giovedì 6 agosto 2015

Il Salario della paura (1977): Nocche bianche sul pianeta terra


Avevo promesso di vedermi questo film qualche tempo fa, dopo aver visto Vite Vendute, sempre con i miei tempi semi Biblici, finalmente mi sono tolto anche questo sfizio, lo dico subito: Filmone!

Nel 1977, William Friedkin è un regista onnipotente.
Dopo il successo de “L’Esorcista” avrebbe potuto decidere di dirigere anche un film muto sulla vita di Anna Frank usando come cast gli Harlem Globetrotters, e chiunque gli avrebbe fornito i fondi necessari per farlo. Invece “Hurricane Billy” con un budget relativamente piccolo, sceglie come soggetto il film di Henri-Georges Clouzot del 1953 Vite Vendute. 24 anni dopo i camion si rimettono in moto…

Occhio però a parlare di remake, perché prima era necessario ottenere i diritti di sfruttamento sulla storia, è per farlo venne contattato Georges Arnaud autore del romanzo originale “Le salaire de la peur”.
Semaforo verde subito, perché Arnaud non ha mai amato il primo adattamento di Clouzot, colpevole secondo il romanziere di aver fatto troppe modifiche alla storia.

A questo punto, il diavolo ci mette la cosa, anzi, qualcosa di peggio di Pazuzu, la distribuzione e la campagna pubblicitaria del film sono un mezzo suicidio. Il titolo originale “Sorcerer” associato al nome di Friedkin fa pensare a tutto tranne che ha ad un film quasi esistenzialista con camion altamente esplosivi, il pubblico si aspettava qualcosa di paragonabile a “L’Esorcista”, e quando usci in sala il 24 Giugno del 1977, le sale erano ancora strapiene di gente in coda per vedere per la sesta volta “Guerre Stellari” uscito appena un mese prima, il 25 Maggio per la precisione. Il risultato è un disastro al botteghino assolutamente ingiustificato, perché al pari di Vite Vendute si tratta davvero di un filmone.


Fai un bel sorriso bestione, andiamo a farci un bel giretto...
La storia non cambia poi di molto, in un non ben indentificato paese dell’America del Sud dominato da una compagnia petrolifera, un pozzo di petrolio prende fuoco, causando morti e feriti, ma soprattutto (più importante) un gran spreco di denaro per la compagnia. Bisogna far saltare per aria il pozzo con degli esplosivi, ma gli unici disponibili sono dei vecchi candelotti di dinamite che trasudano nitroglicerina (nel film di Clouzot era nitroglicerina pura e semplice), l’esplosivo è tanto instabile che potete scordarvi di trasportarlo in elicottero, bisogna muoverlo via terra su dei camion… abbiamo bisogno di altri 4 volontari, chi si fa avanti questa volta?


"Tu! Sei stato dichiarato volontario! Preparati a partire immediatamente!".
Il film di Friedkin è diviso in tre atti, in cui il primo è completamente dedicato alla presentazione dei protagonisti, e per altro, con un minimo utilizzo di dialoghi, cosa che mi manda sempre in brodo di giuggiole.

L’inizio del film è fulminante, Messico, Nilo (Francisco Rabal) entra in una stanza e uccide un uomo con un colpo di pistola, siamo al minuto 2 del film, abbiamo già un morto e il primo cambio di location. A Gerusalemme Kassem (Amidou) dopo aver compiuto un attentato dinamitardo, fugge per il rotto della cuffia dall’esercito Israeliano mentre i suoi compagni vendono catturati. Altro giro, altra location, Parigi (Francia non Texas) Victor Manzon (Bruno Cremer) è un imprenditore a rischio bancarotta, dopo il suicidio del suo socio d’affari, capisce per evitare la galera è meglio prendere il primo volo per Hammamet. L’ultimo personaggio che compone il quartetto è Jack Scanlon (Roy Scheider, al secondo film in fila con Friedkin dopo “il braccio violento della legge”), gangster del New Jersey, che con i suoi compari ripulisce una chiesa durante la raccolta delle offerte, nella sparatoria per coprirsi la fuga, un prete ci lascia le penne, peccato che sia l’amato fratello del Boss, quindi non è il caso di far sparire le proprio tracce, per non finire a dormire con i pesci.


Il baffo violento della legge.
Quattro personaggi alle prese con le quattro situazioni che li hanno portati a fuggire dal proprio paese e a rinunciare alle loro identità. Una sinistra simmetria (anche tecnica, ogni segmento è più lungo del precedente) che trasforma i nostri esuli in personaggi dai nomi palesemente fuori luogo per i loro volti da occidentali, Dominguez, Serrano, Martinez, nomi comuni di un non-luogo del Sud America, dove chi ci è arrivato, ha lasciato ben più di una speranza.

Se Clouzot non raccontava le origini dei suoi protagonisti, ma si prendeva tutto il tempo necessario per farci affezionare a loro, Friedkin ci sbatte in faccia quanto sgradevoli e poco raccomandabili i suoi quattro autisti, e per due ore ci fa stare in pena per loro.

Tanto era politico Clouzot, quanto più sceglie di essere cinico Friedkin, la selezione degli autisti da parte della compagnia petrolifera è una selezione naturale, che premia i più fuori di testa, e dove i più deboli si auto eliminano. Anche durante il trasporto dell’esplosivo, Friedkin ci ricorda l’avidità dei suoi personaggi, come ad esempio quando vediamo Roy Scheider quasi felice di vedere i piloti dell’altro camion in difficoltà, se mai non dovessero arrivare a destinazione, ci saranno più soldi per i sopravvissuti…


"Ok ragà è una roba facile facile, basta non sbatacchiarla troppo ed è fatta".
L’ineluttabilità di cui sono vittime i protagonisti, fa squadra con il livore dei personaggi, arrabbiati per la piega presa dalle loro vite, e vogliosi di guadagnarsi quel salario (della paura) che gli permetterebbe di tornare a casa, o almeno sperare in un vita migliore. Friedkin quindi cambia un po’ il punto di vista, anche se dimostra gande rispetto nei confronti del film del 1953, tanto che in una scena, quella della tangente al funzionario doganale, lo cita apertamente.

