mercoledì 6 aprile 2016

Django (1966): Uomo morto che trascina (una bara)


Trascinare una bara, lo facciamo tutti a nostro modo, dal giorno in cui nasciamo, certo alcune bare volano, ma non pensate che siano più facili da trasportare. Django e la sua bara, un'icona del cinema e degli Spaghetti Western in particolare, un'icona che oggi compie 50 anni.

Questo è il primo 50enario celebrato qui alla Bara volante, non penso potessero capitare un film e un personaggio più azzeccato, d’altra parte, è uno dei santi protettori di questo blog, veglia sulla sezione FILM già da tempo, quando il grande Lucius mi ha proposto di partecipare al Blogtour celebrativo, era un “Sì” automatico ed ora beccatevi il banner festoso!



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Dico sempre che i primi cinque minuti di un film, ne influenzano tutto l’andamento, quelli di “Django” sono micidiali: l’ambientazione è brutta, sporca e cattiva, con quel fango che impiastra tutto il film dall’inizio alla fine, Django ha una silhouette immediatamente riconoscibile, non lo vediamo in faccia, è vestito di nero dalla testa ai piedi e si trascina dietro una bara, con il suo misterioso contenuto, esattamente come farà anni dopo Ken Shiro, uno dei tanti personaggi che deve qualcosa al pistolero creato da Sergio Corbucci. Per questo motivo, questo film si merita un altro cartello stradale… Quello dei Classidy!



Già... Sergio Corbucci, uno dei maestri di quel cinema italiano di genere che non si fa più, ancora oggi, ad Ovest di Sergio Leone, è il nome più grosso quando si parla di Spaghetti Western. Autore di film fondamentali come “Il Mercenario”, “Il grande silenzio”, il fighissimo “Vamos a matar compañeros”, ma anche di un'infinità di titoli di ogni tipo, perché ai tempi era normale che un regista passasse da un horror ad una commedia con Franco e Ciccio (basta dire che uno dei miei film di culto di Corbucci è “Il bestione” con Giancarlo Giannini), ma è proprio “Django” il titolo che lo ha reso celebre ed insieme a lui il suo attore feticcio: Franco Nero.

Chissà se ne avevano idea ai tempi, Corbucci e Franco Nero, che quella bara sarebbe entrata nell’immaginario collettivo planetario, con il senno di poi, potremmo dire che quella bara conteneva quintali di iconografia, ma in quei fatidici cinque minuti iniziali, scanditi dalle note della riuscita (appena appena direi) colonna sonora di Luis Enríquez Bacalov, Django è un uomo morto che cammina, forse è la morte stessa e considerando il numero di cadaveri che si lascerà alle spalle, potrebbe davvero essere così.


...Il suo nome era morte Django, e l'inferno lo seguiva.
Django è un uomo condannato, nel corso del film scopriamo qualcosa del suo passato e della sua voglia di vendetta nei confronti del Maggiore Jackson, ma il personaggio pare votato alla morte come un Ronin, tanto che nel saloon, quando una delle prostitute gli chiede cosa trasporta nella cassa da morto, lui risponde: “Un tale di nome Django”.

Al confine con il Messico, pochi anni dopo la fine della guerra di secessione, il reduce Nordista Django e la sua misteriosa bara, raggiungono una cittadina semi fantasma, ma solo dopo aver salvato dalle torture di quattro messicani, Maria, metà yankee, metà messicana, anche se ha i capelli rossi di Loredana Nusciak. Fin da questa scena sul ponte sospeso, capiamo subito che Django non è uno che scherza, ma soprattutto è veloce a sparare.


La vostra classica mezza messicana (con i capelli rossi).
Il pistolero e Maria raggiungono il saloon del paese, qui l’albergatore Nataniele (Angel Alvarez) li aggiorna sullo stato della cittadina, divisa a metà tra la paura e i ricatti del perfido maggiore Jackson (Eduardo Fajardo) veterano confederato alla guida di una setta di razzisti, riconoscibili dai caratteristici fazzoletti o cappucci rossi (che fanno subito KKK) e le incursioni dei ribelli messicani guidati dal generale Hugo Rodríguez (José Bódalo).


"Ho detto rosso il fazzoletto, questo è più arancione scuro!".
“Django” è uno dei tanti film nati sull’onda del successo di “Per un pugno di Dollari” (1964) di Sergio Leone. Potreste averne sentito parlare come di uno dei più grandi registi della storia. Punto. Non accetto discussioni in merito.

