domenica 12 aprile 2015

House of Cards - Stagione 3: ...And the winner is Kevin Spacey!


Mi ero ripromesso di cercare di commentare gli episodi della terza stagione di House of Cards uno ad uno, poi è successo, beh, è successo: Netflix, 13 episodi, uno via l’altro, per endovenosa grazie!
Seguono moderati SPOILER sulla stagione, lo dico solo perché vorrei evitare di essere lapidato…

Abbiamo assistito alla scalata al potere di Frank Underwood, un moderno Riccardo III senza la gobba, raggiunto il tanto agognato Studio Ovale, il nostro Franco Sottobosco si scopre vulnerabile.
La terza stagione prometteva cose enormi, sì, perché l’idea che quel machiavellico calcolatore ora fosse l’uomo più potente del mondo, era intrigante, Beau Willimon, che ha firmato la maggior parte degli episodi di questa stagione, opta per una narrazione di respiro più ampio.

Chiedo scusa signor Presidente.
“Sometimes I think the presidency is the illusion of choice” ci dice Frank, che apre la stagione togliendosi una sfizio sulla tomba del padre (apre sempre le stagioni alla grande il nostro Franco eh!), ma forse per la prima volta, lo vediamo traballare, un accenno di caduta che a mio avviso prima o poi arriverà in questo dramma di stampo Shakespeariano. La serie fiore all'occhiello di Netflix, sforna una stagione, a mio avviso, minore, palesemente di transizione in attesa... In attesa di cosa? Beh, di “Underwood 2016” come citano i cartelli elettorali: le Presidenziali che vedremo nella stagione quattro.

Il “Gioco del Trono” di Underwood è meno fantasy e fin troppo realistico. Sfido chiunque di voi a guardare Kevin Spacey e non trovarci qualcosa di 100 altri politici reali, fino alla seconda stagione era un personaggio corrotto dal potere assoluto, sempre a pilotare macchinazioni che lo vedevano ergersi ad eroe silenzioso. Il terzo atto di questo dramma non cambia le regole, ma le prospettive: come Presidente Franco Sottobosco ha un grosso bersaglio puntato addosso.

"Se fossi nel cast di Game of Thrones, i Lannister mi porterebbero la colazione a letto".
I primi sei mesi della sua presidenza non hanno dato frutti: l’economia stenta, la disoccupazione aumenta. Il piano di Frank per porvi rimedio è un drastico e costoso New Deal 2.0 chiamato America Works. Ostacolato dal Congresso, il nostro Presidente ha problemi a gestire anche la politica estera: la Valle del Giordano è una polveriera pronta ad esplodere, il Presidente Russo Petrov è l’uomo da cercare di convincere. A questo aggiungete la voglia di emergere di Claire, il vero Casus Belli della terza stagione.

La volontà della signora di diventare un'ambasciatrice dell’ONU crea più di una gatta da pelare a Frank, alla prese con Petrov. Ecco: Petrov, presidente russo, divorziato, donnaiolo, interventista, amante della bella vita, con un volto gelido ed inquietante, rigoroso nel passare sopra gli oppositori politici e i gruppi Punk (vengono citate più volte le Pussy Riot) che lo contestano… Ma chissà a chi sarà ispirato questo personaggio? Non riesco proprio a capirlo…

Fantozziano caso di non dà la mano.
Per altro, nell'ennesima scelta di casting micidiale, il presidente Russo ha il volto e le Duck Lips di Lars Mikkelsen, già diabolico cattivo in un'altra terza stagione (quella di Sherlock) e fratello maggiore di Mads, ovvero il mitico Hannibal televisivo (quando ricomincerà la terza stagione anche di questa serie, sarà sempre troppo tardi…).