Ma dove i due film dimostrano di avere una marcia in più, e nel secondo atto, ovvero quello legato al trasporto su gomma dell’instabile esplosivo. Quando i due camion partono, anche per noi spettatore inizia un viaggio di constante tensione, Friedkin ci porta a bordo dei due camion, uno dei quali chiamato Sorcerer, da proprio il titolo al film. La messa in scena del complicato viaggio è rigorosa, direi quasi documentaristica.

Hurricane Billy non ci fa perdere una pietra, un buco nel terreno, ci fa sentire tutti gli scricchiolii che fa un ponte di legno sotto le ruote dei pesanti camion, tenendo costantemente alta la tensione, e quando la morte cala su qualcuno dei personaggi, lo fa in maniera immediata, ora ci sei, BOOM, un attimo e sei solo un ricordo…

L’apice di tutto questo è ovviamente l’angosciante scena dell’attraversamento del ponte di corda, Friedkin piazza la telecamera sempre nel punto giusto con precisione chirurgica, il resto lo fa il micidiale lavoro di montaggio di Bud S. Smith, mentre l’ossessiva colonna sonora dei Tangerine Dream ti entra sottopelle. Sfido chiunque a guardare questa scena restando tranquillo e rilassato, ma sapete qual è la vera bastardata/colpo di genio di Friedkin? Dopo il passaggio del primo camion, inizio subito la scena dell’attraversamento del secondo, il risultato è che da spettatore, hai il tempo di rilassarti per mezzo secondo, per poi ritrovarti catapultato nella stessa identica situazione senza speranza di un minuto prima, questa è cattiveria allo stato puro, sotto forma di grandissimo cinema.


Se riuscite a restare calmi e rilassati su questa scena, o siete Fonzie o siete morti, fate un pò voi...
Il finale di entrambe le versioni dei film è degno di un Horror, ma forse quello di William Friedkin è ancora più inquietante, non vi rivelerò nulla, ma la sensazione che ho avuto guardando gli ultimi minuti del film, è grossomodo la stessa provata dal protagonista (non vi dico nemmeno chi è, vi tocca guardarvi il film tiè!) ovvero che anche se abbiamo lasciato il camion, la minaccia e il pericolo di morte stia continuando a seguirci, una tensione e un senso di inevitabilità di cui non si riesce proprio a liberarsi, nemmeno dopo i titoli di coda del film.

Quando un film riesce ad avere questo tipo di presa sullo spettatore, di solito è perché si tratta di grandissimo cinema, in questo caso lo è sicuramente. Un film da vedere assolutamente, anche se per tutta la sua durata, avrete le nocche delle mani bianche, da quanto vi ritroverete a stringere i braccioli della poltrona… Poi non ditemi che non vi avevo avvertiti.

10 commenti:

  1. Tu l'hai detto subito, io, quando ne parlai lo dissi alla fine del post, in ogni caso siamo assolutamente d'accordo: FILMONE.

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    1. Ho riletto il tuo commento ieri, filmone, assolutamente filmone, il buon Billy ne ha mandati a segno parecchi di gran titoli ;-) Cheers!

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  2. Rivisto in tempi recenti e concordo: malgrado il fallace titolo originale, è davvero un filmone!
    Ricordo che da ragazzo ammiravo quella locandina sulle pagine di CIAK - forse all'epoca della sua ristampa in home video - e mi chiedevo di cosa mai parlasse un film simboleggiato da un camion su un ponte!

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    1. Per il post ho voluto proprio quella locandina, non solo perché ritrae la scena migliore del film ma anche perché é veramente iconica, gran film sono contento di averlo recuperato ;-) Cheers!

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  3. Wow, doppio wow e stiwow, devo rivederlo, mi avete fatto venire la voglia.

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    1. Merita é un gran film devi solo assicurarti che i braccioli della poltrona siano solidi, perché durante la visione ci si ritrova ad arpionarli ;-) Cheers!

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    2. Provo a scaricarmelo, lo vedrò sdraiato sul pavimento così non rompo nulla,

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    3. Ottima tattica, ma dovrai prima imbullonate la tv al soffitto ;-) Cheers!

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  4. L'ho visto ieri sera e ricordavo di averne letta una recensione sul tuo blog, che non avevo letto di proposito per tenermi tutta la suspense! Grandissimo film che consiglierò a chiunque, come hai ben detto questo è grande cinema, c'è un sacco di roba calda adoperata in modo magistrale. E' da qualche tempo che sto leggendo "Il cinema secondo Hitchcock", libro-intervista di Francois Truffaut, è un'ottima lettura per capire come vengono elaborati i meccanismi della tensione nel cinema ed apprezzarli meglio quando applicati con maestria, come in questo film.
    Ah, per la cronaca, le nocche bianche sono venute anche a me!

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    1. Testo fondamentale, stavo scrivendo un commento proprio oggi, in cui mi sono ritrovato a citare un passaggio del libro di Truffaut, e se lo cito a memoria io che sono l’ultimo dei pirla figuriamoci chi ci capisce davvero ;-) Mi fa piacere che ti sia piaciuto, anche io l’ho scoperto tardi, ma è diventato presto tra i miei preferiti… Capita con il grande cinema ;-) Cheers!

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