giovedì 15 dicembre 2016

Die Hard 5 - Un buon giorno per morire (2013): Yippee Ki-Yay Mother Russia


Ho scoperto che in Russia, Trappola di cristallo uscì con il titolo, “Tough nut to crack”, ovviamente in russo (storia vera) ed è proprio in Russia che è ambientato l’ultimo capitolo di “Die hard” e della rubrica… MUORI DURO!




Vi ho già raccontato di come abbia qualche problema a sentire davvero miei i capitoli più recenti della saga di “Die Hard”, sicuramente perché sono quelli che ho visto meno volte, ma non è nemmeno quello, per i primi tre film ho davvero esagerato con il numero di visioni, per quanto mi riguarda c’è la trilogia di “Die hard” e poi, vabbè, sì, ci sono anche gli altri due.

Quello che mi è parso evidente fin alla prima visione del film nel 2013, ovviamente al cinema (questa era la parte facile, no?) è che nemmeno la Twentieth Century Fox ci ha creduto davvero molto a questo quinto capitolo, il precedente uscì nell'estate del 2007, la risposta della Fox ai blockbuster miliardari e caciaroni, infatti questo era, il tentativo di aggiornare McClane ad una nuova generazione abituata ai super eroi.


"Super cosa? Io al massimo ho un super mal di testa".
“A good day to Die Hard”, da noi “Un buon giorno per morire” che traduce decentemente, ma perde il gioco di parole e il significato generale, esce il 14 Febbraio, San Valentino. Ok, che ogni volta che guardo “Die Hard” è una festa (di solito Natale), ma non credo fosse un atto di romanticheria della Fox per celebrare l’amore del pubblico per questa saga, a mio avviso, non credevano che questo quinto capitolo potesse tirar su chissà che numeri, un'operazione che nasce modesta, infatti viene affidata ad uno che non dirige blockbuster, ma a John Moore (“Behind Enemy Lines”, quel casino di “Max Payne”) diciamolo pure, non proprio un fenomeno.

Il vero dramma è la sceneggiatura, la prima completamente originale scritta apposta per un film di questa saga, non tratta da romanzi, o da articoli di Wired, una novità, insomma, a chi decidi di farla scrivere, a Skip Woods, autore di roba moscia tipo “Codice: Swordfish”, l’osceno “X-Men le origini - Wolverine” e il dimenticabile Hitman: Agent 47. Skip sembra il nome del ragazzino che porta le mazza durante una partita di golf, io non gli affiderei nemmeno quelle, figuriamoci la saga di “Die Hard”, ma, purtroppo, non sono il capo della Fox, sfiga!


Ancora la parte migliore del film (che però si vede solo nel trailer!).
Il fatto che il film possa contare su meno sostegno da parte della major pagante è chiaro, l’ambientazione Russa permette di assoldare manovalanza e attori di contorno ad un costo minore, inoltre, il film con i suoi 97 minuti di durata è il più corto di tutta la saga. Anche solo per le facce note, questo quinto capitolo va sotto bevendo dall’idrante contro quello precedente, per cinque minuti non consecutivi torna Mary Elizabeth Winstead, nei panni di Lucy McClane, i cattivi sono una serie di illustri sconosciuti (carisma-lesi), mentre Jai Courtney, nei panni di John (detto Jack) McClane Junior, fino a quel momento aveva fatto il cattivo nel primo “Jack Reacher” e dopo questo film è riuscito nella non prodigiosa impresa di recitare in quella cagata di “I, Frankenstein”, nella palla mortale Unbroken, di passare alla storia come il Kyle Reese sbagliato di Terminator Genisys e del tizio con i basettoni di Suicide Squad. Jai, ragazzo mio, tu hai davvero bisogno di un nuovo agente!


Jai Courtney riassume la sua stessa carriera in un solo gesto.
Questa volta John McClane (il monolitico Bruce Willis) decide di prendersi una vacanza in Russia, vuole provare il dopo sbornia da Vodka? Forse, ma la sua vera missione è ritrovare suo figlio, il Sucre di “Prision Break” lo informa che Jack è in una prigione russa, quindi papà McClane parte per andare ad aiutarlo.

Le riunioni di famiglia in casa McClane.
In realtà, le cose sono diverse, Jack lavora per la CIA, da tre anni è sotto copertura e deve proteggere Yuri Komorov (Sebastian Koch) ex trafficante di armi e uranio pronto a collaborare con i servizi segreti americani, per recuperare dati sensibili che potrebbero incriminare un politico loschissimo in odore di Vladimir Putin. Se domani, passando di qui troverete un sito “Trova mogli Russe” ora sapete il perché, è stato bellissimo. Vi voglio bene.