Django è una versione più ciarliera del pistolero senza nome di Leone, ma è molto meno avvezzo al sorriso rispetto al Trinità/Nessuno di Terence Hill (lasciatemi l’icona aperta che ripasso…), il personaggio che ha rappresentato meglio di altri la versione per famiglie dello Spaghetti Western. Lo schema della storia è sempre lo stesso: lo straniero astuto e letale che arriva in una cittadina divisa e fa piazza pulita delle due fazioni che la tengono in pugno, proprio come nel film di Sergio Leone e proprio come in “La sfida del samurai” (Yojimbo) di Akira Kurosawa (sempre sia lodato), il titolo che di fatto è fatto da stampo per il genere spaghetti western.

Corbucci, l’altro Sergio, con il suo Django ha saputo distinguersi dalla miriade di imitatori del film di Leone, grazie all’utilizzo della violenza enfatica e spettacolarizzata, ad un buon montaggio, al ritmo giusto per questa storia, le fantastiche musiche di Bacalov e la prova iconica dell’emiliano dagli occhi di ghiaccio, Franco Nero, al suo secondo, ma non ultimo, Western in carriera.


"Oh ma che ferro c'hai? Sembra un giocattolo, va che non c'e' pezza!".
Il nome del personaggio, invece, lo dobbiamo al Jazzista Belga Django Reinhardt, di cui Corbucci era una grande ammiratore, tanto celebre che nel campo musicale era noto solamente come Django, un nome una garanzia, insomma!

Quello che ho sempre apprezzato di “Django” è proprio come il suo protagonista sia l’incarnazione del tristo mietitore, nel tentativo di vendicare sua moglie, uccisa dagli uomini di Jackson, il personaggio pare non curarsi minimamente della possibilità di lasciarci le penne lungo il cammino, in questo senso somiglia più all’Eric Draven de “Il Corvo”, che al vostro classico pistolero da Spaghetti Western.


Non può piovere per sempre... Anche perchè dopo sai che fango!
I cattivi sono un po’ dei cliché bisogna dirlo, ma con la loro cattiveria sottolineano la sfida impossibile che un eroe meno votato alla morte di Django, non potrebbe mai sconfiggere. Il sadico maggiore Jackson che utilizza Messicani per fare tiro a segno e i ribelli, alleati e crudeli nemici, tutti sombrero e sorrisi prima e torture dopo.

Il film richiede un alto livello di sospensione dell’incredulità, eppure Corbucci e Franco Nero gestiscono il tutto alla grande, più la possibilità di morire è alta, più Django uscirà a testa alta, l’apice di tutto questo è lo strafottente guanto di sfida lanciato dal pistolero all’odiato Jackson, prima manda al creatore cinque dei suoi uomini, poi, invece di ucciderlo, lo sfida a tornare con la sua banda al completo, più di quaranta uomini, perché la vendetta non è sufficiente, deve essere un annichilimento totale.

Lo scontro tra Django e la banda dei cappucci rossi resta uno dei momenti più epici di tutto il genere Spaghetti Western, quando il pistolero dalla sua bara, tira fuori una mitragliatrice, si ritaglia un posto d’onore nella cultura popolare e nella storia del cinema.


"Sconto sul piombo rovente, oggi spari due ammazzi tre!"
Alla sua uscita in sala nel 1966, “Django” venne bollato come film ultra violento, anche perché Corbucci non tira via la mano quando è ora di portare in scena momenti grondanti sangue, come quando i Messicani tagliano l’orecchio al predicatore, uno degli uomini di Jackson, scena che Tarantino ha candidamente ammesso di aver omaggiato nel suo film di esordio “Le Iene” (Reservoir Dogs, 1992), ma ovviamente l’omaggio più palese al personaggio, riservato dal regista di Knoxville resta “Django Unchained” (2013), totale reinterpretazione del pistolero creato da Corbucci ed ottimo esempio di celebrazione dell’eroe cinematografico.


