martedì 22 marzo 2016

Southbound (2016): Highway to hell

 

Quanto mi piacciono i film horror antologici, voi non avete idea, ridendo e scherzando non me ne perdo uno e per fortuna il genere più sanguinolento di tutti gode di buona salute tanto che periodicamente un antologico ciccia sempre fuori.

Il bello di un racconto diviso in capitoli sta proprio nella creatività delle singole parti, ogni porzione può sorprenderti con un colpo di scena, o una soluzione tutta matta e dopo pochi minuti, si ricomincia tutto da capo. Dietro a questo “Southbound” troviamo il collettivo Radio Silence, già responsabile di diversi episodi di un altro antologico horror, ovvero V/H/S.

La serie V/H/S al momento è composta da tre capitoli, il cui filo rosso è la tecnica del Found Footage, che come ripeto spesso, ha francamente un po’ smaronato, ma presa a piccole dosi sotto forma di cortometraggi, spesso può anche funzionare, specialmente se chi la utilizza ha un'idea chiara, per quanto mi riguarda, il Found Footage potrebbe anche essere dichiarato defunto per sempre, perché nessuno potrà mai fare meglio del segmento “Safe Haven” contenuto in V/H/S 2, che guarda caso da chi era diretto? Solo da Gareth “The Raid” Evans… Non propriamente la pizza con i fichi!

Per la nuda cronaca, esiste anche un terzo capitolo “V/H/S: Viral” che, però, è una mezza ciofeca, malgrado il segmento con gli skaters e la setta messicana fosse una divertente cafonata…


Mica male la locandina alternativa, non potevo non utilizzarla.
“Southbound” per nostra fortuna non è un Found Footage (Fiuuuuu!), il tema che unisce tutti i corti che lo compongono è riassumibile con: persone in viaggio per le strade d’America, tutti diretti a Sud, dove si imbatteranno in cose od eventi che manderanno le loro vite a Sud, molto a Sud…

I Radio Silence dirigono il primo e l’ultimo segmento, ovvero il prologo e l’epilogo del film, ovviamente legati tra loro. La produttrice Roxanne Benjamin, alla sua prima regia si occupa del secondo corto, mentre David Bruckner, già regista dello stilosissimo (ma prevedibile) “The Signal” e prossimamente al lavoro sul nuovo capitolo di “Venerdì 13” (non è chiaro se sarà un sequel o un altro reboot) tira le fila del terzo capitolo. Fanalino di coda, Patrick Horvath, regista di cui mi piacerebbe davvero dirvi qualcosa, ma non avendo visto nessuno dei suoi precedenti lavori, non saprei cosa aggiungere, se non che di nome fa Patrick e di cognome Horvath… E probabilmente almeno una volta nella vita è stato chiamato “Pat”, ma più in là di così non mi sento di spingermi.

L’idea davvero brillante di “Southbound” oltre alla collocazione molto “On the road” viene dal fatto che nel corso del film si passa da un corto all’altro, senza mai uno stacco netto, il collettivo di registi si è impegnato per dare una continuità tra le singole storie che ricominciano da dove quella precedente terminava e, in alcuni casi, ne sono una conseguenza, come per la porzione diretta da David Bruckner, ad esempio.


Passato una brutta serata vero?
L’unico vero segnale che sta per cominciare un nuovo corto, arriva da un DJ radiofonico notturno, che tutti i protagonisti si ritrovano ad ascoltare, se siete appassionati di Horror, non potrete non riconoscere il mitico Larry Fessenden, regista di roba fighissima come Wendigo, The Last Winter e Beneath (tutti e tre consigliatissimi!), vero è proprio padrino del cinema Horror indipendente, sempre pronto a tenere a battesimo nuovi talenti, qui lo troviamo impegnato a regalarci la sua versione del Wolfman Jack di “American Graffiti”.

A questo aggiungete una colonna sonora strapiena di sintetizzatori urlanti (che fanno subito Carpenter e non stonano mai) ed il gioco è fatto! Cosa manca? Un veloce commento (senza anticipiazioni) su tutti i segmenti… And here we… Go!

Si comincia con i Radio Silence impegnati a mostrarci due compari sporchi di sangue sul loro pick-up, non sappiamo cosa i due abbiano fatto, sappiamo solo che nel cielo in lontananza, sono sospese a mezz’aria delle inquietanti figure alate, che con il passare dei minuti diventano sempre più numerose. I due si fermano alla classica stazione di servizio in mezzo al deserto, purtroppo la ripartenza sarà un po’ difficile, perché ogni volta che partono sgommando, finiscono per ritrovarsi di nuovo al punto di partenza, Stephen King direbbe che l’inferno è ripetizione…


"Ma che schifo! Ma cos'è quella roba?! No, no, non voglio saperlo!" (Cit.)
Il primo corto si conclude un po’ frettolosamente e con effetti speciali digitali non propriamente esaltanti, perde un minimo di quella angoscia palpabile nei primi minuti, ma questa prima porzione ha il pregio di dettare il tono e forse anche tutto il senso di “Southbound”, una rappresentazione dell’inferno molto stilosa dov'è meglio non porsi troppe domande sul perché succedono le cose, anche perché il film in sè, di spiegazioni ne offre davvero poche…

Il secondo corto di Roxanne Benjamin, parla di un gruppo di Jazziste anche loro in viaggio, tre belle ragazze che bucano una gomma del loro Volkswagen nel mezzo del deserto e dopo vari ripensamenti, accettano un passaggio da una morigerata coppia di bacchettoni, che potrebbero essere parenti di Ned Flanders, sia per le buone maniere che per l’ossessione religiosa. Avrete già intuito che le cose finiranno malissimo…