Da domani qui ci chiamiamo: Letayushchiy гроб.ru
Chiaro che tra un inseguimento, un'esplosione, una sparatoria, un'esplosione, un’altra esplosione degli spari e qualche esplosione padre e figlio troveranno il tempo di chiarirsi, anche se non è ben chiaro perché abbiano litigato, ma si sa che la pace in casa McClane passa per qualche attacco terroristico da sventare.

Devo dirvi che “A good day to Die Hard” è un bel film? No, non lo è, però devo dire che al netto del suo non eccezionale talento, John Moore ha fatto il meglio che poteva con le carte che gli hanno messo in mano, se non altro ha il buon gusto di dirigere un film che non snatura il protagonista, certo la sceneggiatura è piena di difetti, ma quello che vediamo qui è il nostro solito John McClane, non un indistruttibile super eroe capace di abbattere F-35 a mani nude.

In "Die Hard" nessuno usa le scale, sempre e solo ascensori.
Dopo l’inevitabile premessa iniziale e due minuti “Simpatia” (si fa per dire) con il taxista locale che canta Sinatra (grande passione di Bruce Willis), il film entra nel vivo con un grosso inseguimento stradale forse un po’ confusionario della coreografia, ma sicuramente “Old school”, giusto per utilizzare un concetto espresso durante il film (e non tradotto dal doppiaggio italiano). Certo, bisogna dire che McClane (padre) provoca un numero di incidenti tale da fare la gioia di tutti i carrozzieri di Mosca e dintorni, però la scena iniziale si lascia guardare e quando John si lancia con l’auto dal cavalcavia ringhiando “Io ci provo!" tutto sommato sono contento, meglio questo inseguimento con tutti i suoi difetti (tipo la telefonata alla figlia della serie “Facce ridè”) che le auto volanti in computer grafica del film precedente.


La soluzione ai vostri problemi di traffico.
Se devo proprio dirla tutta, non mi è dispiaciuta nemmeno la scena successiva di mega sparatoria nel palazzo, con la squadra McClane schierata contro i cattivacci armati prima e contro un elicottero da combattimento dopo, l’idea di sfruttare uno spazio chiuso permette di controllare i costi e ammicca sia al primo film, che alla sparatoria nella nuova ala del terminal del secondo, l’idea della scivolo per i rifiuti è la classica trovata tutta matta tipica di John McClane.

Visto che ho parlato di ammiccare, se escludiamo il rallenti del cattivo che per scendere non prende le scale, i colpi di mitra contro la vetrata (anche se i cattivi hanno la scarpe a differenza del nostro John), ci sono decisamente meno strizzate d’occhio rispetto al film precedente, il che per me è quasi sempre positivo.


Die Hard & Figli: Frantumiamo vetrate a colpi di proiettile dal 1988.
Inoltre, Jai Courtney non sarà un fenomeno e nei primi minuti è sull’irritante andante, ma è un dettaglio che si ridimensiona presto e alla fine non dico che si tifa per lui, anche se c’è più chimica in quei due minuti in cui Bruce Willis recita con Mary Elizabeth Winstead, che in tutto il tempo che passa con Jai, ma in generale risulta credibile come figlio di un'icona cinematografica della nostra infanzia. Sapete che non amo fare i paragoni con il peggio, è una cosa che in generale serve a poco, però ho uno strano senso di dejà vu che non riesco a spiegare, cavolo che sensazione strana! Non so bene per quale motivo, ma sento che a questo punto del commento, devo fare il nome di Steven Spielberg, però non capisco proprio il perché

"Ti è andata bene pà, Indy non è stato così fortunato".
Passiamo, invece, alle note dolenti tutte legate alla sceneggiatura del porta mazze Skip, qua è là ci sono delle forzature che fanno venir voglia di strizzare gli occhi così forte, che si arriva a fine film con il rischio di congiuntivite, quando i due protagonisti sono a corto di armi McClane scova (non si sa come) le chiavi di una Bentley parcheggiata fuori dalla discoteca che, guarda caso, ha il bagagliaio pieno di fucili, la spiegazione di Jack è un tentativo di giustificare una trovata forzata, l’assurdo è che nel bagagliaio non ci sono solo armi per un esercito, ma giacche e giubbotti proprio della taglia dei due McClane, io non so come si dica FACCIAPALMO in Russo, ma è la parola che ci vorrebbe ora.

