domenica 27 marzo 2016

Lilyhammer - Stagione 3: Freddato senza pietà da Netflix


La gioia di scovare una nuova appassionante serie tv, va sempre di pari passo con la tipica delusione di quando tutto felice, ti sbatti sul divano pronto a goderti una nuova stagione e come una secchiata di acqua gelata, scopri che... Mi spiace ragazzo, ti abbiamo ammazzato la tua bella serie

La conferma è arrivata anche dallo stesso Little Steven, che ha cinguettato su twitter: "#Lilyhammer RIP. Non una mia decisione. Diciamo solo che per adesso questo business è molto complicato. Sono orgoglioso dei nostri 24 episodi. Nuove idee all'orizzonte". Le nuove idee potrebbero essere la distribuzione dello show su un’altra piattaforma, ma dopo quello che è successo ad Hannibal, ormai non credo più in niente, sono diventato Nichilista…

Risultato: gli otto episodi della terza stagione di “Lilyhammer”, sono anche gli ultimi della serie, la decisione di Netflix pare essere stata giudicata dichiarando che il programma non ha mai raggiunto gli indici di ascolto di House of  Cards o di Orange is the new Black… Mi verrebbe da dire una parolaccia seguita dalla frase, sono le serie di punta del canale digitale, ma vabbè, ormai è andata, inutile diventare scurrili. Porca merda schifa.


"Non piangete per questa serie, farò ai produttori un offerta che non potranno rifiutare...".
La cosa che fa veramente girare le balle di questa cancellazione, è la consapevolezza che “Lilyhammer”, sarebbe potuta andare avanti altre tre o quattro stagioni senza difficoltà, ormai il personaggio interpretato da Steven Van Zandt aveva radicato il suo impero criminale così a fondo tra le nevi norvegesi, che ci sarebbe stato solo da godersi questa versione de “I Soprano” in trasferta al nord, condita da molta ironia.

Nella prima stagione abbiamo visto Frank Tagliano (‘Little’ Steven Van Zandt), gangster di New York entrato nel programma protezione testimoni, scegliere la piccola comunità norvegese di Lillehammer (storpiata in “Lilyhammer”, dalla pronuncia di Frank) per ricominciare una nuova vita e una nuova attività criminale, vivendo di prepotenze nei confronti dei pacifici Norvegesi.

Invece, la stagione numero due, è stata quella dove i contatti (e il potere) di Frank, Giovanni "Johnny" Henriksen, in accordo con la sua nuova identità, si sono espansi anche oltre oceano, tornando in contatto con la famiglia e il fratello, interpretato da un'altra vecchia conoscenza per chi amava la serie de “I Soprano”.


Brindiamo alla dipartita della serie con qualche vecchio amico...
 La terza stagione ha il dovere ti tirare le fila di alcuni personaggio lasciati volutamente in sospeso e riesce anche ad approfondire molto il personaggio di Torgeir (interpretato da Trond Fausa Aurvåg, non chiedetemi mai più di scriverlo...), candido, ma fedele spalla del Boss, ad esempio l’episodio “The mind is like a monkey” (3x04) lo vede realizzare il suo sogno infantile di diventare un saltatore sugli Sci olimpionico, affrontando alla sua maniera le crisi di panico precedenti al salto.

Ma anche se si tratta della stagione conclusiva, il nostro Johnny non si riposa per niente, anzi, si ritrova in ospedale vittima di un attentato nel primo episodio, vola in trasferta in Brasile, per trattare la liberazione del fratello di Torgeir (altro personaggio centrale nella stagione), ma soprattutto deve fare i conti con il giovane Tommy, nipote del boss di New York, giunto in Norvegia in cerca di protezione e desideroso di seguire le orme di Johnny, anzi diciamo pure di fargli le scarpe (per non dire la pelle).


Giovinastri, nessun rispetto per la famiglia...
Per assistere a quello che tutti gli Springsteeniani stavano aspettando, dobbiamo attendere l’episodio finale, non a caso intitolato come un pezzo del Boss (Bruce non Johnny), ovvero “Loose Ends”, dove finalmente il fratello artistico di Steven Van Zandt fa la sua comparsata, nei panni del terzo fratello Tagliano, Giuseppe, detto Joey il becchino.


Il ruolo giusto per Bruce, visto che io sono morto di crepacuore nove volte, sotto palco ad un suo concerto.
Mettiamola così: Bruce Springsteen è appena appena più a suo agio sul palco che davanti alla macchina da presa, ma l’amico Steven gli ha affidato il personaggio giusto, di poche parole e tanti fatti.

Ovviamente, a tener banco per tutti gli otto episodi conclusivi è proprio Steven Van Zandt, dopo anni passati sotto la parrucca di Silvio Dante ne “I Soprano”, qui è perfettamente a suo agio a fare la parte del Boss, lui che tra Tony (Soprano) e Bruce (Springsteen) è sempre stato uno straordinario secondo violino, o seconda chitarra visto il suo ruolo nella E-Street Band.


"Fammi recitare ancora è il prossimo concerto lo faccio durare sei ore, invece delle solite tre".
Come detto, il rammarico per la dipartita di “Lilyhammer” viene proprio dal fatto che questa storia poteva continuare ancora a lungo, tra Netflix che mi ha chiuso questa serie e quei bastardi di Ticketone che mi hanno precluso il concerto di Springsteen, non è proprio una grande annata per lo Springsteeniano che c’è in me, ma vabbè, ormai è andata, inutile pensarci ancora. Porca merda schifa.


La reazione di Frank alla notizia della cancellazione della serie.

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