venerdì 30 giugno 2017

A History of Violence (2005): Ah quindi i Canadesi sarebbero dei mollaccioni, vero?


Cosa c’è di più americano della torta di mele? Forse solo una cosa: la violenza, che poi è l’argomento al centro del film di oggi della rubrica… Il mio secondo Canadese preferito!


Avete presente quei gruppi rock che non appena diventano abbastanza famosi, devono fare i conti con accuse vere o presunte di essersi venduti? Il discorso è lungo e complesso, andrebbe analizzato caso per caso, ma se arrivi da un mercato indipendente e diventi un pesce abbastanza grosso, prima o poi qualcuno che ti punta il dito contro lo trovi, vale lo stesso discorso anche per “A History of Violence”.
Ad una prima occhiata distratta può sembrare un cambio totale di genere per il mio secondo Canadese preferito, se non altro, a cambiare questa volta è il materiale originale da cui Cronenberg sceglie di trarre la sua storia (di violenza), non un romanzo, ma un fumetto, anzi una graphic novel! Per carità non chiamiamoli fumetti altrimenti non sembrano una cosa seria!

“A History of Violence” è uscito per la Vertigo (la linea adulta della Distinta Concorrenza) nel 1997, ai testi il leggendario John Wagner, autore di una montagna di fumetti per la storica rivista inglese 2000 AD e di tantissime storie di Judge Dredd. Ai disegni Vince Locke artista proveniente dall’underground che ha lavorato sulle pagine di Sandman ed è celebre per la copertina dei dischi dei Cannibal Corpse.

Anche io la mattina sono irrascibile senza il mio caffè.
Cronenberg non è mai stato un appassionato di fumetti ed ora che i fumetti di super eroi saturano le sale cinematografiche, Davide Birra ha sempre avuto le idee chiare: per lui il cinecomics più adulto e “Dark”, resta comunque una storiella adolescenziale che di veramente adulto non ha nulla. Ogni riferimento a fatti, cose, persone e registi di nome Christopher Nolan è puramente voluto. Anzi, se volete vedere una reazione, in uno storicamente pacato come Cronenberg, provate a chiedergli cosa ne pensa dei film di Nolan, il suo strabuzzare gli occhi equivale ad un “Ma vaffanculo” di chiunque altro.

Ma non tutti i fumetti prevedono tizi in calzamaglia e una buona storia è comunque una buona storia, infatti nel lavoro di John Wagner, Cronenberg intravede la possibilità di continuare a fare il suo cinema. Il risultato finale è incredibile, anche considerando il fatto che il regista non è affatto uno di quelli che utilizza gli Storyboard che poi sono il vero punto di contatto tra il cinema e i fumetti, perché la suddivisione e la scelta delle inquadrature, studiata a tavolino su carta, con la collaborazione di carta, matita, chine e disegnatori, trasforma tutti i film in pre produzione in fumetti. Peccato che Cronenberg preferisca scegliere le inquadrature con il suo direttore della fotografia di fiducia Peter Suschitzky, poco prima di girare, aggirandosi per il set in cerca della soluzione visiva migliore (storia vera), considerando la sua filmografia e la riuscita di questo film, la tecnica di Cronenberg non è in discussione.

David spero che tu abbia il porto d'armi per quell'affare.
“A History of Violence” ad una prima occhiata sembra un thriller con criminali e pennellate da film d’azione, le accuse a Cronenberg di essere passato ad un cinema più facile e commerciale non hanno senso, avere il divo lanciato da “Il Signore degli anelli” come protagonista non è una scelta alla moda, ma l’unica sensata per uno che in passato aveva scelto un’attrice pornografica, solo perché la più adatta per il ruolo e la storia che doveva raccontare.

Anche perché parliamoci chiaro: Viggo Mortensen oltre ad essere una delle personalità più poliedriche e creative che si aggira su questo gnocco minerale che ruota intorno al Sole, è un attore con una lunghissima gavetta e una grande tecnica. Dopo averlo visto nei panni di Aragorn, Hollywood lo voleva a tutti i costi lanciare come un Harrison Ford 2.0 (sì, sto pensando ad “Hidalgo” che comunque non era malaccio), mentre lui aveva ben altre idee, idee del Cronenberg tipo e se ora Mortensen è considerato finalmente come uno con la sua personalità merita, bisogna ringraziare anche il Canadese, che dagli attori ha sempre saputo tirare fuori il meglio.

