venerdì 22 maggio 2015

L'Uomo dai 7 capestri (1972): Impiccatelo!!

Questa settimana va in onda un nuovo capitolo della retrospettiva dedicata a John Milius, e per celebrarla come si deve, ho coniano anche un logo!


Il film di questa settimana è  stato sceneggiato da Milius nel 1972. Un riuscito mix di epica e commedia, talmente strambo nella genesi, nella messa in scena, e nei canoni del genere da essere riuscito a diventata negli anni uno dei miei Western preferiti. Signore e Signori, vi presento L’uomo dai sette capestri.


Era un po’che mi girava per la testa, quindi ultimamente mi sto riguardano qualche film di John Milius, molti li ho visti 67 volte, qualcuno (incredibile, ma vero) mi manca completamente, diciamo che in questa mia personale retrospettiva su Milius, rivedermi un titolo come “L’Uomo dai sette capestri” è stato come convincere un pesce a nuotare, questo è sicuramente uno dei film che fa parte della categoria “visti 67 volte”, fate 68…

I primi anni ‘70 per Milius sono stati un periodo di super lavoro, mentre era impegnato sulla sceneggiatura di un Western per uno dei suoi miti cinematografici, John Huston (non propriamente l’ultimo dei paperini), consegnò in tre settimane la sceneggiatura completa di Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo, ma prima di scrivere il seguito delle avventure dell’Ispettore Callaghan, si mise al lavoro su “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”. Nel giro di pochi anni, Milius ha messo su un curriculum da sceneggiatore che levati, ma levati proprio.

“The Life and the times of Judge Roy Bean” è un caso a parte, è forse il più emblematico caso di pellicola nata per sbaglio, che diventa un filmone. Sì, perché “L’uomo dai sette capestri” è figlio dello scontro tra il film che Milius aveva in testa e come Huston ha deciso di girare tale materiale.
Pagato 300.000 ex presidenti spirati stampati su carta verde, Milius ci mise tipo… Un secondo a ripudiare il film una volta visto in sala, secondo lui Houston glielo aveva rovinato.


Però a vederlo così, non mi sembra proprio uscito fuori malissimo questo film...
Non è difficile credere che una leggenda del Cinema come John Huston e un divo all’apice della sua fama, come Paul Newman (Paolo Uomonuovo), che arrivava dal successo di  “Butch Cassidy” (film di tre anni prima) e che l’anno dopo avrebbe girato “La Stangata”, non avessero grossa considerazione di uno sceneggiatore nemmeno 30enne. Da una parte ci sono i commenti di John Huston che diceva di avere un gran rapporto con Paul Newman sul set, divertendosi un sacco, dall'altra Milius che ammette di essere stato bullizzato dai suoi colleghi più famosi.

Eppure Milius credeva moltissimo in questo progetto, anche perché diciamocelo chiaramente, il Giudice Roy Bean è uno dei personaggi più fighi ed epici che il West ci abbia mai regalato:

solo la frontiera Americana poteva sfornare la leggenda del Giudice Bean, ad Ovest del Pecos, ad un tiro di sputo dal Messico, a cavallo tra Ottocento e Novecento, Roy Bean è stato, citando una frase ricorrente nel film: “Un uomo di alta levatura morale”.
Dispotico, testardo, con un'incrollabile fiducia nella giustizia, anche se applicata in un modo tutto suo, la sua è stata la parabola di una rarità, un pezzo da museo arrivato fuori tempo massimo, capace di diventare un leader isolazionista che con mano sicura ha guidato una piccola utopia di pace in cui puttane e pistoleri vivevano insieme.


Portico, fucile e sedia a dondolo, più Americano della torta di mele.
Un prepotente dalla parte giusta della barricata, guidato da ideali vecchia maniera, quindi perfetto per essere spazzato via dal progresso, che con sè si porta corruzione e furberie varie…

Una storia vera (se volete divertirvi cercatevi la biografia del Giudice in rete) che è 100% Miliusiana, che con il suo script voleva rendere omaggio ad un uomo integerrimo, difensore dei valori di un America vecchio stampo. Brutale, ma giusto, violento, ma incorruttibile, un testardo con la schiena drittissima, insomma.

Paolo Uomonuovo e John Huston, invece, avevano idee diverse, principalmente una: divertirsi!
Guardando (anche 68 volte) “L’uomo dai Sette capestri” ci si può divertire a cercare di capire cosa è farina del sacco di Milius e cosa è frutto del lavoro di John Huston, secondo me è proprio grazie alle differenza di vedute dei due John che la pellicola è diventata il filmone che è.


