lunedì 17 ottobre 2016

Il nome della rosa (1986): Penitenziagite! Contemplata me for the magnum opus (eh!?)


Un capra ignorante come il sottoscritto che parla di un film tratto da un romanzo di Umberto Eco? Non c’è più religione! Che poi, in fondo, è anche una delle chiavi di lettura di un film che quest’anno compie i suoi primi trent’anni.

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Il Zinefilo tratteggia un personale omaggio al film.

Il CitaScacchi racconta la parodia Disney a fumetti "Il nome della mimosa".

IPMP presenta la locandina italiana dell'epoca.

Il Cumbrugliume indaga sui trent'anni del film.

Confesso tutta la mia ignoranza, non ho mai letto il romanzo originale di Umberto Eco, uno di quei testi quasi sacri capace di creare un maremoto di (falsi?) miti, i racconti sulla sua pesantezza sono diventati leggendari, come solo le leggenda tramandate di generazione in generazione sanno essere, di questo romanzo spesso si parla in termini fantozziani, come della "Corazzata Potemkin", sempre per stare in tema di falsi miti.

Pur non avendo mai letto il libro (Mea culpa, mea maxima culpa!), ho sempre amato moltissimo il film diretto da Jean-Jacques Annaud ed, evidentemente, non solo io, visto che oltre a diventare un enorme successo al botteghino, dando scoppole a titoli forse più facili per il pubblico usciti lo stesso anno (“Top Gun” e “Platoon”), ha determinato un record televisivo: il film con il dato d’ascolto più alto mai registrato dalla Rai. Titolo che ha preservato dal 1988 al 2001, per essere scalzato da un altro titolo piuttosto celebre: “La vita è bella” di Roberto Benigni, ma si sa che quando si parla di Benigni i telecomandi vanno a fuoco.


"Siamo stati battuti dal piccolo diavolo! E' un eresia! Blasfemia!".
Mica male per un romanzo (mi dicono) complicato e pieno di riferimenti che una capra come me non potrebbe mai capire, uno sforzo produttivo che ha pagato i suoi bei dividendi, non si è badato a spese in tutti i reparti tecnici, basta dire che le musiche efficacissime, sono firmate dal quel mito di James Horner e le scenografie, che qui fanno davvero da padrone, sono un meticoloso lavoro di ricostruzione del grande Dante Ferretti.

"Certo che il Signor Ferretti un cartello "Uscita" poteva anche metterlo!".
Per quei due che non avessero mai visto il film, sappiate che è ambientato nell’anno 1327, in un'abazia sperduta tra i monti del nord Italia, che a breve sarà teatro di un importante incontro al vertice tra il concilio dei monaci Francescani e i rappresentanti del Papa. Sfiga! Nell’abbazia i monaci iniziano a morire come mosche, alimentando le chiacchiere, già piuttosto insistenti sulla presenza dello Dimooooonio!

I morti hanno un unico tratto distintivo comune: punta delle dita e lingua nera. A tentare di risolvere il mistero, lo scaltrissimo frate Francescano Guglielmo da Baskerville (Sean Connery, degli applausi sarebbero graditi), supportato dal suo novizio Adso da Melk (Christian Slater, allora 17enne). 


"Sarà un'impresa difficile, mio mio giovane padawan" , "Si Maestro Obi-Wan Sean Connery".
I due si ritroveranno ad affrontare un mistero in un luogo ostile alla loro indagine e ai metodi scientifici di Guglielmo, il tutto con un limite di tempo, perché Bernardo Gui (F. Murray Abraham) è già in viaggio per l’abbazia, intenzionato a risolvere il mistero con i modi, spicci diretti e non troppo democratici della Santa Inquisizione. Non faccio citazioni ai Monty Python, giuro!