Quadretto familiare, gentilmente offerto dal nostro Davide Birra.
La trama di “A History of Violence” è quanto di più lineare possa esserci: nella sonnacchiosa cittadina di Millbrock, Indiana (che prende il nome dalla sonnacchiosa cittadina di Millbrock, in Canada, dove il film è stato girato), Tom Stall (il nostro Viggo) lavora in una tavola calda, è il bravo papà di due figli, la piccola Sarah e l’adolescente Jack (Ashton Holmes) ragazzo intelligente che sfrutta l’ironia per evitare le attenzioni del bullo scolastico.

Il nostro Tom è innamorato della sua bella moglie di nome Edie (Maria Bello), tutto va alla grande fino al giorno in cui due criminali entrano nella sua tavola calda per rapinarla e Tom cacciando fuori una prontezza di spirito (e riflessi) inattesa, li fredda lasciandoli a terra crivellati e senza più la mascella (letteralmente!).

Per questa sua eroica azione Tom diventa quello che Bruce Springsteen avrebbe chiamato “Local hero”, ma schivare le attenzioni mediatiche non servirà, quando in città arrivano dei gangster da Philadelphia, guidati dal cazzutissimo Carl Fogarty (quel gran mito di Ed Harris) uno sgherro dall’occhio sgherro che continua a chiamare Joey il nostro Tom.

"Ma è un mal'occhio questo!" , "E questo no?" (Cit.)
Volete fare ridere un americano? Fategli una battuta sui Canadesi, per loro è un classico, non c’è niente di più divertente per tanti Yankee di fare battute su quanto i loro cugini con la foglia d’acero sulla bandiera siano “soft”. Ve lo posso assicurare per esperienza personale, Windsor la cittadina Canadese più vicina al confine è praticamente un paesino dove tutti ti salutano, il massimo dell’azione è veder partire una volta al giorno il camion dei pompieri dalla sua stazione per un giro di controllo e gli scoiattoli aspettano il verde per attraversare sulle strisce, ve lo giuro li ho visti e non avevo fumato nulla! Poi attraversi il confine e finisci a Detroit, dove il tasso di criminalità è pari a quello di Gotham e Sin City messe insieme.

Nella loro ottica di popolo costantemente in guerra contro qualcuno, è normale che i Canadesi pacati e gentili per natura siano considerati dei “Femminielli”, mi piace pensare che “A History of Violence” sia la risposta di un Canadese ai tanti sfottò Yankee ed è anche chiaro che la soffocante continuità tematica di Cronenberg abbia cittadinanza anche in questo film.

Ricordatevi questa intensa scena finale, perché tornerà buona nel corso della rubrica.
La trama del film è lineare, i suoi messaggi limpidi e molto chiari, ma una storia così scarna si porta dietro una densità di contenuti invidiabile e una messa in scena impeccabile che esalta ancora di più i messaggi, forse per questa lettura di secondo livello così limpida e l’aspetto esteriore da film con i gangster, qualcuno deve aver pensato che Cronenberg abbia ceduto al lato commerciale della cinematografia, in realtà “A History of Violence” funziona alla grande perché è asciutto come un osso, è secco e diretto come uno schiaffo in faccia.

Capisco perché molti lo abbiano pensato, l’inizio è anomalo per Cronenberg: un'unica sequenza, un carrello laterale che segue le vicende die due criminali pronti ad affrontare un viaggio in auto, anche i titoli di testa, stranamente minimali per le abitudini di Davide Birra, sembrano sottolineare il cambio di stile, ma forse siamo solo noi spettatori che appena vediamo due criminali chiacchierare dei fatti loro, prima di ammazzare qualcuno, dobbiamo per forza gridare fortissimo: “TARANTINOOOOOOOO!”.

Quello lì dietro non è il nome dell'albergo, ma i titoli di testa del film.
Basta l’inquadratura (gelida!) sulla pistola, per capire che l’occhio da anatomopatologo di Cronenberg è sempre lo stesso, come un grande chitarrista, basta una nota suonata alla sua maniera per riconoscerlo e, infatti, è sempre lui a parlarci di un’altra infezione, questa volta il virus è la violenza, forse non sarà batterico, ma altera lo status quo e provoca mutazioni, non nel corpo, ma nel comportamento delle persone.

Diventa chiaro nel vedere le diversa reazione di Jack (un azzeccato Ashton Holmes) al bullo prima e dopo che la violenza è entrata a nella vita della famiglia Stall, il ragazzo passa dalle battute sagaci ai pugni in faccia e ai calci nelle palle, parliamoci chiaro: il bullo scolastico è un tale stronzetto che una ripassata se la meritava pure, ma proprio in questo sta il senso del film.

