domenica 18 settembre 2016

Providence Vol. 2: Prossima fermata casa Lovecraft


Alan Moore, come un autista di scuolabus sciroccato, continua a portarci tutti a scuola nel tenebroso mondo letterario di H.P. Lovecraft, sfogliando le pagine ci avviciniamo sempre più alla meta e, ovviamente, le cose si fanno sempre più strane e spaventose.

Ma la bibliografia del grande H.P. è talmente un affare serio, che anche un geniaccio come il mago di Northampton ci ha messo un po’ prima di trovare la strada, è partito con il piede giusto nel racconto breve “Il Cortile” prima di perdersi in un lavoro frettoloso e pure vagamente polemico in Neonomicon.

Con il primo volume di Providence, Alan Moore si è messo sulle piste del grande scrittore americano trovando il modo giusto per affrontare il suo mito e gli orrori usciti dalla sua geniale mente. Ma è proprio con il secondo volume di Providence che le cose si fanno dannatamente serie, più il giovane protagonista Robert Black (che suona volutamente come Robert Block, occhio ai nomi dei personaggi in questa serie, dicono moltissimo di loro) si allontana dalla sua New York per perdersi (letteralmente) nei meandri nel New England, più l’influenza del solitario di Providence si fa potente.


Il buon samaritano che ti offre un passaggio. Magari vado a piedi sotto l'acqua.
Ora, se pensate di avere per le mani un fumetto tutti mostri e budella, fatto di scene ad effetto come il già citato Neonomicon cascate male (anche se almeno una scena è raggelante) , Moore come con tutti i suoi fumetti, ci chiede di attivare quelle parti del cervello che di solito fanno la ruggine, per capire a fondo “Providence” è necessario lasciarsi prendere per mano e scendere gradino dopo gradino, pagina dopo pagina, della graduale perdita di lucidità tipica della storia di Lovecraft, inoltre al lettore è chiesto un ruolo attivo, più siete esperti di H.P. Lovecraft, più sarete in grado di cogliere le intelligenti citazioni. Io, certamente, non sono un super esperto della bibliografia del vecchio H.P. spero sempre di aver letto abbastanza cose (quelle giuste) e devo dire che la lettura è stata molto coinvolgente, anche questa volta Alan Moore mi ha portato a scuola.

Ultima “istruzione per l’uso” prima di parlare di questo fantastico secondo volume di Providence. Come da tradizione, Moore gioca con il media fumetto, quindi alla fine di ogni capitolo, stampata su carta finto invecchiata, trovate le pagine del diario personale del protagonista, dalle sue dirette parole è possibile rileggere quanto avvenuto nel capito appena terminato, da un punto di vista ancora differente. Questo, sicuramente, rende la lettura più lenta in termini di minutaggio, ma vi consiglio caldamente di seguire l’ordine delle pagine, anche se potrà sembrarvi di assistere ad una replica, in questo “Zibaldone” sono presenti dettagli importanti, anche per il livello di coinvolgimento.


"Shhhh! Sto leggendo l'ultimo fumetto di Alan Moore".
Il giornalista Robert Black lascia New York alla volta del New England, per scrivere un romanzo sul folklore locale, ma allo stesso tempo, cambia aria per superare una perdita personale, quella del suo amante che si è tolto la vita, se l’omosessualità del protagonista è un tabù da tener ben nascosto nella “moderna” Grande Mela del 1919, figuriamoci nei piccoli paeselli del New England come Red Hook e Salem, visitati nel primo volume di Providence e popolati da personaggi, diciamo, alquanto bizzarri, anche se gli sto facendo un complimento.

Robert Black al pari dei posti che visita, nasconde qualcosa sotto la facciata, se nel primo volume la stranezza era manifesta, ma si limitava a circondare il protagonista, qui il ragazzo fin dalla prima storia (questo fumetto contiene i numeri da 5 a 8 della serie originale americana) si ritroverà a sprofondare nelle fauci della follia e non ho fatto la citazione a caso solo perché sono un Carpenteriano senza possibilità di recupero.