Per fare certe cose, ci vuole orecchio!
Non so se è un caso, ma l’aiuto regista del film era Ruggero Deodato, padrino del genere Cannibale e forse questo spiega il motivo di tanta violenza, in ogni caso, quando vedo quella tonalità di rosso, utilizzato per il sangue finto, mi sciolgo, è proprio il rosso palesemente posticcio che faceva bella mostra di sè in tutti i film di genere italiani degli anni ’60 e ’70, ogni volta che vedo quel colore, vado giù di testa, che ci posso fare? E’ una mia debolezza, inoltre, aiuta moltissimo a sospendere l’incredulità anche in vista del finale del film.

Allora parliamo di questo gran finale: dopo la scena del furto dell’oro, raggiunto dalla bella Maria, il nostro eroe pare potersi sistemare e tornare finalmente a vivere, ma la sua vendetta non è ancora stata portata a termine e ci pensano i Messicani a far calare la pietra tombale su ogni possibilità di vita normale per Django. Lo graziano memori di un vecchio debito con lui, ma gli riservano la punizione dei ladri, fracassandogli entrambe le mani con il calcio del fucile e lasciandolo alla mercé di Jackson.

Per uno come Django, perfetta incarnazione della morte, lo scontro finale non può che avvenire in un cimitero, quello di Tombstone, dove il nostro viene raggiunto da Jackson e da cinque uomini. Appoggiando (con gran fatica) la pistola sulla croce della moglie, Mercedes Zaro, arriva il duello finale tra il buono e i cattivi.


Se sei vivo... Spara!
Con le mani ridotte in quel modo Django riesce a mandare a segno lo stesso sette colpi, anche se la sua colt ne ha solamente sei (come si ricordava Clint Eastwood in un altro Spaghetti western piuttosto riuscito), le ragione del settimo colpo si perdono tra realtà e leggenda, un metaforico ultimo colpo sparato per vendetta dalla moglie o un semplice errore del rumorista? Non è chiaro e forse non lo voglio nemmeno sapere, fa parte della bellezza di un modo di fare cinema che purtroppo è scomparso come il continente di Atlantide…


Django quando arrivi a cento fermati però eh!
Il finale è quasi circolare, sulle note del tema principale del film di Luis Enríquez Bacalov, senza essere inquadrato in faccia, Django com'è arrivato se ne va, senza bara ma in un cimitero, ancora una volta, un uomo morto che cammina, o forse, l’incarnazione della morte stessa. Visto finali peggiori in vita mia.


My fate decided, I'm a dead man walking...
Il film è stato un tale successo che ha generato circa due o trecento sequel, quasi tutti apocrifi, produzioni non legate al film originale che, però, sfruttavano sfacciatamente il nome del personaggio, qualche esempio?

“Django spara per primo” (1967), “Pochi dollari per Django” (1967), “Django il bastardo” (1969) di Sergio Garrone, Django sfida Sartana (1970), ma anche “Django VS Godzilla”, “Django spara la polizia risponde” e “Una colt 45 per l’Ispettore Django”… No, non è vero, gli ultimi tre me li sono inventanti, ma avete capito l’andazzo. In ogni caso esiste (sul serio!) un sequel apocrifo intitolato “Preparati la bara! (1968) di Ferdinando Baldi, con Terence Hill nel ruolo di Django, attore scelto per l’incredibile somiglianza con Franco Nero, così posso chiudere quell’icona lasciata aperta lassù in alto.


Non ho afferrato il nome, come hai detto di chiamarti?
L’unico seguito ufficiale è “Django 2 - Il grande ritorno” (1987) di Nello Rossati (in arte Ted Archer), ambientato in Colombia, ma questa, è un'altra storia…

Oltre al già citato film di Tarantino, impossibile non citare il film del 2007 “Sukiyaki Western Django” diretto da quel genio pazzo di Takashi Miike, che omaggiando Django ha idealmente chiuso il cerchio, iniziato da Akira Kurosawa e portato avanti alla grande da Sergio Leone.


Django, you must face another day... DJANGO!
Facciamo gli auguri a questo pezzo di storia del cinema, portarsi dietro una bara non è una faccenda semplice, Django la sua la trascina da cinquant’anni, per altro con grande stile!

18 commenti:

  1. Gran personaggio. Grande Franco Nero.

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    1. Concordo, già essere un pistolero del west fa aumentare il grado di “figosità” ma Django gioca in un'altra categoria ;-) Cheers!