Un'altra faccia nota è quella di Paul Sparks, celebre per la parte del Polacco con la risata irritante di Boardwalk Empire, qui nei panni del giornalista Tom Yates, incaricato di scrivere un libro su America Works che nei piani di Underwood, avrebbe dovuto essere il manifesto programmatico del suo rilancio al sogno americano. Proprio il personaggio di Yates è quello che scava di più nelle debolezze degli Underwood indagando sul loro rapporto, teso come una corda di violino, fatto di non detto e di parole tabù.
Proprio il rapporto tra Frank e Claire tiene banco, non voglio entrare nei dettagli, però li vedremo collaborare insieme sul terreno difficile della politica estera e su quello della campagna elettorale delle primarie, a rappresentazione di un cambiamento esteriore, metafora di un cambiamento interiore. Vi dico solo che (per un po’) Robin Wright rinuncerà addirittura al biondo, così tiro dentro anche gli appassionati di acconciatura, tiè!

Gli uomini preferiscono le Robin Wright.
Questa è la stagione in cui tutti i personaggi devono rendere conto della loro fedeltà a Frank Underwood, un leader che non chiede, si aspetta di vederti lanciare tra le fiamme per lui e che ora ha anche i galloni necessari a giustificare quella che è sempre stata la sua attitudine.
Tra i fedelissimi, il più tormentato sarà Doug Stamper (Michael Kelly è straordinario e qui si conferma un attore gigante), molto passa dalla mani del tormentato Doug, ancora alla ricerca della scomparsa Rachel, si può quasi dire che questa stagione sia tutta sua: l’allievo fedele che impara dal maestro…

"Quanto mi piace Netflix, posso guardare la mia serie tv anche facendo fisioterapia"
Mentre tutti i personaggi intorno a Frank cambiano bandiera, si schierano, lo tradiscono, lo aiutano inaspettatamente, lui è l’unico costante, a suo modo coerente (per quanto possa esserlo un politico). Proprio lui che incarna quel male necessario, che con l’astuzia rigira tutti quanti, impossibile non ammirarlo, almeno finché ci limitiamo alla finzione televisiva…

Di fatto realizzi che come per Walter White, stai ancora facendo il tifo per il cattivo. Quello che delude della terza stagione è forse l’eccesso di aspettative, il fatto che incarni in sé il concetto per cui il potere è più difficile mantenerlo che raggiungerlo. Di sicuro non deludono la messa in scena, il talento di una maestosa Robin Wright e sicuramente non Re Kevin Spacey, con un po’ di panza di troppo in questa stagione (ti voglio in forma per le elezioni del 2016 Kevin!), ma come sempre in grado di fare il vuoto, un leone pronto a mangiarsi tutti pur di tenersi il suo trono. Insomma non lo volevo dire, ma lo devo dire: anche questa volta ha battuto tutti... And the winner is Kevin Spacey!

Anche se si tratta a mio avviso di una stagione minore, House of Cards si riconferma una delle serie qualitativamente migliori del panorama, la serie tv che critica pesantemente la politica, ma allo stesso tempo riesce ad appassionare proprio gli stessi politici che critica, motivo per cui, nel 2016 saremo di nuovo qui, aspettando l’endovenosa di Netflix, sventolando la bandierina con su scritto “Underwood 2016”.


One nation under... God? Uhmm...



4 commenti:

  1. ho visto la prima e non mi decido ancora a vedere la seconda...la terza mi sa che è lontana eoni....

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  2. Senza rivelarti nulla, sappi che il primo episodio della seconda stagione, ti stupirà con un colpo di scena GIGANTE. Così magari ti faccio venire la voglia di iniziarla. Io la trovo una gran serie. Grazie per il commento!

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  3. Ciao, ti ho nominato in un tag chiamato Liebster Blog Award, spero non ti dispiaccia e soprattutto spero che parteciperai! Complimenti per il blog! In questo post trovi spiegato tutto: http://sofasophiablog.blogspot.it/2015/04/liebster-blog-award.html
    A presto! :)

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    1. Ti ringrazio moltissimo! :-D Vado subito a leggere... Muchas Gracias! ;-)

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