Una volta raggiunta la cittadina di Manchester, grazie ad un passaggio in auto fornito da un inquietante figuro, Robert fa la conoscenza della giovane ed intelligentissima Elspeth, tredicenne locale che dà due dritte al nostro spaesato protagonista su dove dormire (nella casa più antica del paese) e su come raggiungere l’università locale, dove Robert potrà finalmente passare un po’ di tempo studiando le pagine del famigerato libro di Hali, della sapienza delle stelle.


"Deve andare da quella parte, verso le montagne della follia, non può sbagliare".
Non aiuta il fatto che poco lontano da Manchester, tempo prima è precipitato un meteorite dalla forma geometrica impossibile (ogni riferimento al racconto “Il colore venuto dallo spazio” di Lovecraft è puramente voluto) o il fatto che la scuola, ma anche tutta la cittadina, siano saldamente nella mani della misterioso culto della Stella Sapiente, un'organizzazione simil-massonica come quelle che Moore piace citare nei suoi fumetti (si, sto pensando a “From Hell”).

Dettagli capaci di fare la gioia dei lettori di Lovecraft.
Esattamente come al John Trent del capolavoro di Giovanni Carpentiere, Robert si ritrova in balia degli eventi, poche ore passate a sfogliare il libro diventano settimane, le cose iniziano ad accadere senza apparente soluzione di continuità e l’orrore non tarda a farsi attendere. Non vi rovino la lettura con altri dettagli, sappiate solo che lo spavento per Robert sarà così grande che nottetempo, chiederà ospitalità al professore universitario e al suo “coinquilino” (virgolette obbligatorie, a proposito di cose tabù da nascondere). Vi dico solo che il benefattore si chiama Hector North e nel tempo libero si occupa di tassidermia, potrà non voler dire nulla, ma a me ricorda un altro dottore con il cognome da punto cardinale con la passione per la rianimazione.

Grosso spavento e tutto finito? Col cavolo! Perché Robert non ha più il controllo sulle sue azioni e si rende protagonista della scena più agghiacciante di tutto il volume, non vi rivelo nulla, aggiungo solo che anche questa volta, mi riecheggiano in testa le parole polemiche di quel fighetto di Grant Morrison e la sua polemica, da amante tradito, sull'utilizzo di alcune scene da parte di Moore nelle sue storie.


Anche le copertine interne, nella loro essenzialità, sanno essere inquietanti.
In seguito (anche se visto l’andamento e i balzi nel tempo della storia, non è detto che sia davvero in seguito) Robert si ritrova a Boston, nei giorni della rivolta per il proibizionismo che hanno coinciso con lo sciopero della polizia. La capitale del Massachusetts diventa improvvisamente un orrore degno dei quadri di Hieronymus Bosch o di quelli di Goya, mentre il nostro protagonista fa la conoscenza di un altro pittore, il signor Pitman, che lo invita prima a vedere i suoi quadri (ma il trucco non era la collezione di farfalle?) e poi a chiacchierare con le creature ritratte in esse, che vivono nello scantinato della casa.

"Ucci ucci sento odor di Robertucci...".
Occhio che qui le cose si fanno un po’ complicate: Robert Black indossa un cappotto nero (Black) per affrontare le basse temperature dello scantinato, Pitman (che suona come “Uomo nel pozzo” in Inglese) lo scorta nella discesa dei gradini, una discesa quasi metaforica nell’inconscio (nei dialoghi Moore cita Jung), sottolineata dal sempre prontissimo disegnatore Jacen Burrows, che cambia l’orientamento delle vignette (da verticali a orizzontali) proprio per mettere in chiaro anche visivamente che da questo punto in poi le cose cambiano per il protagonista. La scena successiva è un primo piano di Robert, mentre l’enorme creatura necrofaga comunica con lui stando in piedi alle sue spalle. L’orrore è tutto sul volto del protagonista e nelle parole delle creature che scavano nell’inconscio di Robert... No, se volete un fumetto horror tutto budella e sangue qui cascate male.