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  2. La scena finale è indimenticabile.
    Ricordo infiniti passaggi televisivi nelle lunghissime e caldissime estati della mia infanzia, quando con mio cugino ci lanciavamo in visione di film western per ore ed ore.
    Un classido senza tempo. :-)

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    1. Hai ragione, e la cosa bella è che ancora ogni tanto passa in Tv, infatti meno di un mesetto fa me lo sono rivisto di gran gusto, beccandolo per puro caso su Rai 4. Il Western è la materia di cui sono fatti i Classidy ;-) Cheers!

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  3. Qui siamo a pieno nel campo di operazioni del mio primario. well done: perchè è durissima riuscire ad essere completi con una pellicola tale.

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    1. Muchas gracias e i miei saluti al primario e alle sue goccine magiche multicolore ;-) Cheers!

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    2. Ottima rece! E grazie per avermi evocato....

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    3. Grazie a te per essere passato da queste parti, e per i complimenti gracias! ;-) Cheers

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  4. La Bara Volante racconta la Bara Strusciante... MITICO ^_^
    Splendido omaggio a un "ragazzo" di 50 anni, al suo mitico sangue rosso finto - lo stesso che usava la Hammer e che anche a me ca impazzire! - ai suoi sei proiettili che fanno sette spari e alla sua mitragliatrice che non sbaglia un colpo! Pura mitologia italiana ;-)

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    1. Tra custodi di tombe e bare Django ed io siamo sempre andati molto d’accordo ;-)
      Ci avrei scommesso le dita delle mani (come Django) che anche tu eri sensibili a quella tonalità di rosso finto, dovrebbero battezzarlo nella scala dei colori come “Rosso di genere” o “Rosso all’italiana”, ci abbiamo dipinto quella che tu giustamente definisci la nostra mitologia, altro che rosso Ferrari! ;-) Cheers

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  5. Grande film il Django originale!

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    1. Mi limito ad aggiungere: Amen ;-) Cheers

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  6. L'ho recuperato lo scorso anno su La7, che hanno dato prima "Django" e poi "Quel Maledetto Treno Blindato". E' stata una serata molto educativa!

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    1. Uh che figo “Quel maledetto treno blindato”! Ha ragione Lucius, tutti film che se non fosse stato per Tarantino nessuno avrebbe mai fatto passare in chiaro in tv, di questo dobbiamo ringraziare Quentin, e tirarci le orecchie da soli… Cheers!

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  7. "Sergio, Ho un'idea per un film" "Dimmi" "C'è un uomo che trascina una bara..." "Bello e poi" "E poi basta"...Se non ricordo male un vecchio dossier di nocturno, le cose andarono così tra lo sceneggiatore e Corbucci. E ora vogliamo le recensioni pure degli altri western di Corbucci, tutti uber-classidy, dal grande silenzio (dio, i pianti) al mercenario (per me superiore al pur bel (auto-)remake vamos a matar).
    Tra gli apocrifi, Django il bastardo, non è malaccio. Anzi ha una bella idea su cui si regge il film...
    SPOILER




    Per tutto il film rimane ambiguo se Django sia un uomo od un fantasma...



    [Fine Spoiler]

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    1. Che poi era la trama de "lo straniero senza nome" se il doppiaggio italiano non lo avesse azzoppato, grazie per aneddoto, per gli altri film di Corbucci, prendo al volo l'idea, perché materiale per altri Classidy Sergio lo ha sfornato ;-) Cheers!

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  8. Django di Sergio Corbucci del 1966 (questo film ha 50 anni signori!!!) l'ho visto molti anni fa e non mi ricordo moltissimo. mi ricordo la scena della mitragliatrice nella bara , la scena dello spappolamento delle mani con i cavalli e il povero Gigi Pernice che si magna il suo orecchio!!! a me di Corbucci piace molto di più "Vamos a Matar Companeros" ma guardando Django pensai"...cavoli a questo non piace perdere tempo..." .diciamo che Django è come una partita di calcio dove si vedono solo i calci di rigore. e allora perchè le 5 stelle??? perchè appunto Django è un film che negli ultimi 47 anni ha ispirato tantissimi film apocrifi ( la maggior parte dei quali sono delle schifezze pazzesche) e ancora adesso la sua popolarità non accenna a diminuire. e vi sembra poco???


    rdm

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    1. Perfettamente d’accordo, è ancora uno degli spaghetti western più rappresentativi, ed anche a me “Vamos a matar companeros” piace un sacco, anche per la colonna sonora ;-) Cheers

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