Il primo giro lo offre il Giudice, afferrate un bicchiere se non volete finire appesi...
L’inizio è micidiale, dicono che i primi minuti di un film ne determinino l’andamento, sicuramente questo è un caso da manuale.
Reduce da una rapina fruttuosa in banca, Roy Bean va in un bordello nel mezzo del deserto per procurarsi alcool e puttane, il problema è che gestori e lavoratrici del bordello lo riempiono di botte, gli rubano i soldi e cercano di impiccarlo. L’intervento di quella che Bean definisce “un Angelo” (una Victoria Principal che definire angelica è riduttivo) gli procura una pistola, con la quale Bean sistema immediatamente il torto subito.

Una sparatoria che dura un minuto. 60 secondi di follia omicida, in cui Bean sbraita, spara, salta dalla finestra, massacra tutti e ne esce illeso. Qui è chiaro che Milius avrebbe voluto un massacro grondante sangue, quello che porta sullo schermo Huston, invece, è una scena fantastica, coreografata alla grande, dove possiamo trovare un tipo ubriaco che nell’estrarre il ferro… Si spara nelle palle. Già da dettagli come questo è chiaro che la differenza di tono voluta dai due John è inconciliabile.

Ma bastano i pochi minuti di questa scena, per chiarire fin da subito la dimensione fantastica de “L’uomo dai sette capestri”, il giudice Roy Bean è imbattibile, incorruttibile. Il West in cui si muove è selvaggio, anzi, spietato ben oltre ogni immaginazione. Il film è una parabola del Self-Made Man in un tempo che non c’è più, armato solo di fucile, cappio e di un grosso librone con il codice penale del Texas, il nostro fonda un impero dove tutti vivono in pace.


"Vediamo, articolo 1... bla bla bla... ok capito, corda saponata e risolviamo tutti i problemi".
Il giudice amministra la giustizia da un Saloon adibito a tribunale chiamato “Jersey Lily”/”La Bella Lily”, poiché tappezzato di fotografie e ritratti della musa ispiratrice del Giudice Bean, l’attrice Lily Langtry. Un posto dove possiamo trovare, oltre alla certezza della pena, la birra al costo di un dollaro (o 25 se il giudice sta perdendo a Poker) e dove la corda insaponata non manca mai.

C’è l’epica dell’eroe Western, la parodia di un impero che nasce, cresce e finisce e onestamente non riesco proprio a farne una colpa a John Huston, perché ha capito che per rendere al meglio questi elementi (che Milius avrebbe preferito trattare in maniera serissima) c’era un solo modo: esasperarli, renderli comici e caricaturali.
Ma lo fa in maniera intelligentissima: non ci sono mai ammiccamenti o strizzatine d’occhio al pubblico moderno, gli elementi comici sono ben inquadrati nella storia.


Una tipica giornata di lavoro per il Giudice Bean.
Gli uomini di città sono dei leziosi Dandy, mentre i pistoleri del West sono sporchi, sdentati e goffi. Le donne, tutte con il cappellino d’ordinanza in testa, sono le eminenze grigie dietro a tutte le scelte degli uomini. Lo scontro maggiore avviene proprio tra Bean (la cui barba posticcia è ancora più funzionale al personaggio) e Gass, l’avvocato, il burocrate che permette l’avanzare del progresso, e che porta via la città al Giudice usando l’arma letale della burocrazia.

Milius voleva l’epica, Huston la commedia, le due cose ci sono entrambe e per un caso più unico che raro vanno anche di pari passo. Le varie scene che riempiono il film contribuiscono sia ad intrattenere divertendo, che ad innalzare la statura morale e il mito intorno al Giudice Bean.

Ad esempio, quando Roy Bean incontra un montanaro venuto al Sud (“Ho vissuto tutta la vita tra le montagne, al freddo, ora voglio morire al caldo”) interpretato dallo stesso Huston. Il tizio lascia la città, ma non dopo aver mollato a Bean un grosso orso nero. La dimensione favolistica di questo West aumenta, perché Roy non solo non viene divorato dall’orso, anzi, i due diventano amiconi, molto più che amiconi, addirittura compagni di bevute (storia vera!) e tutti insieme con la bella Messicana, vanno addirittura a fare un picnic, con tanto di orso spinto sull'altalena (vi giuro che nel film questa scena c’è davvero ed è una figata!).


