sabato 5 agosto 2017

Providence vol. 3: Il richiamo di Cthulhu


Quando un grande scrittore come Alan Moore, decide di mettersi sulle tracce di un altro mostro sacro come H.P. Lovecraft, le aspettative non possono che essere molto alte, l’ultimo volume di “Providence” non solo ignora la pressione, ma conclude in maniera coerente una ricerca iniziata parecchio tempo fa.

Per la precisione nel 2003, con la pubblicazione del primo racconto di Alan Moore di piena ispirazione Lovecraftiana, ovvero Il cortile, in cui facevamo la conoscenza della sbirro razzista Aldo Sax e dello spaventoso Johnny Carcosa. La storia incredibilmente riuscita nell’azzeccare le atmosfere malate e il finale oscuro delle storie di Lovecraft funzionava ancora meglio della ben più famosa Neonomicon, spaventosa il giusto, ma a mio avviso esageratamente esplicita, in certi momenti al limite del tragicomico, in cui il destino della povera agente Brears veniva lasciata in sospeso, anche se non era proprio impossibile intuirlo, ecco.

Se “Il cortile” era un primo approccio filologicamente preciso, Neonomicon era un atto di ribellione, quasi un tentativo di Moore di demolire il lavoro di Lovecraft, ma fin dal primo volume di Providence è stato chiaro che il Mago di Northampton avesse in quel suo testone barbuto delle idee precise, una volontà precisa di raggiungere Lovecraft, andare letteralmente a giocarsela sul suo campo da gioco, nella cittadina di Providence. Il malcapitato di turno è lo scrittore omosessuale Robert Black (che suona volutamente come Robert Bloch), la sua ricerca dei luoghi misteriosi del New England, sulle piste del vecchio H.P è quella di Moore e insieme di tutti noi lettori, che come protagonisti delle storie di Lovecraft, finiamo divorati dai suoi racconti.


Ah! L'aria fresca del New England!
Certo, bisogna dire che l’elemento horror, i momenti di angoscia che hanno visto il loro apice nel secondo volume della serie, qui sono sacrificati sull’altare di una narrazione più ampia, che riassume la volontà precisa di Moore di concludere il suo percorso personale di avvicinamento a Lovecraft.

Come al solito, ogni capitolo è intervallato dallo “Zibaldone” personale, scritto fitto fitto da Robert Black, una scelta narrativa di Moore che dimostra il suo talento non solo a gestire una sceneggiatura a fumetti, ma anche a reinterpretare la struttura spesso epistolare o sotto forma di diario, dei protagonisti delle storie di Lovecraft. Trovo sempre fantastico come questo espediente narrativo, serva a mostrarci i due volti del personaggio di Robert Black, uno che, ammettiamolo, non è proprio un simpaticone e che nella pagine del suo diario presenti in questo volume, risulta spesso più spavaldo che mai, come se l’arrivo a Providence e il suo incontro con Lovecraft in persona lo avesse galvanizzato. Se avete esperienza con i racconti di H.P. sapete già che appena uno dei suoi personaggi alza la testa, di solito poi precipita tra la follia nel peggiore dei modi possibili.


H.P. Lovecraft personaggio in una storia ispirata ad H.P. Lovecraft (tranquilli poi diventa più incasinato)
Non appena Moore decide di inserire Howard Phillips Lovecraft come personaggio all’interno della storia, automaticamente trasforma il tutto in un'operazione meta-fumettistica, anche se è davvero bravissimo a farlo, all’inizio questa scelta pare quasi obbligata, ma senza farci insospettire, Moore inclina sempre di più il pavimento sotto i piedi di noi lettori, facendoci scivolare sempre più all’interno della storia, in un luogo dove la parete che separa la finzione del fumetto e il nostro mondo è sottilissima, spessa quanto le pagine che abbiamo tra le mani e sfogliamo per leggere e, senza rovinarvi la lettura, non credo sia un caso che le ultime vignette conclusive prevedano proprio delle pagine, diavolo di un Alan Moore!

Una menzione speciale la meritano i dialoghi, fate attenzione al modo ricercato di utilizzare le parole che Moore fa con il personaggio di Lovecraft, che non chiama mai il protagonista Robert, ma Robertus (giusto per fare un esempio) e come al solito, giù il cappello di fronte alla cultura letteraria di Moore, in pochissime vignette, quasi tutte lasciate sullo sfondo della storia, utilizza il complesso (e posso dire anche morboso?) rapporto tra il solitario di Providence e sua madre, come parte integrante della trama, contribuendo a far diventare più sottile quella parete che divide realtà e finzione.
Lo ammetto candidamente, la prima cosa che ho letto di Lovecraft in vita mia, sono state larghe porzioni della sua biografia, inserite in testa alla mia prima raccolta di sue storie che mi è capitato di leggere (per la nuda cronaca era “I racconti del Necronomicon”), rimasi estremamente colpito dal tormentato rapporto di Lovecraft con la madre, che tra le altre cose, costringeva lo scrittore a stare in casa, convincendolo che il suo aspetto esteriore fosse orribile (la madre dell’anno!). Ho sempre pensato che ci verrebbe fuori un film fantastico, una roba degna di “Psycho”, per fortuna Alan Moore ha quasi assecondato il mio strambo desiderio.


