivato di me potrebbe usare questo film come esempio di una Hollywood brutta, sporca, cattiva e fallocentrica che impedisce a registe di talento di dirigere produzioni di livello, però se poi tre corti su quattro sono a tema maternità, sembra un po’ come continuare a fissarsi l’ombelico, oppure io e Roxanne Benjamin non ci abbiamo capito niente di tutta l’operazione, io perché non capisco l’universo femminile e la loro spiccata sensibilità si contrappone al mio gretto materialismo maschilista (cit.) e Roxanne perché ha diretto un segmento che è uno slasher veloce veloce e, quindi, si è tagliata fuori da sola dal tema maternità.

Detto, questo, “XX” non è certo l’horror antologico che vi cambierà la vita (o che vi spiegherà i misteri dell’altra metà del cielo), però il mio amore per questo formato mi convincerebbe a vedere di tutto e questo, pur senza brillare, un paio di momenti li fa, quindi li analizzerò con voi in ordine di come i segmenti si presentano nel film. Pronti? Via!

A fare da collante ai quattro episodi, troviamo una presentazione con bambole animate in stop-motion, appena appena inquietanti, diretta dalla specialista dell’animazione a passo uno Sofìa Carrillo e se già pensate che le bambole di loro possano essere spaventose, aspettare di vedere quelle della Carrillo, poi ne riparliamo.

The Box
Diretto da Jovanka Vuckovic, che al suo attivo ha parecchi cortometraggi e, per altro, si vede, perché è quella che tra tutte sfrutta meglio il formato antologico, capace di mantenere l’efficacia della storia, senza perdersi in lungaggini inutili.

La storia è semplicissima: la mamma Natalie Brown (specialista, visto che fa la madre-strigoi del piccolo cagacazzo protagonista anche in The Strain) sta tornando a casa con i figli in metro, quando il piccoletto incuriosito da una scatola che un signore tiene in braccio, deve per forza guardarci dentro. Ah, ma allora vedi che la Brown deve per forza interpretare la parte della madre di un bambino rompicoglioni?


Così impari a farti i fattacci tuoi la prossima volta!
Insomma, il bimbo guarda dentro la scatola e quello che ci vede dentro lo turba così tanto che decide di smettere di mangiare, anche se i giorni di susseguono scanditi da scritte che appaiono a pieno schermo (come in Shinning, infatti il bambino si chiama Danny) e le leccornie non mancano, oddio leccornie, abbiamo prima le “Spaghetti Meatballs” il tipico piatto italiano (secondo gli americani), poi la serata Thailandese a portar via e poi quella nduja e soppressata con cipolle soffritte.

Qui si aprono svariate possibili chiavi di lettura, dette anche METAFORONI, sì, perché possiamo vederci l’ansia di una madre di perdere i figli, oppure il suo sacrificio (rappresentato da un scena onirica granguignolesca che è anche la più riuscita di tutta il film), ma anche l’ineluttabilità del caso, fate voi, perché “The Box” è aperto a tutte queste interpretazioni e anche a molte altre che sicuramente non ho notato, senza mai prendere veramente una direzione, se non quella che mamma Natalie Brown è un po’ stronza, perché comunque mentre vede il figlio deperire, continua a minimizzare e mangiare senza farsi troppi problemi.


Sempre il ruolo della mamma modello le tocca poveretta.
Risultato finale: un ottimo inizio, una regia davvero buona, la scena più horror di tutto il film, ma tutto questo serve a poco se poi quando tiri mandi la palla un metro sopra il tabellone del canestro e poi, magari, qualcuna più espressiva di Natalie Brown avrebbe aiutato.

The Birthday Cake
Il secondo segmento devo dire che mi è piaciuto molto di più, anche se il tono più che Horror è quello di una commedia nera (nerissima), tutta a tempo di musica, sarà perché alla regia troviamo St. Vincent che io pensavo fosse il liceo di Lebron James, in realtà è una musicista con il pallino della regia che qui esordisce dietro la macchina da presa, infatti il risultato finale è qualcosa che sta tra la video arte e il videoclip.


Nessun panda è stato maltrattato durante la realizzazione di questo film.
Mary è una mamma molto protettiva, tutta presa dalla festa di compleanno della sua bimba, poco importa che il marito abbia passato la notte fuori, anzi che sia tornato a casa senza clamore, ma che sia pure morto per cause misteriose nel suo studio.