"Non ti fidare di quello, ha ucciso Mozart" (Cit.)
Di Jean-Jacques Annaud ho sempre apprezzato l’estrema cura nel dettaglio della messa in scena, è un regista che ha sempre cercato di fare film di intrattenimento colti e alternativi ad Hollywood, “Il nome della rosa” da questo punto di vista è uno dei suoi apici. Da quello che anche una capra come me può venire a scoprire, la sceneggiatura del film (affidata a quattro sceneggiatori) è stata parecchio semplificata rispetto al libro, ma è stata comunque avvallata da Umberto Eco, che pare aver apprezzato il fatto che le interpretazioni della storia, fossero differenti rispetto al suo romanzo, o forse ha solo pensato che Annaud fosse l’interprete giusto. Pare che il regista, la prima volta che ha incontrato Eco, gli abbia detto di aver amato molto il romanzo, per via della sua grande passione per le chiese medioevali, è il caso di dirlo: un'unione nata in paradiso.

Per la complicata parte di Guglielmo da Baskerville, vennero vagliati parecchi attori, ma il più quotato di tutti restava Robert De Niro, la leggenda vuole che l’accordo tra le parti sia saltato per aria per via di una sola richiesta da parte del divo, ovvero quella di concludere il film con un duello di spada tra Guglielmo e Bernando Gui. Non riesco a smettere di immaginarmi un De Niro esaltato mimare fendenti con le dita, in piedi sul divano dell’ufficio di Annaud e il regista francesce che mette mano al telefono gridando “Chiamate lo scozzese!!”.


"Oculi de vitro cum capsula" imparare il Latino con i film.
Lo scozzese è, ovviamente, Sean Connery che passa sette giorni (Non uno di più) sul set di Highlander, poi vola in Italia per entrare nel saio di Guglielmo da Baskerville, ruolo che ha dato un nuovo slancio di popolarità alla sua carriera ed è stato anche il primo film, in cui per esigenze di copione, ha potuto sfoggiare la pelata, uno dei motivi di fascino anche in età avanzata, ma argomento su cui Connery è sempre stato ultra sensibile (come tutti gli uomini del pianeta), ma che ti frega Sean! Meglio calvo che quel gatto morto tinto che aveva in testa in “Mai dire mai”!

"Maestro sa che sta benissimo anche così" , "Silenzio Adso, lasciami rimirar la pelata".
Christian Slater, invece, si è dovuto anche improvvisare direttore del casting: Jean-Jacques Annaud che lo voleva più impacciato possibile per la scena di sesso con la ragazza senza nome, gli ha chiesto di scegliere lui stesso l’attrice per il ruolo, la prima candidata era l’allora 22enne Valentina Vargas. Christian e Valentina fanno la prima lettura del copione, il giorno dopo era in programma un secondo provino con le altre due candidate che, però, sul set non ci sono mai arrivate, perché Christian ha mandato il suo agente a dire che la Vargas andava benissimo per il ruolo, chiamatelo scemo. Ah, per la nuda cronaca: l’agente di Christian Slater, era la sua mamma!

"Mi va bene lei! Chiudete i casting!".
Ecco, la scena di sesso... Sì, perché sarà anche la più esplicita di tutto “Il nome della rosa”, ma non è l’unica in grado di smuovere coscienze, quello che mi ricordo della mia prima visione infantile, è la mia mamma che mi spiega come mai il frate (quello con la faccia particolarmente laida) si stava fustigando nella sua celletta. Non ricordo altro di quella visione, non so dirvi nemmeno perché stessi guardando “Il nome della rosa” con mia madre, evidentemente in qualche passaggio televisivo. Quello che mi ricordo è che quell’atmosfera plumbea mi piacque da subito.

“Il nome della rosa” è prima di tutto un ottimo giallo, con indizi e un assassino da scoprire, fin da bambino ho sempre amato i romanzi di Sherlock Holmes, non mi sono stupito di scoprire che Umberto Eco si sia ispirato proprio al celebre investigatore per il personaggio di Guglielmo, d’altra parte viene da Baskerville, proprio come il mastino del romanzo di Arthur Conan Doyle, questo è solo uno dei mille mila omaggi alla letteratura sparsi nel film.