"Siamo giovani, carine e protagoniste di un horror, cosa può andare storto?".
Purtroppo, in questo corto è l’ennesima variazione sul tema di cittadini VS Redneck locale probabilmente figli di consanguinei, che non aggiunge davvero molto di nuovo al discorso iniziato con “Un tranquillo Week End di paura” e portato a vanti da un milione di titoli da “2000 maniacs!” a “Wrong Turn”. Ecco, l’unica novità forse è il culto della famiglia di samaritani, ma ho promesso nessuna anticipazione e poi, a ben pensarci, anche quello non è propriamente originalissimo. Ma senza questa porzione, non avremmo potuto avere la prossima, ovvero il piatto forte di “Southbound”.

David Bruckner dirige il segmento migliore, forse anche l’unico davvero in grado di incollarti allo schermo e farti tifare per i protagonisti, sempre senza rivelare troppo: un povero Cristo in viaggio in auto, investe una ragazza e con l’aiuto di alcuni paramedici al telefono, fa tutto quello che può per tentare di salvarla, mentre lei agonizza con le ossa rotte e grondando sangue. Una corsa contro il tempo che definire coinvolgente mi sembra piuttosto riduttivo. Malgrado sia il corto più legato al suo predecessore, mi è sembrato l’unico in grado di portare in scena una storia (quasi) completa, capace di calamitare l’attenzione dello spettatore, avete presente quelle storia per cui si fa il tifo parlando ad alta voce per incoraggiare il protagonista? Ecco, una di quelle, centro perfetto Mr. Bruckner.


"Non c'è mai George Clooney quando hai bisogno di lui!".
L’episodio finale prima dell’epilogo, invece, quello diretto da Patrick “Pat” Horvath sembra quasi un corpo estraneo, succedono delle cose, un fratello e alla ricerca di sua sorella finita nella mani di uno strambo culto, la scena del tatuaggio non è affatto male, peccato che succedano cose a caso, il finale non è comprensibile nemmeno nell’economia di un film come questo, che spiega davvero poco e, più in generale, sembra uno sterile esercizio di stile, fatto da uno che da grande vorrebbe fare il David Lynch, ma che per ora non gli allaccia nemmeno le scarpe. Inoltre, livello di coinvolgimento è pari a zero, ho passato il tempo a guardare lo strambo tizio barbuto dicendo: "Ma quello non è uno dei secondini di Orange is the new Black?". Il che spiega più di mille parole.

I Radio Silence concludono ciò che hanno iniziato con un prologo, una famiglia bene americana, padre figo con moglie e figlia bionde, si ritrova assediata da una banda di assalitori con maschere da Divi di Hollywood (Il capo è Clark “Francamente me ne infischio” Gable). Finchè si limitano a dirigere un Home Invasion, le cose vanno bene, poi il tentativo di far quadrare tutto, produce un'illusione di spiegazione, che purtroppo toglie molta efficacia al primo corto d’apertura.


"Siamo la banda degli ex Divi di Hollywood, fuori i soldi!".
Tirando le somme, “Southbound” è una cosina divertente se amate gli antologici Horror senza troppe spiegazioni sulla trama, o eccessivamente legati ad una logica a tutti i costi, non mi aspettavo niente, ho trovato pochino, ma almeno per il segmento di David Bruckner, quel pochino valeva la pena, se non avete grosse aspettative, è un divertente viaggetto lungo la strada che porta all’inferno, per le musica tranquilli, ci pensa Larry Fessenden.

12 commenti:

  1. Da vecchio fan di horror antologici, purtroppo a forza di andar per filmacci mi sto perdendo per strada questi titoli: se un giorno recupererò, userò la Bara Volante come guida ^_^

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    1. Quando vuoi, sai dove trovarmi, faccio da semaforo volentieri ;-) Cheers

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  2. V/H/S l'ho visto da poco grazie all'uscita in home video e devo dire che "Safe Heaven" del secondo film mi ha turbato in una maniera assurda.

    Quando rivedrò il film potrei pure saltare quell'episodio perché veramente (e io, ti giuro, non sono molto impressionabile) mi ha fatto male.

    Parte lento ma dopo…che strizza…che aria malsana...

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    1. Girato da Dio, nel senso che proprio in alcuni momenti viene da chiedersi: Ma dove cacchio ha piazzato la macchina da presa? ;-) Poi hai ragione, è davvero malsano, per quello lo considero un apice. Cheers!

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  3. Vai e uccidi. Ma poi torna a farmi sapere ;-) Cheers

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  4. Lo salto senza problemi, visto che non sono amante degli horror ahah

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    1. Si questo mi sa che non fa per te, anche se non è troppo sanguinolento... beh un pò si ;-) Cheers!

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  5. Pensa che io nemmeno ne ero a conoscenza di questa serie di film. Prendo nota e provvederò al recupero appena posso.

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    1. Gli horror indie sono poco in vista, fammi sapere come lo hai trovato ;-) Cheers

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  6. Mi sa che già lo avevi detto che ti garbano gli horror antologici....:)
    Comunque ho preso nota e spero di vederlo prima o poi...

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    1. Hai ragione ma che ci vuoi fare, sono rincoglionito come Nonno Simpson, ripeto sempre la stessa frase ;-)
      Una visione la merita, per fortuna il genere è sano e robusto e sforna tanti antologici per la mia gioia. Cheers

      (Ah la morte! Cassidy quello è il gatto!)

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