mercoledì 14 settembre 2016

I magnifici sette (1960): Sette, numero perfetto (Sì, ma io qui ho sei colpi)


Pam! Pam pa pa! Para parara Pam! Pam pa pa! Paaaaa paaaaa pa pa pa pam!
No, sul serio, questo commento è tutto così, vi canto il tema musicale per tutto il tempo, non serve aggiungere altro, potete andare grazie di essere passati.
Paaaa paaaa, pam pam pa paaaa! Para para pa pa paaaaaaaaaa!

Siete ancora qui? Lo so che posso sempre contare su di voi! “I magnifici sette” un classico così grosso che lo conoscono persino quelli che non lo hanno mai visto, persino chi non guarda film western, forse lo conoscono anche quelli che non guardano film e basta, anche solo per il tema musicale di Elmer Bernstein, capace da solo di far entrare nel mito questo film.

Anche se il vero Classido è il film originale, questo è abbastanza mitico da meritarsi il banner rosso, anche se  ancora oggi, fin troppe persone ignorano che “I Magnifici sette” è nato sull’onda dell’entusiasmo generale per il capolavoro di Akira Kurosawa “I Sette Samurai” uscito solo sei anni prima di questo film, nel 1954. Uno dei primi casi in cui il cinema americano ha guardato ad Oriente in cerca d'ispirazione, una lunga tradizione che passa da John Woo e arriva fino a, che so, la versione Yankee di “The Ring”.


La trama ve la devo anche raccontare? Non posso cantarvi il tema musicale in alternativa? No? Ok, allora diciamo che c’è un villaggio messicano dove i contadini sono vessati dalle scorrerie dei banditos guidati dal malvagio Calavera (Eli Wallach, giù il cappello!), da questo villaggetto partono tre volontari, con il compito di recarsi negli Stati Uniti alla ricerca di armi per difendersi, siccome siamo nel 1880 e Donald Trump non ha ancora eretto alcun muro lungo il confine, i tre s'imbattono nel pistolero nero vestito Chris Adams (Yul Brynner, altro cappello che parte in segno di rispetto). La paga è scarsa e la possibilità di lasciarci le penne molto alta, quindi Chris prima temporeggia poi per senso dell’onore accetta, ma per affrontare la numerosa banda di Calavera ci vuole qualche altro revolver, almeno sei, sette in totale, tutti magnifici, è adesso che posso cantarvi il tema del film?

L’idea di adattare ai gusti americani il capolavoro di Akira Kurosawa viene proprio al grande Yul Brynner, il produttore allettato dall’idea gli propone anche la regia del film, che però rifiuta avallando così John Sturges, grande esperienza come curatore del montaggio e regista di “Sfida all'O.K. Corral” (1957) che proprio con questo film farà il botto, infatti tre anni dopo e quasi con lo stesso cast dirigerà un altro classico degli anni ’60, “La grande fuga” (1963), ma questa è un'altra storia.


"Sei pronto a girare Yul?" , "Si, ma prima avrò bisogno di altri sei compari".
Lo dico subito senza girarci attorno: “I sette samurai” di Kurosawa è un film immenso, pieno di dramma epico e personaggi tratteggiati magnificamente, una roba che è tanto facile da ammirare sullo schermo quando difficile da commentare, se mai riuscirò a farlo decentemente, mi ritirerò a vita privata per dedicarmi ad una vita semplice di coltivazione di riso e meditazioni seduto sul crinale di una montagna, o una roba Zen del genere.

“I magnifici sette” non ha lo stesso spessore, non sarebbe possibile, ma è comunque una bellissima celebrazione di quello che io considero il Rock ‘n Roll dei generi cinematografici, ovvero il Western, un'adorabile meraviglia che solo gli Americani potevano fare, un po’ perché nel 1960 non era ancora arrivato un Maestro a spiegar loro come fare i Western, quindi il genere era ancora saldamente nelle loro mani e un po’ perché avevano quello che rende magnifici questi sette: le Star!


Ladies and gentlemen, the starting lineups for western all-star team!
Fin da bambino ho visto e rivisto “I magnifici sette” svariate volte, per mia grossa fortuna ho un padre che mi ha sempre fatto vedere tutti i film giusti (grazie pà!), quindi fin dalla mia prima bimbo-visione conoscevo già quasi tutti i protagonisti, per via di altre pellicole uscite dopo il 1960, che avevo già visto, può sembrare strano, ma ricordo abbastanza bene la prima volta che ho visto il film, era tutto un tripudio di “Ma quello è il Brutto!”, “Ma lui è il terrorista dell’IRA!”, “Ma quello è il Faraone!” insomma, come guardare una partita All-Star, con il tema musicale di Elmer Bernstein, brutto?