Malgrado la presenza di dialoghi, il segmento potrebbe funzionare davvero come un video musicale, sapete che altro funziona? Melanie Lynskey che da sola fa salire di un paio di punti percentuali questo segmento. Oh, lo ammetto, sono di parte, perché da quando l’ho riscoperta in I Don't Feel at Home in This World Anymore ora ne sono dipendente e la vorrei vedere in tutti i film, anzi, ho scoperto che reciterà nella serie Kinghiana di prossima uscita “Castle Rock” cosa che non può che rendermi felice.


Melanie per quanto mi riguarda è l'MVP di tutto il film.
Melanie Lynskey è fantastica, capelli come una che è appena scesa dal letto (cosa che per altro sarebbe nella storia), vestaglia con cui non ti fai vedere dagli ospiti, anche se poi, per far passare una bella festa alla figlia, deve interagire con una serie di personaggi, tra cui un Panda Rap che da solo vince tutto. Poi è talmente brava che a St. Vincent basta un primo piano su di lei e farci capire tutti i futuri traumi della bambina. Ridendo e scherzando, il segmento meno Horror nell’immediato, ma quello più spaventoso sulla lunga distanza, se per spaventosi intendete i traumi che solo una mamma può regalare.

Don't Fall
Roxanne Benjamin è una specialista degli antologici horror, il suo nome compare in tutti i tre film della serie V/H/S, ma anche in Southbound. Qui Rossana Beniamino decide che delle maternità gli fotte sega, quindi preferisce una storia di campeggiatori a cui manca il sale in zucca, alle prese con un demone messo a protezione di una zona un tempo appartenuta ai nativi americani, o forse a qualcuno che viveva lì ancora prima.


Aspirante carne da macello in arrivo!
“Don’t Fall” è facile, semplice e veloce, le creature mostruose sono ben fatte, il sangue non manca e anche se a fine visione non ti resterà assolutamente nulla di questo segmento, è quello più horror in senso classico, la manina della creatura che spunta dal vetro del camper, insieme alla scena onirica di “The Box” è uno dei momenti più riusciti di tutto il film.

Her Only Living Son
Karyn Kusama ci racconta di mamma Cora (Christina Kirk) e del suo figliolo prossimo alla maggiore età Andy (Kyle Allen) che si comporta in maniera sempre più strana, ma non per via degli ormoni, sta di fatto che ogni sua bravata (grondante sangue) viene giustificata anche a scuola, dove il ragazzo è tenuto in altissima considerazione.

Potrei fare un paragone con un titolo horror molto molto famoso, ma di fatto vi racconterei anche l’unico colpo di scena di una episodio ben fatto, ben recitato, almeno fino al monologo finale dove mi sono cadute, mi sono cadute… Vabbè, diciamo che mi sono cadute, ecco.


"Guardatelo dorme come un angioletto...".
Quello che posso dirvi, senza rovinarvi la visione, è che il papà di Andy sta ad Hollywood (metaforone!) e non si è mai curato di moglie e figlio (allarme metaforone! Correre ai bunker di sicurezza!), quindi tutti si risolve con questa trovata che sgonfia tutte le premesse, risultato: Karyn Kusama che della rosa di regista è sicuramente la più famosa, continua la sua striscia di produzione ondivaghe inizia (Benissimo!) con “Girfight” (2000), continuata (molto male!) con “Æon Flux” (2005), andata avanti (disastrosamente) con “Jennifer's Body” (2009) e tornata in carreggiata con “The Invitation” (2015).

Insomma, dura un’ora e venti, lo trovate su Netflix e c’è dentro Melanie Lynskey, se pensate che vi cambierà la vita, o poterà giustizia nell’industria fallocentrica americana, magari no, però se come me andate pazzi per gli antologici horror, potete guardarlo anche se possedete il cromosoma Y.

18 commenti:

  1. Gli episodi che ho preferito sono stati il primo davvero inquietante e l'ultimo di Karyn Kusama .
    Sono lieto di sentire che anche tu sei un estimatore di Melanie Linskey.
    Anche io ne sono rimasto affascinato dalla visione di I Don't Feel at Home in This World Anymore.
    Da allora mi e' capitata di vederla in svariati film e quasi sempre la sua presenza buca lo schermo.
    C

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    1. Il primo penso sia anche il più riuscito, così come quello di Karyn Kusama che ha solamente la sfiga di somigliare davvero tanto ad un horror storico molto molto famoso con lo stesso identico tema (hai già capito di chi parlo). Melanie Lynskey è l’equivalente cinematografico della compagna di scuola che non vedi più da allora, fantastica ora ho un altro motivo (oltre che affettivo) per guardare “Castle Rock” ;-) Cheers

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  2. Che Netflix distribuisca cose nuove, che sfuggono ai distributori italiani sempre attenti solo alle minchiate economiche, è cosa buona e giusta: magari se alzassero un po' il tiro sarebbe ancora meglio. Finora tutti i film targati Netflix che ho visto non mi hanno particolarmente convinto...

