domenica 8 maggio 2016

Sotto un cielo cremisi di Joe R. Lansdale: Cielo di vaniglia Ispettore Lansdale


Siamo arrivati al settimo romanzo della coppia più sboccata del mondo Hap e Leonard, la prima cosa da dire su questo libro è una citazione, l’ennesima della mia vita a Enzo G. Castellari e la sua famosa teoria sui titoli dei film, ma valida anche per i titoli dei libri senza alcuna variazione.
Versione italiana del romanzo:
Fanucci editore mette un tramonto rosso che cala sopra una catapecchia e come titolo, utilizza una mezza frase presa da un dialogo anonimo (uno dei pochi) della storia: “Sotto un Cielo Cremisi”.
Reazione del pubblico: ‘Sti Cazzi!

Versione originale del romanzo:
In copertina una biondona con un revolver in ogni mano e il titolo: “Vanilla Ride”.
Reazione del pubblico: Me Cojoni!

Ecco, spiegatelo a Luca Conti, che traduce il libro in punta di fioretto, salvo poi lasciarsi andare anche lui ai dialoghi di Joe R. Lansdale, perché se uno scrive le parole “culi” e “cazzi”, tu devi tradurle “culi” e “cazzi”… E che cazzo!

Dopo il loro viaggetto in barca di Capitani oltraggiosi, è la volta di aiutare Gadget, la figlia di Marvin Hanson che si è impelagata in una storiaccia di droga con alcuni fenomeni (che indossano i pantaloni di Scooby-Doo).
Hap e Leonard finiscono con tutte le scarpe in una guerra contro la Dixie Mafia, costretti a fare il lavoro sporco dell’FBI per aver salva la vita e la fedina penale, ma a mettere ancora un po’ di mostarda sulla trama, il libro negli ultimi capitoli fa una bella inversione ad “U” lasciando notevoli segno di penumatici sull’asfalto, quando introduce il personaggio di Vanilla Ride, killer definitivo del Lansdale-verso!

Copertina e titolo originale, nel confronto con gli americani andiamo sotto con perdite.
Da dove comincio? Beh, dai dialoghi: Lansdale esagera, ormai scrive storie con l’automatico e se ci sono autori che tendono a ripetersi, lui è sicuramente tra questi, ma poco importa, perché poi arriva una scena come quella della sala degli interrogatori e Big Joe con la sua prosa sa rendere protagonista anche il muco sulle pareti, o la sporcizia depositata sulla lampadina, tanto che da lettore, pare quasi di essere lì , anche se per fortuna sei a casina tua intento a leggere.

Se i dialoghi sono ottimi, le similitudini non scherzano affatto, ne riporto solo una che è un culto totale: “Tanedrue perse i sensi più in fretta di un ottantenne asmatico che s’incula una pecora in un fienile senza un briciolo d’aria”. Che dite basta?

Il romanzo non raggiunge il livello dei primi libri della serie, tipo Mucho Mojo o Il mambo degli orsi, ma manda a segno una serie di belle scene, Hap e Leonard hanno raggiunto (per miracolo) l’età della maturità, ma sono perfettamente consapevoli di essere due teste calde irrecuperabili, sparano e picchiano allo stesso modo, sanno di non essere i cani più grossi del vicinato, ma restano comunque molto più duri della media, l’effetto di tale consapevolezza è la prima scena di assalto frontale agli spacciatori, con cani che volano da finestre e altre cose succose del genere.

Per non parlare di quella che è LA SPARATORIA, l’agguato della Dixie Mafia che arriva a metà libro, in pratica Jon Woo su pagina, dove volano pallottole e parole, una tirata da togliere il fiato, che ti lascia sfiancato, ma ti ammalia per quanto è ben scritta.


Sotto un cielo cremisi, no ma dai, ma come si fa andiamo!
E non finisce qui! Vogliamo parlare de “Il Grosso”? Di solito nei romanzi di Lansdale c’è sempre un tizio enorme che non vuol mai andare giù, ma qui Big Joe si è superato, ci vogliono sia Hap che Leonard per mandarlo KO e non bastano nemmeno loro, perché alla fine interviene anche Tonto… Quando parlano di mettergli un paletto nel cuore, io l’avrei fatto, sapete, per sicurezza.

Già Tonto, uno che fa (quasi) sembrare Jim Bob Luke un mollaccione, un Indiano che in realtà è un Greco. Ovviamente, non manca il capitolo sul suo passato che è un discreto “muro di testo” che non aggiunge nulla alla trama, ma comunque si lascia leggere.

L’escalation di cazzimma, si conclude con Vanilla Ride, un Killer vecchia maniera, che uccide alla vecchia maniera e ama vivere in Arkansas. Considerando che a sua volta fa sembrare Tonto un “femminiello”, viene voglia di pregare perché Lansdale scriva dieci romanzi dedicati a questo personaggio e poi diciamocelo: ha un nome fighissimo! Che alla Fanucci editore piaccia, oppure no.

Insomma, “Vanilla Ride” (mi rifiuto di utilizzare il titolo italiano) non è tra i migliori della saga di Hap e Leonard, ma è uno di quelli più bilanciato tra trama e azione sfrenata, la naturalezza con cui Big Joe fa parlare e muovere i suoi personaggi è talmente palese che è davvero una gioia gigante ritrovarli, nemmeno quell’italico titolo moscio può scalfirla.

6 commenti:

  1. staziona nella mia libreria da troppo, dovrò leggerlo...

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    1. Lo so il titolo non é invitante, ma il romanzo si lascia leggere, tra sparatorie e scene di interrogatorio davvero ben fatte, e il miglior killer di tutta la bibliografia di Lansdale ;-) Cheers

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  2. Ho letto tutti i romanzi di Lansdale ma non le serie, a questo punto...

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    1. Idem letti tutti anche io, uno meglio dell'altro, ma se il ciclo del Drive-In è bellissimo, la serie di Hap & Leonard è il top della bibliografia di Big Joe, quindi il mio consiglio è buttati a capofitto ;-) Cheers

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  3. Hai detto benissimo: Jon Woo su carta.
    Romanzo godibilissimo, ma non imprescindibile anche se va letto perché nel suo insieme questa serie è sublime.

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    1. Non é tra i migliori della saga, ma quella mega sparatoria verso metà romanzo é roba da cinema di alto livello ;-) Cheers!

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