La sceneggiatura è stata prima scritta da Walter Newman, ma una volta assunto il cast di stelle, era necessario spartire il giusto numero di battute a tutti, inoltre, lo Stato del Messico, dove il film è stato girato, ha imposto pesanti cambiamenti alla trama, tutti mal digeriti da Newman, che affiancato ad un secondo sceneggiatore, William Roberts, si rifiutò di apparire nei crediti del film come co-sceneggiatore, quindi licenziato per direttissima, grazie sig. Ruggero Uomonuovo, quella laggiù è la porta, arrivederci.

Le modifiche imposte dallo Stato del Messico riguardavano la rappresentazione dei contadini nel film, il timore era quello che apparissero troppo deboli, motivo per cui, a differenza dei contadini giapponesi di Kurosawa, i nostri partono alla ricerca di armi per combattere, prima di convincersi che Chris Adams possa aiutarli nella loro impresa, insomma puro orgoglio nazionale, viva el 
Mexico!!

"In realtà non abbiamo bisogno di lei senor, ma se viene, finiamo prima".
Il film finito, però, piacque anche ad Akira Kurosawa, che in segno di stima spedì al regista John Sturges un'antica spada cerimoniale giapponese, più o meno come accade oggi, no? Io stesso quando guardo le versioni americane di certi film orientali (o europei) avrei voglia di andare dal regista con una Katana. Da riporre nel fodero solo una volta ricoperta di sangue.

“I magnifici sette” inizia subito forte presentando il cattivo impegnato a fare cose da cattivo, il grande Eli Wallach in questo senso è magnifico, ha la stessa aria da orgoglioso straccione che aveva in “Il buono, il brutto e il cattivo”, solo che qui viene promosso a cattivo assoluto, uno capace di fare prima l’amichevole con i contadini, poi di girarsi male stizzito spiegando le sue responsabilità quasi paterne nei confronti dei suoi affamati banditi e poi sparire, ma non prima di essersi intascato tutti i sigari disponibili. A Wallach bastano due minuti per mettere in chiaro il livello di minaccia, se vuoi dar lustro ai tuoi protagonisti, il cattivo deve esserlo davvero, una lezione che troppi film spesso dimenticano.


Eli, già brutto e cattivo, prima di diventare solo brutto, anzi IL brutto.
I sette pistoleri assoldati dai contadini per difendersi riescono ad essere gli impavidi raddrizzatori di torti di cui il film (e il villaggio) ha bisogno, ma anche dei poveri diavoli con i loro bei casini, quindi Yul Brynner e Steve McQueen fanno subito comunella per la scena della carrozza, in cui sfidano il razzismo e le superstizione locali, portando la bara di un indiano morto al vicino cimitero, in una scena capace di riassumere da sola l’etica e la risolutezza dei personaggi.


"Nel dubbio spara, tanto siamo già sulla via del cimitero, uno più uno meno cambia poco."
Allo stesso tempo la figura leggendaria del pistolero viene ritratta sotto una luce diversa dal solito, non solo solitario di poche parole, duro come un chiodo da bara, ma una persona a cui la normalità è preclusa, proprio per il suo stile di vita, niente famiglia amici o fissa dimora, il tutto mantenendo il messaggio presente anche nel film originale di Kurosawa, la frase finale di Yul Brynner parla chiaro («Ancora una volta hanno vinto i contadini. Noi abbiamo perso. Noi perdiamo sempre»), celebrazione del mito, ma con un minimo di retrogusto amaro, d’altra parte lo sapete voi come lo so io: fare la cosa giusta ti rende nobile, ma raramente ti regala anche la gloria.

Parliamo un attimo del cast del film, Yul Brynner calamita attenzioni e restituisce indietro carisma come pochi attori al mondo hanno saputo fare, anche vestito di nero da capo a pieni spicca, anzi, proprio qui e con quel look continua a scolpire la sua leggenda, basta dire che anni dopo, tornerà nei panni del robot pistolero assassino, con gli stessi identici vestiti in quella bomba de Il mondo dei robot (Westworld).