Guglielmo Jones e il mistero dell'abbazia maledetta.
Per il me stesso bambino di allora “Il nome della rosa” era una specie di grosso “Piramide di paura”, solo molto più serio e forse anche più spaventoso, per questo… Totalmente imperdibile!

Il lavoro di Dante Ferretti sulle scenografie rende ogni singola location del film minacciosa e austera, al resto ci pensa la cura per i dettagli di Annaud che riempie il film di facce brutte, una peggio dell’altra, non credo ci sia un singolo frate dall’aspetto rassicurante in tutto il film, quindi, per il me stesso bambino, era facilissimo aggrapparsi al giovane Adso, oppure all’unico personaggio che già conoscevo per altro ruoli, ovvero Sean Connery.


Facce talmente brutte che il più carino sembra lo Zio Fester.
Rivedendo il film in vista del suo trentennale, ho capito perché mi è sempre piaciuto: due ore a seguire un carismatico Sherlock Holmes in sandali e saio, attraverso un thriller giallo con venature quasi horror, in cui i libri la fanno da padrone ed è questo il motivo per cui anche una capra come me può parlarvi di questo film. Perché se non vi piace questa roba, non vi conosco e non vi voglio conoscere!

"Adso! che Adso fai!? Non toccare i libri antichi con quelle tue ditine unte!".
“Il nome della rosa” è un campionario di facce da fare invidia agli studi di Lombroso, se dovessimo sospettare di strambe orecchie e brutti nasi, allora finiremmo a puntare il dito contro tutti, cosa che in effetti succede, visto che nell’abbazia tutti i frati hanno qualcosa da nascondere, ma il premio speciale “Facce brutte 1986” va senza ombra di dubbio a Salvatore: gobbo e deforme, nel corpo e nella mente, è il personaggio di cui è fin troppo facile sospettare, ma anche quello capace di creare più empatia di tutti. Sembra la versione per adulti dello Sloth dei Goonies, se mi permettete il paragone ardito.

"SuperRoooon!".
Quando ho scoperto chi voleva originariamente Annaud per la parte, sono scoppiato a ridere, provate a fare cento nomi? Non indovinerete mai, ve lo dico io: Franco Franchi. Sì, proprio QUEL Franco Franchi.
Pare che il celebre comico abbia rinunciato quando scoprì che per la parte gli avrebbero tagliato i capelli, disperato Jean-Jacques mise mano all’agenda e chiamò Ron Perlman, che per lui aveva già interpretato un neanderthaliano nel bellissimo “La guerra del fuoco” (1981).

Ora, già sapete che il sottoscritto qui va giù di testa per il futuro Hellboy, uno che ha sempre saputo dare voce, corpo e movenze ad un sacco di mostri, penso proprio che i due film di Annaud e la serie tv “La bella e la bestia” (provate a dire quale delle due parti interpretava Perlman?) siano i motivi principali per cui vorrei vedere questo attore in tutti i film!


Ecco, magari non sempre conciato così, però in tutti i film.
Perlman ricevette una copia del romanzo “Il nome della rosa” in ogni lingua: Inglese, Tedesco, Italiano, Francese e Spagnolo. L’idea del regista era quella che Salvatore parlasse “tutte le lingue e nessuna”, Perlman pescando parole a caso pronunciate dal suo personaggio nei vari libri, s'inventa quella parlata sghemba che si sente nel film, quello che non so, è dove abbia trovato il tempo di leggersi i romanzi, probabilmente sull’aereo, visto che è stato chiamato d’urgenza sul set a sostituire Franco Franchi.

Le influenze quasi Horror del film le ricordavo bene, quello che mi ha colpito rivedendo “Il nome della rosa” è il quantitativo di possibili letture della storia. Di fatto, l’indagine di Guglielmo e Adso (ogni volta che lo chiama, sembra che stia imprecando) si svolge in un luogo pieno di libri, ma dove la cultura pare bandita.