Un vignetta che mi ha fatto pensare a questo.
Tutti i personaggi della storia hanno il loro caratteristico modo di parlare, infatti in coda al volume, il traduttore dell’edizione italiana conferma in un breve articolo, quanto sia stato complicato adattare per bene tutti gli accenti utilizzati da Moore per i personaggi, in un'opera in cui la parola scritta è anche più fondamentale del solito, perché è il vero virus con cui diffondere l’infezione iniziata a Providence.

L’arco narrativo di Robert Black si conclude con un colpo di scena improvviso che riporta in scena l’inquietante Johnny Carcosa de “Il cortile”, lasciatemelo dire qui più spaventoso che mai. L’ultima storia di Black piazzata a circa metà volume vi farà venire il mal di testa, perché è la prova di quanto Moore possa davvero fare ciò che vuole utilizzando il media fumetto, una storia spezzettata, tre vignette per pagina ed ogni vignetta una sottotrama differente, il più delle volte presentata in maniera non lineare, perché come abbiamo visto nel finale di Neonomicon, il tempo quando si parla di storia di Lovecraft non procede per forza in linea retta.


L'entrata in scena di un nuovo vecchio amico.
L’unico barometro per cercare di non perdere completamente la via che Moore ci concede, è il vinile sul grammofono, “You made me love you" di Al Jolson, cantata successivamente anche da Dean Martin e Judy Garland, volete un'esperienza davvero capace di entrarvi sotto pelle? Leggetevi questa porzione di volume con il pezzo originale di Jolson e la sua cantata a tratti sghemba come sottofondo, un esempio di musica fuori contesto che in contrasto con i disegni di Jacen Burrows, vi darà davvero impressione di essere precipitati in un mondo simile al nostro, ma molto più spaventoso.

Un po' di musica e partiamo! (Brrrr...)
Nell’alternanza di vignette apparentemente senza soluzione di continuità, Moore riporta in scena l’evaso Aldo Sax, ormai completamente folle e la povera Brears con il suo pancione, mentre i suoi colleghi cercando di ritrovarla, il disco “You made me love you" continua a ruotare sul piatto e in un attimo ci ritroviamo tutti ad Arkham, l’ultima città di Lovecraft che Moore non aveva ancora inserito in questo suo viaggio verso Providence.

In queste sparse vignette, Moore ne aggiunge anche qualcuna che disegnata sempre da Burrows, ma che pare presa dalla nostra realtà e che mette in chiaro quanto l’influenza dello scrittore di Providence abbia colpito la cultura popolare a tutti i livelli, ho acquistato questo fumetto in fumetteria, come faccio spesso e se ne frequentate, probabilmente anche la vostra ha una parete dedicata ai Funk Pop. Ecco, dopo aver letto questo volume, penso che non potrò mai più guardare quelli dedicati a Lovecraft e, in generale, il merchandising ispirato allo scrittore con gli stessi occhi.


Ecco un buon modo per farmi smettere di spendere soldi.
Ho trovato geniale il modo in cui Moore abbia saputo riflettere sul fatto che l’archetipo narrativo della cittadina americana che nasconde dei misteri, creata da Lovecraft con Arkam sia diventato un modello nella narrazione americana, in un unico filo rosso che passa da Payton Place per arrivare giù fino a Twin Peaks.

La narrativa scritta e l’uso della parola servono a diffondere l’infezione, noi stessi leggendo senza accorgercene, come Black, Sax e la Brears diventiamo parte della storia, continuando a leggere, facciamo sì che la storia/infezione proceda, scivolando sempre di più tra le fauci della follia ed è significativo che sia Moore che un altro Maestro di mia conoscenza, abbiano utilizzato l’espediente della pagine (strappate) per sottolineare la minima distanza tra finzione e realtà.

Non voglio rivelarvi più di quanto non abbia già fatto, voltando le pagine e leggendo, rendiamo inevitabile quello che è l’evento principale del volume, l’entrata a gamba tesa definitiva di Moore nell’immaginario di Lovecraft, che qui si permettere di scrivere la storia delle origini di un personaggio Lovecraftiano piuttosto famoso, potreste a ver già intuito quale, ma quando uno dei personaggi arriva a dire una frase del tipo “Ecco perché è quello con la fisionomia più umanoide di tutti”, volevo mettere già il volume per applaudire, ma temevo che dietro le pagine, mi sarei ritrovato anche io su di un pontile da qualche parte ad Arkam.