"Come direbbe mio nipote: I'll be back".
Il suo degno compare è il solare giocatore d’azzardo Vin, quella faccia da schiaffi di Steve McQueen, uno che ha sempre detto a tutti i registi che lo hanno diretto “Non darmi una battuta da recitare, fammi un bel primo piano”, infatti consapevole dei suoi limiti, recita con un linguaggio del corpo pazzesco e in questo film è sempre in movimento, anche perché sullo schermo Chris e Vin vanno subito d’accordo, ma sul set i due attori hanno duellato in puro stile Western.

Stando alle testimonianze, tra le quali quelle dello stesso Eli Wallach nei contenuti speciali del DVD del film, Yul Brynner era convinto che McQueen facesse di tutto per spostare l’attenzione sul suo personaggio, una paranoia da divo? Mica tanto, provate a guardare cosa fa McQueen ogni volta che Brynner è in primo piano impegnato in un dialogo, cambia posizione sui piedi, gioca con le pallottole o con gli oggetti di scena, lo fa in modo naturale, ma la cosa dava ai nervi a Yul Brynner, insomma: ne aveva fin sopra ai capel… Ehm, no.

Lo scontro è stato a tutto campo, anche quello dell’altezza, Yul Brynner (1 metro e 77 da casello a casello), in ogni scena accanto al suo avversario, prima di ogni ciak ammonticchiava terra sotto i piedi in modo da essere sicuro di mantenere il vantaggio centimetrico su Steve McQueen (1 metro e 76), in tutta risposta McQueen trovava sempre il modo di smontare la montagnola con gli stivali, una roba del tipo: "Ooopps! Stavo per cadere!".

"Hai di nuovo messo i piedi su quella dannata montagnola Yul?".
Brynner che era la star di punta del film, stoicamente mandava giù rospi, fino al giorno in cui McQueen si mise a farsi ombra con il cappello in maniera vistosa, con il solito intento di attirare l’attenzione, a quel punto Brynner partì di capoccia dicendo: “Oh biondo! Se non la finisci con quel cappello, mi tolgo il mio, così sarò sicuro che il pubblico guarderà solo la mia testa! (Storia vera), d’altra parte Yul Brynner, mosso da orgoglio pelato è celebre per la massima: “Solo io ho una testa perfetta, tutti gli altri hanno i capelli”.

I due hanno impiegato anni per fare pace, pare che a fare il primo passo fu proprio McQueen, ormai ammalato di cancro, alzò il telefono per ringraziare il rivale di non averlo fatto cacciare dal film, malgrado il suo comportamento, risposta di Brynner? “Io sono il re e tu il principe ribelle, altrettanto reale e pericoloso da incrociare”, gentiluomini di altri tempi, hanno gettato via lo stampo dopo averli fatti quei due.


"Siamo a due Cass, ne mancano cinque, di 'sto passo facciamo notte".
Sapete, invece, chi non ha affatto litigato sul set? James Coburn e Robert Vaughn. I due attori sono quelli con meno battute di tutti nel film, ma sono stati amici per cinquant’anni, si sono conosciuti a scuola (ve la immaginate la maestra che fa l’appello?) e fino alla morte di Coburn avvenuta nel 2002, i due si sono spalleggiati, procurandosi ruoli a vicenda nei vari set frequentati. Infatti, fu proprio il grande Robert Vaughn, primo dei magnifici ad essere assunto, a suggerire l’amico al regista John Sturges, che per la parte di Britt voleva uno alla Gary Cooper. Come abbia fatto a convincere il regista che i dentoni di Coburn facevano di lui la migliore alternativa a Cooper proprio non lo so, in ogni caso, tutti felici, perché il personaggio di Britt, il silenzioso e precisissimo lanciatore di coltelli, è l’equivalente americano del personaggio samurai preferito di Coburn nel film di Kurosawa, tanto per dirla all’americana: win-win situation.