"Lo dico sempre che i libri bisognerebbe leggerli, invece che bruciarli".
Più che il giallo che tiene incollato lo spettatore allo schermo fino alla risoluzione del mistero, o la messa in scena meticolosa e quasi Horror, il motivo per cui questo film dopo trent’anni è ancora attuale sono le sue nemmeno velate stoccate contro i fanatismi religiosi, Dolciniani, Santa Inquisizione... Ce n’è per tutti, in un certo senso, anche i roghi finali, che i più esperti di voi (non le capre come me) potranno riconoscere come un errore storico, non fanno altro che sottolineare il messaggio del film. In tutto questo diventa quasi impossibile non fare il tifo per i metodi logici e scientifici di Guglielmo da Baskerville e non solo perché è interpretato da Sean Connery.

Detta fuori dai denti poi, preferisco vedermi dieci volte questo film, piuttosto che rivedermi anche solo una volta "Il codice Da Vinci", Annaud ed Eco battono Dan Brown ogni giorno della settimana, con una mano dietro la schiena!

Insomma, un caprone (satanico) come me il romanzo non lo ha mai letto, ma anche dopo trent’anni e svariate visioni in momenti distinti della mia vita, resto fermo su un'unica certezza: “Il nome della rosa” è un gran film, un giallo travestito da horror che celebra la cultura e i libri. Non so se riuscirò mai a leggere il romanzo, ma prima che mi portino via stecchito con un dito e la lingua nera, o che mi brucino come eretico (cosa molto probabile) sicuramente qualche altra visione del film non me la negherò. 

"Il riso uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede". 

24 commenti:

  1. Bravo Cassidy, hai fatto bene a postare questo pezzo. Divertente, giusto, doveroso.

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    1. Ti ringrazio, ci tenevo ad omaggiare questo filmone, è uno di quelli che va rivisto puntualmente, anche perché invecchia alla grande. Cheers!

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  2. Al solito, un ottimo post pieno di acute osservazioni cinefile. Io comunque son messo peggio di te: mai letto il libro e il film visto solo una volta in occasione di un passaggio televisivo, come minimo un quarto di secolo fa.

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    1. Muchas gracias, sempre gentilissimo ;-) Bene allora mi consolo, non so te, ma anche se era passato un po’ di tempo dall’ultima visione, ne conservavo un ricordo molto forte, non è un film che passa inosservato. Cheers!

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  3. Grazie delle citazioni e mitico pezzo: mi sa che c'eravamo tutti, quel 1988, davanti a Mamma Rai che presentava il filmone del secolo! (E tagliava con l'accetta la scena bollente di Adso!)
    Confermo che il romanzo di Eco è di più che difficile lettura: la trama è in pratica quella del film, ma annacquata da un oceano di citazioni latine e greche SENZA traduzione, perché chi è che non coglie al volo una citazione da un testo medievale? Eco poi si è smussato, ho adorato il suo "Baudolino" perché si può apprezzare senza per forza conoscere a menadito i testi medievali in lingua originale, ma qui era al suo massimo della potenza e snocciolava latinismi come se piovesse. Poco tempo dopo ho letto "Notre Dame de Paris" di Hugo, quello sì una meravigliosa storia medievale con tanto di gobbo - di nome Quasimodo... come Salvatore Quasimodo! Capita la citazione di Eco? - e pieno sì di citazioni... ma con tanto di traduzione e comprensibili all'interno dei dialoghi. Mi perdonerà l'Umberto nazionale, ma gli preferisco l'Hugo :-P

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    1. Nel taglio della censura ho scoperto leggendo il tuo ottimo pezzo, ma trattandosi della Rai non mi ha stupito molto, che poi visto il tema del film, censurare dei passaggi non è molto coerente, ma si sa che in questo strambo paese a forma di scarpa non siamo famosi per questo.

      Io con Hugo al massimo arrivo a Pratt, avevo colto la citazione a Borges, e quella a “Umberto di Bologna” tra i testi antichi, Salvatore Quasimodo mi manca, anche senza i testi medioevali resto al palo ;-) Cheers!

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  4. Questo è un altro di quei film che se lo danno in TV la sera e in replica il giorno dopo me lo riguardo sicuramente anche la seconda volta, così avviene anche per Caccia a Ottobre Rosso. Sarà Sean Connery, non so.