Siete libero di pensare ad un famoso film di Roman Polanski, solo molto più grosso (e verdastro).
Ammettiamolo, quella scena lì non era imprevedibile, fin dal finale di Neonomicon, ma è talmente riuscita e la scelta delle inquadrature fatta da Jacen Burrows talmente azzeccata da risultare potentissima, inoltre non è la prima volta che Alan Moore utilizza un espediente meta-narrativo nelle sue storie, ma fino ad ora si era sempre limitato al mondo dei fumetti, qui invece ha osato di più, ovvero utilizzare la sua enorme conoscenza del lavoro di Lovecraft, per entrare a Providence da conquistatore, eppure con manifesto rispetto per il materiale originale.

Quindi, Moore non ha solo reso millimetrico il muro che separa la nostra realtà dal mondo di H.P. Lovecraft, ma anche quello tra i fumetti e la letteratura, d’altra parte soltanto il mago di Northampton poteva trovare una strada per arrivare fino a Providence.

Qui trovate il resto dei volumi commentati:
Neonomicon
Providence Vol. 1
Providence Vol. 2
Providence Vol. 3

10 commenti:

  1. Sarebbe bello vedere un film tratto (bene) da Providence, anche se continuo a pensare che Alan Moore sia forse troppo ostico da trasporre in pellicola... a chi lo facciamo dirigere? L'unico nome che continua a venirmi in mente è quello del tuo secondo canadese preferito... :)

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    1. Lo penso anche io, e di sicuro lo pensa anche lui, che non ha voluto avere niente a cui spartire con i vari adattamenti, facendosi togliere dai credits. Bella domanda, Cronenberg non si è mai cimentato con Lovecraft, ma visto il contenuto sessuale di questa versione di Moore, il mio secondo Canadese preferito potrebbe avere delle cose da dire ;-) Cheers

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  2. Gran bel post, ti stavo aspettando (per dirla come "Papà" Schwarzy di Terminator Genisys :P ).
    Gli ultimi due capitoli sono una chicca dietro l'altro, un Moore anche lynchano.
    Robert Erwin Howard, Joshi...un sacco di materiale ghiotto per lovecraftiani incalliti!

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    1. Eh eh hai appena trovato forse l'unico modo per cavare qualcosa di buono da Genisys ;-) Ti ringrazio, si potrebbe fare un analisi ben più approfondita, ma ho preferito lasciare la gioia delle lettura, certi traum... Ehm scoperte vanno fatte leggendo ;-) Enorme coerenza da parte di Moore, che utilizza la musica e porta la storia in zona meta-fumettistica come ha già fatto in passato, ma già solo in quel capitolo (davvero in stile Lynch) ci sarebbero trenta spunti di discussione e approfondimento possibili. Un gran bel percorso quello di Moore dal "Il cortile" a "Providence", il mago di Northampton ha colpito ancora ;-) Cheers!

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  3. 'Sto Alan Moore dev'essere un tipetto in gamba :-P
    Scherzi a parte, grande pezzo e grazie per le citazioni: il nome Johnny Carcosa è geniale, perché così Moore riesce a citare anche Bierce e Chambers con una botta sola!

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    1. Si è un ragazzotto che sa scrivere, si farà, anzi a giudicare da cosa scrive, si è fatto parecchio :-P Figurati un dovere, quando mi sono caduti gli occhi su quella vignetta, mi è venuto subito in mente il tuo post. Si le citazioni si sprecano, nei volumi precedente di parla anche del Re Giallo, sono sicuro che rileggerò tutta la saga in futuro, e sono certo che ci troverò mille altre citazioni, grazie mille! ;-) Cheers!

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  4. Da appassionato di Lovecraft ho letto con interesse la recensione, ma devo ammettere che è la prima volta in vita mia che incontro il termine "funk pop"... son rimasto indietro, lo so, ma che significa?
    Aggiungo, andando un po' OT, che sto leggendo proprio ora La raccolta di racconti "Il villaggio nero", di Stefan Grabinski, un polacco contemporaneo di Lovecraft, che lo ricorda da vicino per stile e atmosfere. Lo definirei un libro quasi imperdibile per ogni amante del solitario di Providence.

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    1. I Funko della Pop sono una popolare linea di "Babaci" caratterizzati da una forma stilizzata e una capoccia gigante, ne trovi delle sembianze di praticamente ogni personaggi di film, serie tv e fumetti ti possa capitare di pensare, e ovviamente non manca nemmeno Cthulhu, cliccare per credere:

      https://www.google.it/search?q=funko+pop+Cthulhu&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwjV7-rP3cDVAhWJbBoKHS1XAkAQ_AUICigB

      Di fatto Moore li cita nella storia, solo per confermare l'influenza del solitario di Providence nell'immaginario collettivo. Ti ringrazio per la dritta, sono sempre alla ricerca della prossima cosa da leggere ;-) Cheers!

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    2. Grazie della delucidazione. La raccolta di racconti "Il villaggio nero" la trovi facilmente in edicola, perché occupa la parte centrale (pag. 139-303) dell'ultimo numero di Urania Horror uscito a luglio.

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    3. Benissimo, grazie a te mi metterò alla ricerca ;-) Cheers

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