Coburn non aveva nemmeno bisogno del coltello, tanto si allenava con Bruce Lee (storia vera).
Allora Brynner, McQueen, Coburn e Vaughn, tengo il conto come fa McQueen nel film, siamo a quattro, andiamo a sei, Brad Dexter e Horst Buchholz erano i due Europei famosi, nel 1960 bastavano loro a dare colore, non come oggi che bisogna ingraziarsi il mercato cinese o far finta di essere politicamente correnti, tanto che per interpretare il pistolero di origini messicane, bastava Buchholz, che ha due compiti piuttosto ingrati: il primo, quello di essere il CCCCiovane del gruppo, con tutta la sua giovanile esuberanza che lo rende non proprio simpaticissimo nei primi minuti di film (ma nemmeno alla fine a dirla tutta), ma soprattutto, il problemino non da poco di dover rappresentare l’equivalente americano di Kikuchiyo, che nel film originale era interpretato SOLO da Toshirō Mifune, riesco solo a pensare al numero di bicchieri svuotati e sigarette consumate da Horst Buchholz una volta ricevuta la notizia.

"Meglio affrontare il toro che i paragoni con Mifune".
Il pistolero Chico e il samurai Kikuchiyo hanno tratti comuni: entrambi hanno origini contadine e sono mossi da un amore e odio per i propri conterranei, accusati di essere incapaci di reagire o di rialzare la testa, entrambi si atteggiano e fanno i grossi per nascondere il loro passato e le loro insicurezza, ma sono indomiti durante la battaglia. Ecco, resta il fatto che Kikuchiyo oltre ad essere molto più sfaccettato come personaggio, è anche interpretato da uno dei più grande attori della storia, uno che personalmente adoro, la presenza e il modo fisico con cui Toshirō Mifune sapeva trasmettere gioia esplosiva o dramma interiore rendono la sua prova ne “I sette samurai” magnifica, l’altro, invece, beh... L’altro è Chico. Ci sono momenti in cui la storia del cinema fa valere il suo peso specifico.

L’ultimo magnifico è lui, Charles Bronson nei panni di Bernardo O'Reilly, il suo compito è quello d'impersonare la versione americana di Seiji Miyaguchi, tostissimo e di poche parole, proprio come quel ciocco di legno di Bronson che, non a caso, entra in scena spaccando legna. Bronson riesce a restare figo come la neve a Natale anche se gli appioppano tre fastidiossimi bambinetti, che lui gestisce alla grande con la solita faccia, sarà per il fatto che per me lui era già Armonica di “C’era una volta il West”, ma è sempre stato uno dei miei magnifici preferiti.


"State cercando il bosco? Era qui fino a dieci minuti fa".
La cosa curiosa è che quando John Sturges diresse la scena dello scontro finale, dovette ingegnarsi, la sceneggiatura descriveva quali personaggi dovevano morire, ma non l’ordine in cui le morti avvenivano, poiché la scena non era ancora coreografata. Per non far torto a nessuno, Sturges decise di seguire le date di assunzione degli attori, con buona pace di Robert Vaughn, primo assunto.

In compenso, Robert Vaughn è stato l’unico a fare una piccola parte, nella serie tv ispirata a questo film, “I magnifici sette” andata in onda dal 1998 al 2000 e con un cast di tutto rispetto che comprendeva Michael Biehn e Ron Perlman. Prezzemolino Vaughn si è concesso una comparsata anche nel remake fantascientifico del film, prodotto da Roger Corman, ovvero “I magnifici sette nello spazio” (1980), insomma, direi che si è ampiamente rifatto.


"Non è detto che non venga giù anche per il remake di Antoine Fuqua".
Se poi questo film è così mitico, è anche grazie alla celeberrima colonna sonora composta da Elmer Bernstein, talmente epica che ogni volta che parte nel film, è impossibile non esaltarsi, nel secondo tempo le cose vanno un po’ meglio, ma nella prima parte della pellicola, ci sono scene in cui i nostri partono a cavallo, il tema musicale fa capolino e via... Gioia assoluta! Poi realizzi che cacchio, non stanno facendo nulla, ma lo stanno facendo con una gran musica di sottofondo!

Per altro, tra i membri dell’orchestra di Elmer Bernstein c’era anche un giovane pianista di nome John Williams, non è un omonimo, è proprio QUEL John Williams che, in linea di massima, ha imparato abbastanza bene come far emozionare il pubblico. In compenso, Elmer Bernstein è stato anche il compositore della colonna sonora della migliore parodia de “I magnifici sette” di tutti i tempi, ovvero “I tre amigos!” di John Landis (1986).