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    1. Può essere, quando distribuivano il carisma, Sean Connery è arrivato sicuramente primo. Era un pezzo che non lo rivedevo, ma pare davvero che invecchi alla grande questo film, e poi resta attualissimo, il che è un bene per la pellicola, un po’ meno per la nostra società. Cheers!

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  5. Gran bell'articolo, e grazie per avermi fornito una scusa per riguardarlo ;)

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    1. Ti ringrazio e figurati, ma giro i ringraziamenti a Lucius, è lui l’uomo con la mano sul calendario delle uscite del 1986 ;-) Cheers!

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  6. Ahaha, la locandina anglofona è a dir poco assurda! XD
    Bella l'aneddoto su Slater e la Vargas...
    Io sono un grande amante dell'opera, che ho anche letto ai tempi del ginnasio (non è così pesante, giuro...), ma il film davvero riesce a catturarne l'essenza.
    Le atmosfere del film sono così ottimamante realizzate che Miura ne riprende alcune per la saga di Albione del suo Berserk **

    Moz-

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    1. Sei stato gentile, io direi che è proprio oscena, non tanto per la foto, più che altro per quella “Tag-Line” che fa ridere i polli ;-) Dici bene, catturare l’essenza, che poi è quello che ha pensato anche Umberto Eco, quando ha avallato il film, avercene di adattamenti come questo! Cheers

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    2. Cassidy, ma non è che si tratta di una locandina fasulla? Mi riferisco a quella palesemente ispirata ai Predatori dell'Arca Perduta

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    3. Da quanto ho capito dovrebbe esserci un edizione in DVD con quella copertina, mi sembrata troppo ben fatta per essere fasulla, nel pezzo ho usato quella perché sottolinea la componente alla Sherlock Holmes, se dovesse rivelarsi finta, sicuramente é stata fatta da un fan di Indy ;-) Cheers

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    4. Oscena no, è in puro stile anni '80 (tipo Goonies o appunto i Predatori che cita Doppiaggi)^^

      Moz-

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    5. Ciao! Seguo questo il tuo blog da tempo, ma commento solo adesso. Come al solito bella recensione! Da appassionato di locandine e moderni poster posso dire che l'autore della locandina è il famoso Drew Struzan (http://www.drewstruzan.com/illustrated/portfolio/?fa=medium&gid=985&mp&gallerystart=76&pagestart=1&type=mp&gs=4), l'autore dei poster dei film di Indiana Jones, tranne quello dei Predatori, invece firmato da Richard Amsel.

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    6. No vero oscena no Moz, è la tag-line che mi sembra proprio fuori luogo ;-) Cheers

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    7. Grazie Spirit Takuro! Benvenuto sulla Bara volante :-D Ci hai tolto il dubbio, allora esiste una locandina di Struzan che non avevo mai visto, ero fermo a quelle di Indiana Jones, Star Wars, Grosso Guaio a Chinatown e via dicendo. Non sapevo proprio avesse dipinto anche questa. Ho imparato una cosa, grazie mille ;-) Cheers

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    8. Sì, la tagline è da puro film anni '80, tipo sensazionalistico/avventuroso^^
      Ma è così trash che è fico^^

      Moz-

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    9. Dici che fa un giro completo su se stesso tornando ad essere figo? In effetti è un idea ;-) Cheers

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    10. Ora si spiega tutto! Grazie Spirit! E pensare che ho quella di L'Ultima Crociata proprio accanto a me

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    11. Ero convinto che quello di "Raiders" fosse dello stesso Struzan, ne ho imparata un altra!

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  7. Film sempre valido e potente :)
    Devo però ammettere che l'ho rivisto recentemente su Rai Movie... Mammamia la pellicola è invecchiata un casino! Sembra un film del 76...

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    1. Nel 1376 però! ;-) Scherzi a parte, penso di averne visto cinque minuti anche io su Rai Movie, poi però me lo sono rivisto per intero per poterlo commentare. Cheers!

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