"Niente lingua, aspetta almeno il secondo appuntamento".
Oppure, uno dei miei momenti preferiti: l’arrivo in città di Bab Bob l’Albino (“Da non confondere con Bab Bob lo sciancato”) venuto ad uccidere Bean, il nostro risolve la pratica alla sua maniera, spiccia e decisa, in cui contano solo i risultati. In tutte queste scene, non succede mai di ridere di Roy Bean, al massimo si ride con lui e la comicità aiuta a “creare bei ricordi” di un film che fa della malinconia dei tempi andati la sua forza.


Il pistolero più albino da questa parte del Pecos.
Consiglio sempre di procurarsi la versione integrale, quella con la spassosa scena di bevute tra Roy e l’Orso, non solo perché è una delle mie preferite, ma soprattutto perché in un niente Milius riesce a rigirarla passando dalla commedia al dramma. 
Nella parte centrale il film, bisogna dirlo, rallenta moltissimo e rischia l’impantanamento, in questa porzione di pellicola Bean si scontra con il mondo moderno. In sequenza arriva prima la scena dell’Orso, poi il viaggio a San Antonio per assistere allo spettacolo di Miss Lily. Non è propriamente il mio momento preferito, anche perché un po’pedestremente ribadisce quello che abbiamo già capito, ovvero che il Giudice Bean è fondamentalmente Naif, qualcuno un minimo scafato e con brute intenzioni, se lo porta via con tutte le scarpe…

In generale, i dialoghi vanno via lisci come l’olio, ci sono alcuni passaggi veramente brillanti, come l’incontro tra il Giudice e il Predicatore (Anthony Perkins) ad inizio film.
Il Predicatore si spara un monologo come ultimo tributo ai morti appena seppelliti, per tutto il film Bean, non farà altro che darci la sua versione delle parole di quell'omelia funebre, o almeno di quelle che lui ricorda (o ha capito), il risultato è una cosa delirante che tira in mezzo giovani leoni che perdono i denti e altre amenità del genere, ennesima dimostrazione che Bean capisce tutte le cose a modo suo.


"Ma tu non sei quello che aveva quel bel motel a conduzione familiare?".
O più semplicemente, le rigira come gli tornano più comode, ad esempio il tormentone “La Legge è serve della Giustizia”, che per effetto di un colpo di genio in fase di scritture di Milius ci regala questa perla:
“Justice is the handmaiden of law”
”You said law was the handmaiden of justice”
“Works both ways”

Oppure, il monologo di Bean in cui si scusa con le prostitute, per averle chiamate “Whore”… No sul serio, quello è un classico!

Accusato all’uscita di revisionismo storico, o di promuovere valori fuori moda, secondo me il film funziona alla grande come celebrazione di un'epoca che non c’è più. Il protagonista comico, ma carismatico, ultimo baluardo di un tempo che è finito, ricorda molto “Il Grinta” nella versione dei Fratelli Coen (che non a caso citano questo film come uno dei loro Western preferiti). Anche il crescendo di distruzione che conclude il film, somiglia parecchio all’esaltante finale del Django (Unchained) di Tarantino. Sì, perché Huston capisce bene che materiale ha per le mani e con il passare dei minuti, la comicità cede il passo man mano che ci avviciniamo al finale che ha due epiloghi.
Mi piace pensare che questa sia una foto d'epoca del vero Giudice Bean.
Il primo è quello in cui la figlia di Bean, vede un uomo che “Sembra uscito da una stampa antica”, torna a mettere a ferro e fuoco la città, corrotta dal progresso portato da Gass. Il Giudice scomparso per 20 anni, ritorna come un eroe del passato, per fare quello che gli viene meglio, ovvero: portare la giustizia. L’apice è una riga di dialogo, che ogni volta, anche dopo 68 volte, mi fa saltare in piedi con il pugno alzato:
“Who are you?!”
“Justice, sons of bitches!”

Il fuoco della furia e della giustizia del Giudice libera la città ripulendola dal progresso, restituendola al deserto (qui ci starebbe una citazione a Lawrence d’Arabia), trovata che contribuisce moltissimo alla dimensione favolistica del film. Nella realtà il tribunale del giudice Bean è ancora in piedi e visitabile, di fatto il finale del film contribuisce a lasciarci l’illusione che il West del Giudice Bean esista ancora e magari spostandosi sufficientemente ad Ovest, potremmo ancora trovarlo.