Cronenberg forse non lo fa in maniera manifesta come Michael Hanake in “Funny games” (entrambe le versioni 1997 e 2007), ma pone noi spettatori in una posizione di arbitri rispetto alla violenza nei film, di fatto è come se ci stesse ancora chiedendo di dubitare delle immagini, esattamente come faceva in Videodrome. Quando vediamo Tom Stall agire con violenza per seccare due viscidi criminali, è impossibile non tifare per lui, perché la violenza perpetrata dai “Buoni” suoi “Cattivi” è cosa buona e giusta al cinema.

"Sei un bravo ragazzo! Un bravo ragazzo! Un bravo ragazzo!" , "Non tanto bravo" (Cit.)
Trovo estremamente significativo che il cattivissimo Carl Fogarty abbia tutte le caratteristiche chiave di un cattivo, l’occhio sfregiato e i vestiti neri come Lee Van Cleef in un film western, inoltre è interpretato da quel fenomeno super carismatico di Ed Harris che è uno dei miei attori preferiti anche perché si mangia lo schermo anche quando da spettatore dovresti odiarlo. I dubbi iniziano ad arrivare a noi e ai membri della famiglia Stall (rappresentati dalla bravissima Maria Bello) quando veniamo a scoprire che il buon Tom, non è poi l’eroe puro di cuore che credevamo essere e che, anzi, non si chiama nemmeno Tom ma Joey Cusack.

Ancora una volta, il corpo si adatta alle flessioni delle mente e Viggo Mortensen è bravissimo ad utilizzare il linguaggio del corpo, per sottolineare senza bisogno di parole, i momenti in cui passa dall’essere il mite Tom Stall, al violento Joey Cusack, nuovamente due gemelli uniti nel corpo, ma distinti nei comportamenti, esattamente come i dottori Beverly e Elliot Mantle di Inseparabili.

Davvero non si capisce chi è Tom e chi è Joey?
Il virus della violenza che genera il cambiamento e la mutazione, come sempre per i personaggi di Cronenberg passa attraverso il sesso, all’inizio film Tom ed Edie fanno l’amore in maniera giocosa, adolescenziale con lei vestita da Cheerleader, per altro, io non vorrei trasformare questa pagina nel breviario delle posizioni da fare a letto (usate un po’ di fantasia che diamine!), però i due scelgono anche una posizione parietaria, che garantisce pari piacere ad entrambi, insomma, molto democratici.

Sfilare vestiti con impacciata joy de vivre.
L’altra faccia della medaglia è l’altra scena di sesso tra i due, che inizia con lo schiaffo in faccia di Edie al marito che ormai non riconosce più e si trasforma in una lotta sulle scale di casa, lotta che tanti hanno scambiato per uno stupro e criticato aspramente (ma che avevano tutti contro questo film?), quando è chiaro dal bacio appassionato che Edie schiocca a Tom/Joey che in realtà non è affatto uno stupro, ma solo l’effetto collaterale della mutazione in corso, che ha effetto sui comportamenti e sul corpo, i lividi sul corpo di Edie mostrati da Cronenberg parlano chiaro.

Posti scomodi, quasi quanto il retro di una Volkswagen.
Gli echi noir e western già presenti nel fumetto di John Wagner vengono amplificati da Cronenberg, lo scontro nel vialetto di casa sembra davvero un duello da film western, Cronenebrg pare mettere alla berlina le fisime di una nazione fissata con il possesso delle armi e il giustizialismo a tutti i costi. La sceneggiatura del film è accreditata a Josh Olson, ma Cronenberg ha contribuito pesantemente a dare la sua direzione alla storia e questo spiega come mai al pari di Spider, alcune scene grondanti sangue presenti nel fumetto, nel film siano scomparse. Ad esempio, la famigerata scena 44 è stata tagliata dal film, anche se girata interamente e visibile con tanto di making of nei contenuti speciali del DVD del film, non in quelli della VHS, sì, perché “A History of Violence” è stato l’ultimo titolo di punta stampato nel glorioso formato e mi sembra anche giusto che sia stato proprio un film di Cronenberg, uno che con i mitici nastri ha avuto grandi trascorsi, a chiudere un’era.

La scena 44 era un sogno di Tom in cui il personaggio sparava in pancia allo sgherro Carl Fogarty che sdraiato a terra con la cassa toracica aperta, continuava serafico a parlare con Tom. Per altro, visto l’effetto speciale del torace sbudellato, lo stesso Cronenberg si è messo a scherzare con Viggo sul fatto che avrebbe potuto auto omaggiarsi, chiedendo ad Ed Harris di estrarre la pistola dalla pancia come faceva Max Renn. Nemmeno l’unico scherzo sul set, perché in un paio di situazioni, Viggo era affetto da “Ridarola compulsiva”, oppure si divertiva a coglionare la locale squadra di Hockey, sfoggiando sul set sotto i vestiti di scena, la maglia della squadra avversaria (storia vera) visto? I Canadesi non lo hanno nemmeno ucciso, provate a fare negli Stati Uniti (o qui da noi) una cosa così!