La parte peggiore è che dietro alle solite motivazioni dei terroristi che poi si rivelano completamente diverse (ormai una tradizione della serie) Skip Woods pensa bene di completare la sceneggiature pescando dal manuale degli stereotipi sulla Russia, siccome si è già giocato la carta del politico losco, dei mafiosi discotecari con la macchine da papponi piene di armi, pensa bene di utilizzare anche l’ultimo luogo comune. Ad un certo punto, scopriamo che il cattivo che Jack sta cercando di incastrare... Ah, sì, ha provocato il disastro di Chernobyl, non te lo avevo detto?

"Dovremmo avere dei fucili per cose di questo tipo" (Cit.)
Qui Skip Woods dimostra di non avere idea di cosa siano le radiazioni e di ignorare completamente i loro effetti sul corpo umano, i cattivoni dentro le loro tute anti radiazioni sparano un gas che le fa scomparire (Magia! Un colpo di spugna e la radioattività va via!), a quel punto possiamo allegramente sbattercene dell’argomento, basta giusto una battuta finale per ironizzare sul tuffo nella vasca, che tanto Jack sa essere piena di acqua piovana NON radioattiva. Glielo avrà rivelato il contatore Geiger da polso che porta sempre con sé, era in regalo collezionando numeri di Topolino.


"Dopo questo bagno radioattivo, possiamo dire addio ai nipotini McClane".
“Die Hard - Un buon giorno per morire” sembra uno di quei film d’azione che di solito escono solo per il mercato dell’Home video, dà tutto subito e si tiene da parte i soldini necessari per mandare a segno la scena dell’elicottero (con le sue pale posteriori indistruttibili) in modo da avere il finale spettacolare che il pubblico pretende, una scena che in generale risulta ben poco credibile, ma dopo l’F-35 abbattuto a mani nude sembra una trovata assolutamente logica, per questo sostengo che Moore abbia cercato di mantenere lo spirito originale di questa saga, aggiustandosi con quello che aveva. Len Wiseman con queste limitazioni avrebbe fatto ben di peggio, basta guardare i titoli della sua filmografia.

La credibilità sfoggia più lividi di John McClane.
Ma più che l’uso sbarazzino delle leggi della fisica (nucleare) quello che per me è il vero difetto del film è l’assenza di dialoghi davvero meritevoli, alcune battute sono forzate (“Cosa ti ricorda?”, “Newark"), altre semplicemente non fanno ridere. L’unica trovata simpatica, ovviamente, arriva dal nostro John che appioppa nomi famosi ai cattivoni di cui non riesce a pronunciare il nome, quindi è tutto un “Fermo li Karamazov", anche se il migliore resta il Nureyev, appiccicato addosso al russo con la passione per il ballo, in generale, comunque, pochissima roba rispetto agli standard di questa serie.

In un'ipotetica classifica “Die Hard - Un buon giorno per morire” batte ai punti il suo predecessore, perché ha il buon gusto di far esplodere un sacco di cose e di farlo quasi alla vecchia maniera, anche se in classifica generale, non può permettersi nemmeno di allacciare le scarpe al secondo capitolo.

"Pà, è questo il momento in cui Dean Martin inizia a cantare?".
Bruce Willis non si lancia in stunt impossibili per un uomo della sua età, il più delle volte mette mano ad un mitra gigante, mette su il grugno da Bulldog e fa esplodere qualcosa, il che per me va sempre bene e, a ben pensarci, era quello che faceva anche Stallone in “Rambo 4”. Dove non arriva l’età arriverà un fucile mitragliatore oh-oh-oh.


Il vincitore del premio "Padre dell'anno" è...
Sarà anche per i Rolling Stones sui titoli di coda, che sono vecchi e sempre affidabili come McClane, ma tutto sommato il film è caciarone abbastanza da divertirmi, i tempi di McTiernan sono lontanissimi, lasciatemi aggiungere, però, che nella scena in cui Jack distrugge il cellulare al padre e lui risponde: “Avevo un contratto di tre anni", mi è venuto da sorridere pensando ad una certa società telefonica che sfoggia Bruce Willis come una scimmia ammaestrata.