Wild, ma veramente tanto Wild West.
Secondo me, però, sarebbe un errore etichettare tutto il film come un “Si stava meglio quando si stava peggio”, anche perché stranamente, i due John sembrano essere in accordo su una cosa sola. Ovvero che il West era sì pazzo e violento, ma il mondo moderno, che ha spazzato via con la sua superiorità fisica (non morale) il vecchio mondo, forse è ancora più pazzo e brutale del Far West.

Sullo sfondo di tutto questo, Roy Bean è un perdente destinato a fallire, il film celebra la morte della frontiera senza i toni rugginosi di “The unforgiven”, ma usando anche la risata, cosa che per me è straordinaria, considerando che l’umorismo è sempre stato un po’alieno al genere Western.

Il film è girato con mano fermissima da Huston, mentre Paul Newman si porta tutta la pellicola sulle spalle. Non sbaglia niente, ha tutti i tempi comici giusti, risulta fantastico nei momenti drammatici e grazie ad un carisma naturale riempie lo schermo. Il suo costante gigioneggiare secondo me funziona, perché lo rende in linea con l’atmosfera del film, oppure sottolinea la sua condizione di outsider. Poi per altro, a fare da contorno, nel cast troviamo nomi come Jacqueline Bisset (nei panni di Miss Lily) o faccioni storici come quello di Stacy Keach o Ned Beatty, scusate se è poco.


Tale padre, tale figlia...
Il secondo epilogo del film è quello definitivo. Dopo una vita passata ad adorarla, anche senza averla mai incontrata di persona, la divina Lily Langtry, va in visita al tribunale del Giudice, divenuto ormai un museo sulla via di Bean. Leggendo la lettera lasciata dal Giudice, capiamo che l’uomo è sempre stato difensore dell’onore e del buon nome dell’attrice, proprio come un gentlemen di altri tempi. La stessa Miss Lily è incredula del fatto che appena vent'anni prima, la vita in quello stesso posto fosse così selvaggia. La definitiva parola fine sul West, ridotto a storia dal mondo moderno.

Per essere un'opera, ripudiata dal suo sceneggiatore e buttata sul ridere dal suo regista e dal divo protagonista, a mio avviso “L’Uomo dai Sette capestri” è un filmone figlio delle incomprensioni. Uno di quei rari casi in cui la somma delle singole parti, non in accordo tra di loro, è tale, da sfornare un film unico e bellissimo. Parlandone l’ho paragonato a Western quasi tutti moderni, perché secondo me questo film era avanti di 40 anni. Un omaggio e una riflessione sulla fine della frontiera, un capolavoro strambo e fuori dal suo tempo. Proprio come il suo protagonista.

6 commenti:

  1. mio padre era amante di western e questo l'ho conosciuto tramite lui ma sono anni e anni che non lo vedo, mi hai fatto venire voglia di rinfrescarlo...

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    1. Per quanto mi riguarda, la mia passione per il cinema è nata guardando mio padre interessato ai film Western. Per me è iniziato tutto con i Western, poi ho portato la cosa alle estreme conseguenze ;-) Questo è un film atipico per il genere, ma è proprio la sua condizione di deviante a farmelo apprezzare così tanto, io te lo consiglio caldamente, ti consiglio la versione integrale, per non perderti la (fantastica!) scena dell’orso ;-) Poi fammi sapere come lo hai trovato… Cheers!

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  2. Noto con piacere che anche tu, quando ti confronti con certi Vocabolari dell?Epica Cinematografica, non puoi fare a meno di uscire dalla recensione e passare alla narrazione compiaciuta. Di quanti film moderni si riesce ad avere questo effetto? :D

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    1. Forse giusto una manciata… Ci provo ad essere obbiettivo e a raccontare sempre il meno possibile, ma per certi filmoni proprio non ci riesco, alcune scene generano così tanto amore/entusiasmo/gasamento che certi sentimenti vanno condivisi ;-) Cheers!

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  3. Un John Huston in gran forma recupera il personaggio del giudice Roy Bean, interpretato da Walter Brennan ne L'uomo del west (1940) di Wyler e ne ottiene, grazie a una sceneggiatura adeguata di John Milius, uno straordinario, emozionante western, ironico, grottesco ma anche toccante, filosofico (il virile senso dell'onore di un tempo cancellato dall'ipocrisia e dal rammollimento della società capitalista). Un film davvero "mitico", che si può solo o amare o odiare: io, naturalmente, lo adoro.

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    1. Concordo in pieno con te, un film che divide, come puoi aver intuito, anche io sto dalla parte degli adoranti ;-) Grazie per il commento… Cheers!

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