"Bravo bravo scherza, ti va bene che qui siamo oltre il confine".
Visto che ho citato il fumetto, Cronenberg ha modificato la nazionalità dei gangster, non più Italiani di Brooklyn, ma Irlandesi di origini, David guardando capelli biondi e occhi azzurri dei suoi tre attori più famosi, Viggo, Ed Harris e William Hurt, deve aver capito che tutti sembravano tranne che italo-americani, ma soprattutto ha deciso di modificare lo scontro finale tra Tom e Richie che da solo vale un discorsetto.

Nel fumetto è molto più splatter, bisogna dirlo, Cronenberg, invece, lo trasforma quasi in un duello western, a cui toglie ogni forma di epica, resta solo un gigioneggiante William Hurt che compare pochissimo sullo schermo, ma che giganteggia nel ruolo del fratellone di Tom, Richie Cusack e, per altro, la sua prova gli è valsa una nomination agli Oscar come attore non protagonista, niente male per cinque giorni passati sul set in Canada.

"Caino, Caino ha fatto scemo Abele..." (Cit.)
“A History of Violence” è un film che esprime in maniera molto diretta le sue metafore seminate lungo una trama estremamente esile, forse l’ambiguità di altre opere di Cronenberg è meno manifesta, ma le tematiche tipiche del mio secondo Canadese preferito sono tutte lì da vedere ed è anche un gran bel vedere, perché dal punto di vista visivo, questo film è uno dei più micidiali mai diretti da Davide Birra.

La profondità di campo, la pulizia delle immagini che risultano incredibilmente nitide, anche grazie al lavoro del direttore dalla fotografia di fiducia di Croneberg, ovvero Peter Suschitzky. Ogni immagine è algida e bellissima, questo film più di tutti quelli del Canadese, inquadra i personaggi come se fossero su di un vetrino, sotto la lente di un microscopio, mentre il dottor Cronenberg analizza l’infezione del virus della violenza su di loro, asciutto, chirurgico, Cronenerghiano al 100%, se questo secondo voi è un regista che si svende ad Hollywood, quasi quasi li vorrei tutti così.

20 commenti:

  1. Filmone pazzesco, uno dei miei preferiti post 2000. E dire che il fumetto l'ho trovato molto mediocre...

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    1. Amen, anche per me è uno dei migliori dei primi anni 2000 e anche uno dei migliori di Davide Birra. Il fumetto non è male, ma il film va molto più sottopelle mostrando meno sangue, forse mi ha influenzato averlo letto dopo aver visto il film, ma la versione di Cronenberg mi è sempre sembrata superiore. Cheers!

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  2. Se un attore viene a girare a Roma con sotto i vestiti la maglia della Lazio... mi sa che non esce vivo dal set :-D
    Scherzi a parte, filmone ma soprattutto attoroni: da ragazzo sono stato un grande fan di William Hurt e mi è dispiaciuto quando è un po' scomparso. Vederlo ancora in bei ruoli fa sempre piacere.
    Ah, e questo tuo post finisce subito nel mio database per la Guida TV dei weekend ;-)

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    1. Ah sì ma non ti credere che a Torino sia tanto diverso! Questa cosa delle maglie delle squadre è una mossa segreta di Viggo, di solito si appassiona sempre a squadre piccole e sconosciute, avrà armadi pieni di maglie colorate oppure ama il pericolo ;-)
      Filmone davvero e condiviso la tua passione per Guglielmo Ferito, davvero un grande che ultimamente compare come una cometa. Oh bene ti ringrazio! Per altro devo ancora consultarlo per bene, ieri sera gli ho dato uno sguardo veloce, ma è un appuntamento fisso ormai ;-) Cheers

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  3. Ho preferito di gran lunga il fumetto, che possiedo gelosamente.
    Il film non ne ricalca completamente le atmosfere e spesso mi è sembrato di vedere un action normalissimo di quelli anni '90... :)

    Moz-

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    1. Si vero per un buon due terzi è quasi identico, però il finale con il fratello è diverso, con molto meno sangue. Che poi ben vengano gli action anni ’90, ma qui Davidone aveva una serie di stoccate da piazzare, che secondo me arrivano sotto la facciata da film d’azione ;-) Cheers