Alla sua uscita “I magnifici sette” incassò il giusto, diventò un successo di critica e pubblico in Europa, rifacendosi pienamente della spesa grazie al numero di biglietti staccati, il suo peso nella cultura popolare è incalcolabile, tanto che esistono tre seguiti ufficiali oltre alla serie tv e al remake spaziale, “Il ritorno dei magnifici sette” (1966), “Le pistole dei magnifici sette” (1969) e “I magnifici sette cavalcano ancora” (1972), le citazioni e gli omaggi non si contano nemmeno dalla colonna sonora di “Rango” (2011) al quinto romanzo della saga della Torre nera di romanzo di Stephen King “I lupi del Calla” dove la cittadina sotto assedio si chiama Calla Bryn Sturgis, in omaggio al regista del film John Sturges.

Insomma: “I magnifici sette” resta un film mitico, un tipo di storia talmente universale da potersi adattare a tempi e paesi differenti, forse perché i valori del coraggio, della fratellanza e dell’amicizia virile sono universali. Continuo a pensare che sia un film che dovrebbero vedere tutti, non per perdere tempo a paragonarlo con l’originale (non puoi fare meglio di Akira, regola aurea), quindi tanto vale godersi il mito, Brynner, McQueen, Bronson, Coburn, Vaughn, Dexter e Buchholz. Sette. Tutti magnifici.


"Per te siamo i Signori magnifici, porta rispetto ragazzo".
Ed ora cascasse il mondo ve la canto tutta!
Pam! Pam! Pa pa para! Parara para pam pam pa paaaaa! Paaaaaaara para pam pam paaaara!
BANG!
I contadini esultano per la morte dello stonato Cassidy.

10 commenti:

  1. Il personaggio di Vaughn è la proto icona di tutti i personaggi western dark fino ad arrivare a J.Depp in once upon a time in Mexico. Quando vidi M7 da piccolo ne rimasi affascinato.

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    1. Verissimo, in quattro battute pronunciate tra i denti si capisce che il personaggio alle sue spalle ha un mondo di tormenti interiori, e poi è uno dei tanti personaggi fighi della carriera di Vaughn, da “Operazione UNCLE” al generale dell’A-Team. Un film che dovrebbero vedere tutti, anche solo per fare la conoscenza del mitico cast ;-) Cheers

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  2. Meraviglioso post e grazie della citazione ^_^
    Anch'io l'ho visto da ragazzino grazie all'interesse congiunto dei miei genitori: una grande storia mitica ed epica.
    P.S. Era un fertile periodo "copia dai giappi", e se non ricordo male avevano già copiato Rashomon con "L'oltraggio", dove Paul Newman fa il messicano!!!

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    1. Prego figurati doverosa, “Facce di Bronson” è la più bella rubrica dell’Internet! Cosa mi hai ricordato "L'oltraggio" è vero! Anche se il finto messicano più clamoroso resta Charlton Heston ne “L’Infernale Quinlan”, altri tempi ;-) Cheers

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  3. Meravigliosa recensione di un film EPOCALE! Sai che nonostante la mia passione per Kurosawa lo preferisco all'originale? Sarà per la mia devozione per il west. Anche da bambino ogni volta che vedevo in tv cowboy e indiani non potevo fare a meno di fermarmi a guardarli adorante, spesso con mia nonna accanto :)

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    1. Ti ringrazio moltissimo ;-)Sono due film dallo spessore differenza ma con gli stessi temi epici, questo ha un fascino tutto suo innegabile. Sul West poi con me sfondi una porta aperta é IL genere, e penso che sia una passione che si eredita ;-)Cheers

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  4. Purtroppo con il genere western non vado per nulla d'accordo, ma questo lo voglio vedere semplicemente perchè sono un po' curioso per sto remake che sta per uscire... Pensare che a breve dovrò farlo anche con Ben Hur.........

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    1. Capisco ed in effetti me lo sono voluto rivedere prima del remake (dita incrociate), cosa mi hai ricordato il remake di Ben-Hur! Chi lo spiega a mio padre adesso che ci sarà un altro Ben-Hur! ;-) Cheers

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  5. Ma lo sai che non l'ho mai visto. Quando mi dissero che era la versione americana de "I Sette Samurai" mi sono sono rifiutato di vederlo (all'epoca facevo l'anti-states :P).
    Però ammetto che dovrei recuperarlo...

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    1. Ti capisco bene ;-) Alla fine merita, é stato paragonato fin troppo al film originale, funziona anche di suo, non tutte le versioni americane di film stranieri (per loro) possono dire lo stesso ;-) Cheers

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