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    1. Vero danno visibilità ad della roba che resterebbe nel sommerso, anche se qualche volta sarebbe meglio, mi ha stupito che un sacco di gente dopo aver visto roba tipo “iBoy” su Netflix si sia lamentata del fatto che facesse schifo, che pretendi da un film che si chiama “iBoy”? ;-)

      Ogni tanto però si trova anche roba che guarderei comunque, ad esempio “Okja” oppure “Hell or high water” ignorati dalle nostre sale, sono due ottimi film che mi sono goduto su Netflix. Ho la sensazione che piano piano quel tiro lo stiano alzando, ho almeno me lo auguro. Cheers

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    2. Io ho apprezzato pure l'action fantascientifico Spectral:tecnicamente molto buono e bel ritmo per tutta la durata.

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    3. Sempre visto sul paginone, ma non mi sono mai deciso a cliccare, mi servono giornate da 36 ore! ;-) Cheers

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  3. Lo stavo giusto per mettere ieri poi ho ripiegato sulla prima serie tv di GITS. Ne riparliamo.

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    1. Non è un film che cambia la vita, ma si lascia guardare, per distrarti dal Maggiore può aiutare ;-) Cheers

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  4. Mi sa che lo recupero.
    Il primo e l'ultimo sono nelle mie corde alla grande.

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    1. Dura poco, non ti cambia la vita ma si lascia guardare, primo e ultimo sono i migliori.
      Ma quello della festa di compleanno ha un umorismo nero da non sottovalutare ;-) Cheers

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  5. Sembra interessante, me lo segno per una eventuale visione prevacanze...

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    1. Il formato mi intriga sempre e poi un antologico è sempre una buona occasione per conoscere qualche regista nuovo ;-) Cheers

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  6. L'horror non è il mio genere favorito, non ho tempo manco per dormire e Netflix l'ho disdetto perché, non avendo tempo, gli ho letteralmente regalo i soldi per un anno. E quindi? Quindi il problema è che tu di qua, Lucius di là, il Doc Manhattan dall'altra parte, e chi più ne ha più ne metta, scovate di quelle chicche che ti viene voglia di recuperarle seduta stante! E le recensite pure in modo accattivante che pensi "Ma sono cogli@ne a non averlo ancora visto?".

    Vi voglio male!

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    1. Ahaha grazie mille gentilissimo, giuro che non sono pagato da Netflix, spero lo siamo i miei colleghi per i loro portafogli più che altro ;-)
      Indipendentemente dai gusti, penso sia questione di abitudine, ho iniziato ad usare Netflix per le serie famose, per poi disdire l’abbonamento nei mesi in cui non usciva nulla di grosso. Almeno finché non ho iniziato ad usarlo come si deve, funziona un po’ come in biblioteca, non trovi tutte le ultime novità ma quello che capita, ormai per molti film vecchi faccio prima a cercarli su Netflix, tutto quello che mi fa risparmiare tempo e fatica è ben accetto ;-) Cheers

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  7. Nah, stavolta passo. Gli horror antologici sarebbero in teoria bellissimi ma non ne trovo uno passabile da secoli (giusto i due "ABCs of Death" li ho trovati appena simpatici, velo pietoso su tutto il resto).
    Non che uno pretenda sempre "Creepshow", ma almeno "Body Bags"...
    Comunque di film targati Netflix consiglio "Mascots" di quel geniaccio di Christopher Guest: viaggia su binari fin troppo sicuri ma fa il suo porco dovere e diverte non poco.
    Un salutone.

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    1. “ABCs of Death" è uno dei più matti, se non ti urta la macchina da presa ballerina (e ti piace Gareth Evans) merita “V/H/S 2”. Certo che “Creepshow” e “Body Bags” erano su un altro livello, pare che debbano rifare “Tales from the crypt” come serie tv, speriamo bene.

      Sopporto poco le mascotte sportive, ma vado pazzo per “This is Spinal Tap” grazie per la dritta ;-) Cheers

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  8. Me lo passo volentieri, mi sembra inquietante per i miei gusti.

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    1. In effetti ha i suoi momenti di sana inquietudine ;-) Cheers

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