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  4. Alzo la mano e mi auto-accuso. Sono uno di quelli che spernacchiò Cronenberg senza pietà dandogli del vecchio bollito (o peggio...) quando uscì "A History of Violence". Non lo capii e lo reputai un piatto noir-thriller come ce ne sono altri mille. Magari fatto un po' meglio perché Cronenberg è sempre Cronenberg ma, pur riconoscendo il tocco del regista in alcune inquatrature, non lo reputavo veramente un suo film. Solo alla seconda visione (e solo sotto pressione di un mio carissimo amico che insisteva affinché lo riguardassi) capii il film e tutta la metafora che rappresenta.
    Curioso che tu nel post abbia citato "Funny Games" perché anche quello non lo capii per nulla alla prima visione. Anzi mi incavolai parecchio. Però in quel caso mi incaponii da solo e riguardandolo (praticamente pochi giorni dopo. Due noleggi dello stesso film in una settimana!) capii la genialata e la presa per il c**o che ci diede Haneke!

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    1. Apprezzo molto chi prova a tornare sui film che non ha capito o che non ha apprezzato, cerco sempre di farlo anche io, tranne quelli di Steven Soderbergh, quelli una visione è pure troppo ;-)
      Quando uscì non ci furono mezze misure, si potrebbe pensare che questo Cronenberg apparentemente lontano dalla poetica del regista, sia il modo migliore per fare la sua conoscenza, in realtà per apprezzarlo a pieno, bisogna fare due passi indietro, questo film va visto come punto di arrivo di un lungo percorso iniziato anni prima, per me la continuità tematica di Cronenberg è la più soffocante mai sfoggiata da un filmaker ;-)

      “Funny games” è il mio Haneke preferito, un esperimento sociologico sugli effetti che la violenza nei film ha avuto sugli spettatori. Andrebbe visto sul divano, con il telecomando in mano per poter premere “Stop” in ogni momento. Gli inutili paragoni con “Arancia meccanica” fatti solo per pubblicità, gli hanno fatto più male che altro. Cheers!

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    2. Curiosità al volo su Soderbergh: anche "Traffic" non ti è piaciuto? O è la classica eccezione che conferma la regola?

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    3. Visto una vita fa e poi mai più, ricordo che non mi aveva entusiasmato, il giochino dei tre colori mi era sembrato un po' fine a se stesso, ma almeno per quel titolo, dovrei provare a dargli una seconda possibilità, perchè ricordo poco o nulla anche della trama. Cheers!

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  5. grandissimo film, tra i miei preferiti del canadese canuto

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    1. Anche tra i miei, forse un giorno capiremo che la terza fase della sua carriera é cominciata qui, ma spero di vedergli fare altri film prima di allora ;-) Cheers

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  6. Un film che come pochi altri ha segnato la mia crescita come appassionato di cinema. Lo ritengo addirittura un film sottovalutato...

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  7. Lo penso anche io, viene considerato un bel film, ma è uno dei migliori di Cronenberg, il che lo fa salire subito ad un altro livello ;-) Cheers

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  8. Mi sa che sono l'unico fesso che non ha capito il finale.
    Il film mi e' piaciuto assai, ma arrivato a quell'ultima scena mi sono chiesto "e quindi?".
    Il dizionario dei film del Mereghetti lo definisce (cito a memoria) "uno dei finali piu' sconvolgenti degli ultimi anni", e ancora sto a chiedermi il perche'.

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    1. Ne ho volutamente parlato poco o nulla, perché ho preferito metterlo a confronto con il finale del film della prossima settimana. Tom che torna a casa, dopo aver chiuso i conti con il suo passato, deve tenere conto degli effetti che la violenza ha avuto nelle vite della sua famiglia del Mulino Bianco, la prima a perdonarlo è la bimba (la più candida), poi il figlio, che ha avuto uno scontro con il padre ma lo ha anche aiutato. Manca la moglie, lo perdonerà? Non lo perdonerà? Il film finisce con il dubbio (come eXistenZ) perché Cronenberg non da risposte, ma il messaggio è che il virus della violenza ha comunque mutato i personaggi. Per il resto dei pippon... Ehm, elucubrazioni, prossimo capitolo della rubrica, spero di essere stato d'aiuto. Cheers!

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    2. Sei stato di grandissimo aiuto.
      Ora aspetto con ansia la prossima puntata.

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  9. Figurati per così poco, grazie a te! ;-) Cheers

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  10. Filmone!
    Ho apprezzato molto Viggo Mortensen nella pellicola.

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    1. Assolutamente, Viggo qui ha dimostrato di non essere solo Aragorn, ma un attore dal talento unico, con una gavetta durata decenni ;-) Cheers!

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