Una foto presente nel numero 7 della serie, tranquilli è finta. Forse...
Il capitolo conclusivo è quello più letterario di tutti, Robert chiacchiera di libri con l’eccentrico scrittore già incontrato nel primo volume, tra quelli citati il famigerato Il Re Giallo e il libretto di racconti brevi “Oltre il muro del sonno”, dove la lettura più brillante risulta scritta da un esordiente di nome H.P. Lovecraft. Il famoso scrittore entra meta fumettisticamente nella storia, a teatro Robert ha l’occasione di incontrarlo ed è proprio qui che H.P. invita il protagonista a fargli visita nella sua casa di Providence, quindi diventa chiaro che la cittadina natale dello scrittore sarà l’obbiettivo finale del viaggio di Robert, di noi lettori e di questo fumetto.

Cosa ci attenderà una volta arrivati? Non lo so, ma se quel geniaccio di Alan Moore ci ha mandato tutti a scuola con questo secondo volume, non ho idea di cosa potrà inventarsi per i prossimi. 

4 commenti:

  1. UAU che piatto pseudobiblico ricchissimo! ^_^ Grazie della citazione e per questi post mitici!

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    1. Doveroso figurati, anzi te lo consiglio caldamente questo fumetto, ti piacerebbe un sacco anche solo per le citazioni pseudobibliografiche ;-) Cheers

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  2. Prolisso, verboso, lento, a volte troppo tecnico, con almeno 2 capitoli (quello della cantina e quello del pittore), che , giocando troppo sul "visto", appaiono quasi banali.
    Malgrado questo, per me siamo quasi in zona Capolavoro.
    Un omaggio al solitario providence sincero, intelligente e divertito.
    Mille rimandi e citazioni, mai fini a se stessi, una dimostrazione di coerenza del ciclo chtuliano, con diversi momenti che fanno paura. Paura per la sciagurata anima dell'uomo prima (quanti padri ci sono, nei due volumi, che sacrificano i figli per i propri scopi? o le premonizioni del primo volume sul corso degli eventi?) e paura per l'ignoto, sia come spazio, sia come tempo, che possiede una struttura che non ci appartiene (e per quanti pensano che moore sia bollito, si rileggano quel passaggio in macchina o tutta la parte della biblioteca).
    Con una erotismo prorompente, malato ed esplosivo, laddove il buon HP rimuoveva o nascondeva.
    Bello, Bello, Bello.
    Non so quanto i non lovecraftiani potranno apprezzare, però è a me sta piacendo un casino.
    Ah PS: QUELLA SCENA FA UN MALE CANE.
    PPS: certo Robert Black NON è proprio un mostro di simpatia, ma penso sia voluto...

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    1. Che poi Moore bollito, cosa ha sbagliato in carriera? Forse un approccio troppo grottesco (ma meglio parlare di frettoloso) in “Neonomicon” e il terzo volume dedicato alla figlia di Nemo che è moscio, tutti questi brutti fumetti non li ricordo. La penso come te, qui davvero siamo in zona capolavoro, al netto dei passaggi così così da te descritti.

      Se il terzo volume dovesse salire ulteriormente di colpi, come successo tra vol 1 e 2, non so dove arriveremo, bisogna solo avere voglia di correre dietro all’uso intelligente che Moore fa delle citazioni, l’omaggio a Lovecraft nel tono e nelle atmosfere è perfetto.

      Black non brilla per simpatia, ed è clamoroso come Moore nelle parti scritte in stile diario, lo faccia auto assolvere, tipo la negazione di QUELLA scena, che marò è un calcio sui denti. Non per dare ragione a Grant Morrison, ma è un ribaltamento di fronte doppiamente doloroso, ammazza che botta… Cheers

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