L'Esercito delle dodici scimmie (ammaestrate).
Sapete che c’è Hippie ya ye figli di puttana, voi e la vostra fibra! Non c’è scenetta scema o comico idiota che possa scalfire la passione di una vita, anzi io ci spero ancora che il desiderio di Willis di concludere la saga con un sesto capitolo si possa realizzare, ho un sacco di idee per un sesto capitolo, basta dire che il protagonista del romanzo di Roderick Thorp che ha ispirato “Die Hard” era un vecchio poliziotto in pensione, sarebbe un modo perfetto di chiudere il cerchio anche per Bruce Willis.

Concludendo questa retrospettiva e questa rubrica dedicata a “Die Hard” lasciatemi dire una cosa che ho imparato in tanti anni di passione per questi film, una grande certezza, anche se non è ancora Natale: John McClane kicks ass!

Alzate il volume, e tutti in piedi per il ritornello...

10 commenti:

  1. Ottima Recensione come sempre

    se , come me e classidy , amate john mac clane troverete godibile questo film.

    un cosa che non mi è piaciuta è la pubblicità occulta.
    non ne posso più di vedere nei film americani tanta pubblicità occulta.

    in questo film a farla da padrone è una nota marca di auto.

    jay courtney ce la mette tutta e secondo me un 6 se lo merita.
    se uscirà die hard 6 andrò a vederlo.


    Prendo il la per fare a Classidy un domanda dolorosa.oggi alla radio (radio due) alle 7,20 Cinzia Poli ha dato la seguente notizia: " nel 2019 uscirà il film Indiana Jones 5. inn questa puntata l'archeologo indagherà su se stesso!!!!!!!!"
    La domanda dolorosa è : caro Classidy andrai a vedere indiana jones 5???????????

    io sì anche solo per poter criticare harrison ford 80 enne.

    the show must go on.

    grazie

    RDM

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    1. Ti ringrazio ;-) E’ un film con difetti enormi, ma lo trovo meno fastidioso del quarto capitolo, la pubblicità occulta nei film è sempre stata presente, ti ricordi le scarpe di Kyle Reese (quello vero, non quello di Jai courtney) in Terminator? Oppure la Pepsi di “Ritorno al futuro”. Se non è invasiva non mi disturba, certo se rovini un momento chiave del film facendo la publicità della patatine mi urta… Ogni riferimento al remake di “Ghostbusters” è puramente voluto :-D

      Bella domanda, non so nemmeno se ho voglia di vedere lo “Star Wars” che esce oggi fai un po’ te ;-) Di solito i capitoli dispari di “Indy” (che sono TRE ricordiamolo) sono i migliori, conto sull'intelligenza di Spielberg, per fortuna il 2019 è vicino ma non imminente, prima dovremmo preoccuparci di “Blade Runner 2” ;-) Cheers

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  2. Splendida rece, m'hai fatto morire :-D
    Ho visto di sfuggita il film e non sono stato ad analizzare perché non mi sia piaciuto: di solito mi limito ad ignorarlo :-P

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    1. Ti ringrazio sono contento che ti sia piaciuta. In effetti non è una brutta politica, ho visto Die Hard 4 e 5, un totale di cinque volta nella mia vita, i numeri non dicono tutto, ma qualche volta spiegano bene ;-) Cheers

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  3. E' di solo tre anni fa? Pensavo fosse più vecchio. Ma del resto nemmeno l'ho visto XD

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    1. E' il più nano della cucciolata, rispetto al primo sembra uscito l'altro ieri ;-) Cheers

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  4. Visto e dimenticatomelo all'istante. Della saga di Die Hard apprezzo giusto i primi due...

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    1. Il terzo non ti piace? Penso sia uno dei migliori. Cheers!

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  5. Penso alla fine che gli ultimi DH non siano male sulla carta, ma devo ammettere che non mi sale la voglia di vederli. John McClane con la pelata poi non mi attira. XD
    Effettivamente sembra un pò il capitolo "low-cost" della saga. Negli states non ha avuto molto successo rifacendosi fuori.
    Ormai i supereroi sembrano aver rimpiazzato gli eroi vecchio stampo come McClane al momento! Sic! E al massimo ci sono tavanate come "Fast and furious". XD

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    1. Scrivendo di "Fast and furious 8" sono giunto alla conclusione che Toretto e soci siano come gli Avengers ormai. McClane è un dinosauro dell'ultra violenza che non trova più posto nel mondo del cinema moderno, una volta, low-cost o no, un film così sarebbe stato di cartellone, non un capolavoro degno dei primi tre, ma comunque un film di rilievo. Qui è sembrato l'ultima volta che il drago Willis ha mosso la coda... Ma io ci credo ancora a Die Hard 6! ;-) Cheers

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